sabato 22 novembre 2008

Tff 2: Una pietra sopra Bush

TORINO - Stone arriva elegante con un cravattino celeste nella passerella più glamour che il Torino film festival abbia mai visto. Certo, a qualsiasi aficionados di Cannes o Venezia sarà apparsa fin troppo sobria. Ma per l'austera Torino e per il suo festival, un tempo di nicchia, è già tanto. Ci sono le auto blu, qualche pelliccia sparsa, tanti fotografi e pochi studenti che volantinano. Niente tappeto rosso però. Di rosso c'è già il Regio, il teatro più importante della città, che quest'anno ospita l'inaugurazione della rassegna. In sala, insieme al direttore Nanni Moretti, i due premi Oscar: Roman Polanski e Oliver Stone. E così anche le note di colore spariscono, spodestate dall'impegno, dalla politica. Perché il film che apre la ventiseiesima edizione è un'opera forte: W., l'ultimo lavoro di Stone, che racconta la parabola di George W. Bush. La pellicola rischia però di non trovare un distributore in Italia: "Sarebbe assurdo – ha detto Moretti - se da noi non uscisse". L'autore di Platoon rifiuta l'etichetta di regista controverso: "Sono solo un uomo che cerca di raccontare la realtà col cinema". E prima che in sala le luci si spengano e appena dopo la standing ovation a Polanski, Stone si rivolge al pubblico: "La storia del film è stata a lungo nascosta ed è uscita grazie ai giornalisti. Bush è diventato quello che è, perché sottovalutato e questo è stato un grave errore". Parte così il Tff, in bilico tra popolarità e qualità. Una sfida difficile, ma che si può vincere. La prima volta a Nanni era riuscita, non resta che bissare e magari migliorare il successo dello scorso anno.

Oggi programma fitto fin dal mattino nelle 11 sale del festival. La scelta è varia e orientarsi non così semplice. La retrospettiva British Renaissance inizia subito a pieno ritmo, attraverso lo sguardo dei talenti d'Oltremanica che più di vent'anni fa hanno rappresentato sullo schermo la Gran Bretagna dell'era Thatcher. Per farsi un'idea si può optare tra Jubilee di Derek Jarman, i lavori per la tv di Ken Loach, Angel di Neil Jordan, My beautiful laundrette di Stephen Frears, The great rock'n' roll swindle di Julien Temple o Drowing by Numbers di Peter Greenaway. Chi ieri si è perso W. può vederlo alle 14,30 all'Ambrosio 1, seguito dall'irlandese Helen di Joe Lawlor e Christine Mollowy (17,30), primo film del concorso lungometraggi. Stessa sala per l'altra opera in gara, il belga Non-Dit di Fien Troch, (20,15). Nella sezione Fuori concorso spiccano Filth and Wisdom, l'esordio dietro la macchina da presa di Madonna (Massimo 1, ore 20), Katyn, l'ultimo lavoro del grande regista polacco Andrzej Wajda (Ambrosio 2, 20), e Dream di Kim Ki-duk (Nazionale 1, 22.15). Per italiana.doc in concorso c'è Rata Nece Biti (Non ci sarà la guerra) del torinese Daniele Gaglianone e per la più politica delle sezioni Made in America di Stacy Peralta. Infine, il grande maestro Roman Polanski incontrerà il pubblico alle 15 al Massimo 1. La sua retrospettiva oggi presenta Repulsion (Ambrosio 3, 10), Chinatown (Massimo 1, 17,30) e What? (Ambrosio 3, 21,30).

venerdì 21 novembre 2008

Perché tu pensi che essere poveri sia figo

A un certo punto le cose si fermano. Si fermano perché tu non sai più qual è la realtà. Si fermano perché non è possibile che tu non abbia nulla da tutto quel – anche poco - che fai. Idolatrare mai. Questo lo sapevo. Ma basta. Quel che stato è stato. Diffida di quelli che ti dicono “I want to live like common people”, come diceva Jarvis Cocker dei Pulp. Eh sì, ora cito le canzoni come un adolescente, ma che altro sono? “I said pretend you've got no money”. Ma non ci sarai ancora riuscita. Perché quando guarderai gli scarafaggi che si arrampicano sul muro, papà potrà risolvere tutto. Comunque, a me, continua a piacermi la versione in cui William Shatner, sì proprio il capitano Kirk di Star Trek, la canta, al Tonight Show with Jay Leno, con Joe Jackson e Ben Folds alla tastiera. Sparita da Youtube, l’ho ritrovata un po’ lo-fi.

Tff 1: Ciak con Stone e Polanski

TORINO - Di tempo ne è passato da quando si chiamava Cinema giovani ed era irriverente e di nicchia. Ora che di anni ne ha ventisei e grande lo è da un pezzo, apre - questa sera - la sua nuova edizione con due premi Oscar: Polanski e Stone. E lo fa addirittura al Teatro Regio. Quasi come una delle più tradizionali rassegne europee. Ma niente paura. Di lui, il Torino film festival, se ne parla sempre di più, ma la sua anima l’ha conservata: curiosa e inquieta. E continua a dar fastidio. Vedi le polemiche degli ultimi giorni, che hanno portato il direttore Nanni Moretti al tavolo di un’audizione in Comune. L’accusa del consigliere Ravello di An: «nessun italiano nel concorso principale». Basterebbe ricordare, per sgonfiare la polemica, che nemmeno lo scorso anno c’erano. Nanni difende il suo festival e ribadisce che l’unica discriminante è la qualità.

Tutto pronto allora per partire: 230 film per undici sale divise tra Massimo, Greenwich, Ambrosio e Nazionale. A cui si aggiunge il Regio per l’inaugurazione. L’appuntamento è quindi alle 20 con l’attesa anteprima di W., biopic sull’ultimo presidente degli Stati Uniti, George Bush, interpretato da Josh Brolin. In sala, insieme al regista Oliver Stone, anche Roman Polanski, a cui il festival dedica una retrospettiva completa da Rosemary’s baby a Il pianista. La coppia da Oscar sarà poi in esclusiva televisiva a Che tempo che fa su Raitre, sabato e domenica. Tra le quattro sezioni competitive la più importante è certo Torino 26, il concorso internazionale di lungometraggi. Quindici opere da tutto il mondo, che però possono essere raccolte in una tendenza comune: la famiglia in un momento di profonda crisi. Sono storie di amori e divorzi, di incontri e lutti. «Abbiamo scelto - dice Moretti - film che raccontassero qualcosa di nuovo». Con uno sguardo innovativo: dal cileno Tony Manero all’irlandese Helen.

Poi, da non dimenticare Internazionale.doc e Italiana.doc, i concorsi dedicati alle forme del documentario. Tredici cortometraggi saranno, invece, in gara per Italiana.corti. Fuori dalla corsa ai premi Lo stato delle cose, sezione dedicata alla politica, e L’amore degli inizi con gli esordi al cinema di Marco Tullio Giordana e Giuseppe Bertolucci. In programma, fino al 29 novembre, anche un po’ di anteprime: The Edge of Love con Kiera Knightley e Sienna Miller e Dream di Kim Ki-Duk, a capitanare il plotone degli orientali. E due retrospettive: Jean-Pierre Melville, il più americano dei registi francesi, e British Renaissance, 40 titoli tra fine anni '70 e fine anni '80, che raccontano una Gran Bretagna arrabbiata. La novità di quest’anno è, infine, il Torino Film Lab, primo laboratorio internazionale per le opere prime e seconde. Si occuperà sia di training sia di development, ovvero di progetti ancora alla fase di trattamento e di altri alla ricerca di produttori per essere realizzati. A partecipare ventitré giovani di talento che si contenderanno
premi di produzione tra 50 e 200 mila euro.

sabato 15 novembre 2008

Adam Green, il furbacchione di talento

TORINO - E’ un furbacchione di talento. Di grande talento, altrimenti non staremmo qui a parlarne. Adam Green, origini newyorkesi, è nel mondo della musica da quando aveva quattordici anni (metà anni Novanta), prima con il progetto Moldy Peaches e poi dal 2002 da solista. Furbacchione perché riesce a saccheggiar musica dai grandi classici (da Scott Walker a Jim Morrison fino a Leonard Cohen) e a farla sua. Nessun plagio, ma grande capacità di contaminare e rinnovare. Con quell’irriverenza che gli è propria fin dagli esordi e che l’ha fatto eleggere a capostipite della nuova generazione anti-folk americana: musica folk, senza purismi, ed etica punk. Questa sera allo Spazio 211 (ore 22) Green presenterà il suo quinto album Sixes & Sevens, uscito per la storica etichetta inglese Rough Trade. A ventisette anni, si ritrova in una dimensione più soul e orchestrale (ascoltate, per esempio, Morning after midnight).

Il disco è stato registrato a New York in tante location diverse: il suo appartamento, il suo studio di Brooklyn, e una scuola per bambini autistici a Jersey, gestita dalla moglie del suo storico produttore Dan Myers. E poi, non passa certo inosservata la partecipazione di David Campbell, che ha lavorato con Michael Jackson, Elton John e Beck, in veste di arrangiatore. L’ironia maliziosa rimane quella di sempre e pure il metodo di composizione: Adam frulla tutto ciò che lo ispira. Ma adesso scopre nuovi lidi, il gospel. Ecco spiegata l’incursione di un coro gospel di Brooklyn nelle tracce dell’album. Gioca poi con la storia dei cantautori americani, anche con doti da intrattenitore e una faccia un po’ da schiaffi. Basti pensare che uno dei paralleli più ricorrenti è quello con Jack Black, l’attore di School Of Rock, che è tra l’altro è un suo fan. L’appuntamento per ascoltarlo è quindi in via Cigna 211 (biglietto a 12 euro). Per sentire così una delle più interessanti voci dell’indie rock: profonda, a volte sporca, e con un’aria scanzonata e dispettosa.

Ad aprire il suo concerto toccherà a El Cijo, gruppo di Ancona, prima band della nuova etichetta emiliana Still Fizzy Records, che presenta il proprio debutto, Bonjour My Love: folk, jazz e country in chiave contemporanea. Un suono malinconico e ipnotico dalle chiare radici americane e dal’interpretazione tutta europea. Segue Taboo, l’ormai tradizionale nottata danzate dello Spazio 211.

martedì 28 ottobre 2008

Bonnie 'Prince' Billy - Lie Down in the Light (2008)

Quattro volti di giovani spuntano dall'acqua. Siamo a Lousville, 1991. Dietro alla macchina fotografica Will Oldham, una passione per le arti visive. Davanti gli Slint. Lo scatto è per la copertina di Spiderland, disco tanto importante quanto misconosciuto all'epoca. Fu proprio 17 anni fa, il primo contatto del futuro principe Billy con il mondo della musica. Nemmeno lui si sarebbe immaginato che sarebbe diventato il songwriter più significativo della sua generazione.

Dal '92 in poi ha sfornato 16 album uno dietro l'altro, sotto vari nomi da Palace Brothers all'ultima variazione, Bonnie Prince Billy. Nell’ultimo lavoro Oldham, che con I see a darkness (1999) si era creato la fama di poeta delle tenebre, sembra quasi aver trovato la luce. Dalla prima nota si è infatti colpiti da una solarità atipica, certo a tratti malinconica, che – sempre sostenuta da una scrittura scheletrica – contamina anche le ballate più scure, come quando in You Remind Me of Something canta “I like the places where the night does not mean an end”.

A ogni nuovo disco, Will corregge il tiro del suo folk che diventa jazzato in For Every Field There’s a Mole, si fa sixties negli splendidi duetti con Ashley Webber (So Everyone e You Want That Picture) o country in Where’s the puzzle. Ma poi si raccoglie nella scarna e intimista What’s Missing is. E’ sempre lui, il principe della semplice complessità.

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domenica 28 settembre 2008

Ventimila in corteo: «La crisi non è vicina, la stiamo già vivendo»

TORINO - In testa c'è quel drago che ha divorato in meno di un anno 362 euro a ogni lavoratore. Si apre così a Torino il corteo della Cgil, con una dedica beffarda al fiscal drag che, seppure il potere d'acquisto di salari e pensioni si riduca, «il governo - spiega il sindacato - non vuole restituirci». Via Po, che collega piazza Vittorio (la partenza) a piazza Castello (l'arrivo), è gremita: ci sono tutte le categorie. Ci sono gli insegnanti, i metalmeccanici, i pensionati e gli studenti. Dicono basta al governo dei tagli e vogliono una svolta, perché la crisi non è vicina, «la crisi la stiamo vivendo».

La risposta è stata buona, ventimila persone secondo gli organizzatori. Davanti, i cartelli con i prezzi raddoppiati dal 2001 a oggi (un chilo di pane +50,8%, il gasolio +65,8%). Un'immagine simbolo la trovi, invece, nel secondo spezzone: Angelo, rsu alla Key Plastics di Beinasco, ha per mano la sua bambina che fa le elementari, entrambi portano un cartello. «Siamo tutti coinvolti - spiega - io perché il sindacato difenda il suo ruolo, mia figlia perché è importante una scuola di qualità, che sia pubblica». Antonio, pensionato, guarda ai figli che pagano mutui che non possono permettersi e sbotta: «La tanto agognata proprietà della casa è il male, se vedi la crisi americana non puoi non pensarlo». Vicino a lui, Giorgio, ancora qualche anno prima della pensione e una casa in affitto: «Con uno stipendio di 1100 euro, una moglie a carico e una figlia che fa le superiori, mi spiegate come si fa ad arrivare a fine mese?».

Uno degli spezzoni più corposi è quello della Flc. Maestre con grembiule e fischietto, scandiscono slogan: «Gelmini non ci fai paura, Moratti ci ha insegnato a far la faccia dura». Dietro lo striscione, anche il segretario provinciale Igor Piotto: «I tagli alla scuola destrutturano tutto il sistema scolastico, abbassandone la qualità. E poi c'è il disegno Aprea che vorrebbe espropriare il sindacato del suo potere contrattuale. Sabato manifesteremo a Torino». A poche decine di metri, ci sono gli studenti. Arrabbiati anche loro. Roberta, 19 anni rete Reds, ex Albe Steiner (istituto professionale per grafici) e neo iscritta a Scienze Politiche: «Con i tagli - racconta - sono state ridotte le ore di carattere tecnico-professionale, che in una scuola come la mia sono fondamentali, così il diploma perde valore».

Più indietro ci sono gli operai della Bertone, da mesi sulle prime pagine dei giornali locali: «Dopo l'Alitalia - dice Giacomo Zulianello, rsu Fiom - siamo noi i prossimi, a dicembre rischiamo il fallimento». Uno dei motivi del tracollo - spiegano - è che Lilli Bertone, la proprietaria, non vuole cedere a nuovi acquirenti (Lotus tra gli altri), ma per farci cosa? «Motori ad aria compressa e auto in proprio. Qualcosa di assolutamente anacronistico».

E poi, ecco quelli che Brunetta chiama «fannulloni», i lavoratori della funzione pubblica: «Il ministro non è che un esempio comune di questo governo, creano un clima di emergenza senza risolvere nulla». Qualcuno parla della giornata di oggi come della prima per una nuova opposizione: «Visto che i partiti della sinistra non ci pensano, lo facciamo noi. E ci auguriamo, anzi ci impegneremo per farlo, che il manifesto resista» sottolinea Diego. Si arriva tutti in piazza, parla Donata Canta, segretario della Camera del lavoro. La battaglia per i diritti continua.

sabato 27 settembre 2008

Pandora, il nuovo format dal basso


È proprio la curiosità, anche imprudente, di Pandora, che manca al giornalismo di oggi. La volontà di scovare e testimoniare quello che gli altri non vogliono o magari non possono dire. Non c'è allora nome più adatto per un nuovo progetto televisivo, appunto Pandora: idea lanciata alcuni mesi fa da Giulietto Chiesa e che ora - con redazioni e comitati sorti un po' in tutta Italia - prende forma. Si tratta di uno spazio di informazione indipendente che andrà in onda su satellite (Sky 924), reti regionali e web. Un programma di approfondimento giornalistico finanziato dai cittadini. Dal vaso della mitologia questa volta, però, non «verranno liberati» i mali del mondo, ma le verità che nessuno vuole più raccontare.

E un progetto che nasce dal basso, presentato ufficialmente a Roma qualche giorno fa, non può non mettere le radici là dove è stato sperimentato un modello di partecipazione. Così Pandora, ha fatto ieri la sua prima vera uscita pubblica proprio in Val Susa. Dopo essere stata a Torino (alle 18), è sbarcata in valle a Bussoleno, alle 21.15, per la presentazione del progetto con Chiesa e Udo Gumpel, corrispondente in Italia della tedesca Ntv, che sarà il direttore della testata.

La sottoscrizione è stata lanciata da tempo e, ad oggi, più di 3.500 cittadini si sono dichiarati disposti a versare la quota (da 100 a 250 euro) per dar vita a Pandora, dimostrando un'esigenza, non demandabile, di pluralismo e libertà di informazione. Anche i lavori per il format sono iniziati, se tutto andrà come dovrebbe, partirà a dicembre. A Torino si è formata una piccola redazione, dove già si parla di come impostare i servizi, che taglio dare (inchiesta o cronaca), ma anche di come recuperare le telecamere.

Pandora nasce puntando sulla qualità - sia di contenuti sia di forma - con professionisti della comunicazione, ma è aperta alla collaborazione di chi abbia qualcosa da raccontare. E soprattutto, dicono gli organizzatori: «Pandora non è il megafono di qualcuno o per qualcuno, vuole dare voce a chi non ce l'ha». Si propone come esempio autentico di servizio pubblico, una televisione che risponde a un unico editore: i suoi telespettatori. Si partirà allora con un programma settimanale di 90 minuti e un notiziario quotidiano sul web e sul satellite, realizzati negli studi di Europa 7 di Di Stefano. E se si scorre la lista dei primi firmatari, le prospettive non possono che essere buone: da Alex Zanottelli a Sabina Guzzanti, da Luciano Gallino a Felice Casson, da Franco Cardini a Moni Ovadia, da Valentino Parlato a Serge Latouche, da Gianni Minà a Ennio Remondino. Per il resto, si può andare sul sito, www.pandoratv.it.