mercoledì 27 maggio 2009

L'archivio Ostojic


I suoi documenti preziosi sono la testimonianza unica del cinema jugoslavo prima delle guerre nazionaliste e della fucina critica della rivista «Filmska Kultura», da lui fondata nel '57, premiata poi alla Biennale di Venezia

Il vento del porto soffia e si riverbera nel microfono. Siamo a Genova, fine maggio 1991, la Sampdoria ha da poco vinto lo scudetto e un signore gentile dal naso adunco intervista l'allenatore Vujadin Boskov. E' un servizio per l'emittente di Zagabria, ancora per poco Televisione jugoslava. Manca, infatti, meno di un mese prima che vada tutto in frantumi e, oltre Trieste, scoppi la guerra in Slovenia, poi in Croazia e in Bosnia. L'autore del reportage è Stevo Ostojic, corrispondente in Italia per Politika, il più antico quotidiano di Belgrado, e critico cinematografico. Di quel mondo, che non c'è più, è stato protagonista e testimone. E' morto nell'agosto di due anni fa e ha lasciato un archivio vasto e disordinato che racconta, tra libri, appunti, faldoni, film e fotografie in bianco e nero, la storia della Jugoslavia. Avventurarsi all'interno è l'occasione per riscoprire un passato non così lontano, coperto solo da troppa polvere. A salvare le carte è stato Gaetano, un amico, che le ha custodite fin quando ha potuto, in una stanzetta di Velletri. Ma anche lui, qualche mese fa, se n'è andato. Ora ad occuparsene è rimasta la moglie Sena, pittrice, che insieme ai figli Alexandra e Svjetomir (da più di dieci anni in attesa della cittadinanza), vive a Roma.

Stevo era nato in Ungheria nel 1929, presto si trasferì a Zagabria. Qui, lavorò per il giornale di Belgrado, finché non andò, prima che iniziasse la dissoluzione della Jugoslavia, a Roma come corrispondente. Meticcio e nomade. Come la sua patria. E di una cosa era certo: nazionalista non lo era mai stato. Ci teneva a dirlo a chi - purtroppo molti - gli chiedeva un pedigree etnico. Si definiva, invece, un comunista antistalinista e, negli ultimi giorni della sua vita, apolide. Oltre che, pervicacemente, ancora jugoslavo. Aveva iniziato giovanissimo a fare il giornalista, a 18 anni, e non smise mai di scrivere. «Era immerso nei suoi pensieri, ma pieno di energia e di idee» ricorda Sena. L'attualità di fuoco degli anni Novanta gli aveva tolto serenità e tempo. Il lutto lo elaborava scrivendo. Trascurando talvolta le sue passioni, ma mai dimenticandole: letteratura, teatro e soprattutto cinema. «Divorava film su film» aggiunge Alexandra. L'Italia fu sempre sua meta privilegiata, entrò in contatto con l'arte e la politica: da Antonioni a Ungaretti, da Rossellini a Quasimodo, dalla Lollo a Mastroianni, da Natta a Pertini, il presidente partigiano, a cui dedicò un documentario realizzato nel 1990 in collaborazione con Raidue.

A Velletri, le sue carte sono accatastate l'una sopra l'altra. Su un lungo tavolo spiccano pagine lucide e copertine colorate. È la raccolta di Filmska Kultura, la prima rivista di critica cinematografica della Jugoslavia, che Stevo fondò nel 1957 con Fedor Hanzekovic e fu premiata dieci anni dopo alla Biennale di Venezia. Per anni, è stata fucina di critici. Ci scrivevano, anche, importanti storici del cinema come Guido Aristarco e Georges Sadoul e il semiologo Dusan Stojanovic, che «traduceva» le teorie di Metz e Barthes nel cinema balcanico. E, ancora, i registi Dusan Vukotic, primo Oscar non americano per un film d'animazione (Surogat), Vatroslav Mimica, entrambi alfieri della scuola di «cartoni animati» di Zagabria, e Lordan Zafranovic, uno dei «ragazzi della Famu», gli studenti della gloriosa scuola di Praga, l'ultimo dei quali fu Emir Kusturica: il suo primo lavoro - il corto Guernica - fu proprio la tesi di laurea. In una copertina del '77 spunta Tito, che non aveva mai nascosto il suo interesse per la settima arte. Rileggere l'intervista fa sorridere per il paternalismo del presidente, quando sosteneva che «il cinema deve essere ideologicamente impegnato, ben orientato e offrire il suo contributo per uno sviluppo veloce in tutti i campi», ma rimane il ritratto di un'epoca. Dissoltasi nelle guerre. Perché a un certo punto, nel 1990, anche Filmska Kultura smette di pubblicare. Non era però una rivista di «regime», Stevo aveva il suo stile - magari appesantito dalla funzione ideologica dell'analisi - ma non si è mai sottratto a dibattiti critici. Anzi, tra gli anni Sessanta e Settanta, ha animato quello sull'«Onda nera», la nouvelle vague jugoslava che, con Makavejev, Pavlovic e Zilnik, abbandonava l'epica partigiana per pellicole più intimiste. I critici si divisero tra odio e amore.

Il conflitto distoglie Stevo dal cinema, la distruzione del suo paese lo attanaglia. È in Italia già dal 1985. Dopo 5 anni va in pensione, ma la voglia di raccontare non l'abbandona. Scrive ancora per quotidiani e periodici, senza badare alle nuove frontiere: Vecernje Novosti di Belgrado, Dnevnik di Novi Sad, Epoha di Zagabria e Puls di Skopje. A Roma, incontra il manifesto e la sua originale visione della guerra balcanica come in parte eterodiretta dall'Occidente. E dopo questa collaborazione conosce Limes e Lucio Caracciolo, direttore dell'ancor giovane rivista, dove inizia a scrivere. Stevo taglia e ritaglia, tutto quel che trova. Archivia e analizza con un approccio mai freddo. Va anche in onda - come commentatore - sul Giornale Radio Rai, fino all'era Berlusconi: poi, tanti saluti. Nei suoi scritti mette a confronto due «mitomanie»: Grande Serbia e Grande Croazia. Della prima si sentiva parlare spesso, della seconda assai meno. Oltre al nazionalismo, indaga il «crimine» della diplomazia internazionale: gaffe e bluff, errori e contraddizioni, in nome della pace nei Balcani. Torna a concentrarsi sul '91, quando l'impazienza di Bonn e la fretta del Vaticano nel riconoscere l'indipendenza di Lubiana e di Zagabria fecero precipitare la situazione.

È il cruccio degli ultimi anni e lo testimonia il pamphlet, mai pubblicato, Un sommo pontefice politico. Nell'archivio le copie sono tre. È un atto d'accusa nei confronti di Karol Wojtyla e della Santa Sede: riporta le trascurate rivelazioni di Milan Simcic, sottosegretario della Congregazione per il clero, che al quotidiano croato Vjesnik aveva svelato pressioni politiche mosse dal Vaticano all'interno dell'internazionale democristiana, per affrettare il riconoscimento di Zagabria. Stevo è morto e la sua memoria è rimasta lì, sul tavolo di Velletri: «Un patrimonio storico che non deve essere smarrito» si augura Sena.

Da il manifesto del 26 maggio

martedì 26 maggio 2009

Zanon, la fabbrica è dei lavoratori

Dopo 8 anni di dura lotta, l'espropriazione è una realtà

Giovedì 21 maggio, dopo 8 anni di lotta, gli operai della fabbrica Zanon hanno ottenuto che il governo della provincia di Neuquén presentasse formalmente il progetto di espropriazione della Zanon alla legislatura provinciale.

Per l'occasione gli operai sono stati accompagnati da rappresentati di diverse organizzazioni, tra cui le Madri di Plaza de Mayo dell'Alto Valle, che hanno sempre appoggiato la loro lotta. Fin dalla fine del 2001, quando l'industriale di origine veneta Luigi Zanon decise di chiudere la fabbrica, lasciando senza lavoro più di 300 operai. Fin da quando, nel marzo 2002, gran parte di quei lavoratori rientrò in fabbrica, occupandola, e dando il via all'autogestione.

"Anche se questa espropriazione non è quella che abbiamo pianificato dall'inizio - spiegano gli operai - è un passo importante, dato che ci viene concessa la gestione definitiva della fabbrica attraverso la nostra cooperativa Fasinpat (Fabrica sin Patrones, ossia Fabbrica senza padroni, ndr) e terminano così le continue minacce di sgombero".

Oggi, martedì 26 maggio, il progetto di legge assumerà carattere parlamentare e domani si comincerà a lavorare nelle commissioni di bilancio e affari costituzionali.

"Questo fatto storico è stato frutto di una battaglia molto dura - continuano -. La lotta e la mobilitazione di questa gestione operaia insieme a lavoratori e lavoratrici del Paese, con l'appoggio della comunità e il riconoscimento internazionale, è riuscito a fare un passo in più. In mezzo a una crisi del capitalismo in cui gli imprenditori e i governi provano a scaricare le colpe contro i lavoratori del mondo, la Zanon sotto controllo operaio è un chiaro esempio di come noi lavoratori possiamo trovare un'uscita operaia dalla crisi. Oggi più che mai la Zanon è del popolo!"

Ilaria Leccardi

domenica 17 maggio 2009

«Combatteremo il G8 con la Clown army»

Parlano di conflitto e consenso, si oppongono al summit. Viaggio nel campeggio dei collettivi universitari torinesi


TORINO - Sulle tende ha piovuto tutta la notte. Sono le dieci e mezza di mattina ma sembra l’alba allo Sherwood Climate Camp, uno dei luoghi del contro G8 universitario. A discutere, far festa o magari il turno di guardia, le ore si fanno piccole e la notte diventa corta. I ragazzi del Cantiere Altro Sviluppo – la nuova sigla che riunisce vari collettivi universitari torinesi e l’Assemblea no Tremonti del Politecnico - si alzano per andare a fare colazione al riparo dall’acqua. Hanno tra i 19 e i 26 anni, più qualcuno fuori quota. Sono studenti o lavoratori precari. Si sentono orfani di una sinistra che non c’è e non riesce a capirli e tutti, per vie differenti, arrivano dall’esperienza dell’Onda. Ma non la mitizzano: ci tengono a precisare che ora siamo in un’altra fase, quella della proposta. Non sono gli stessi che hanno fatto irruzione venerdì al Rettorato, con l´incatenamento simbolico della sua porta, dopo la decisione del rettore Ezio Pellizzetti di chiudere per motivi di sicurezza Palazzo Nuovo (sede delle facoltà umanistiche) nei giorni del Summit. Forse non l’avrebbero fatto, ma certo non condannano l’iniziativa della Rete contro il G8, l’altra anima della protesta, quella che fa riferimento agli autonomi e a Uniriot. Loro hanno, invece, deciso di allestire, sulla riva del Po (giardini Ginzburg, davanti ai Murazzi), un campeggio a «impatto zero»: un modello in contrasto con quella «falsa sostenibilità ambientale» firmata lo scorso anno a Sapporo dalle università del G8, riunite da oggi a martedì a Torino per discutere il contributo degli atenei alla crescita economica e alla difesa del pianeta. «I rettori fanno solo del greenwashing e con un po’ di verde si lavano le coscienze, ma non mettono in discussione il modello di sviluppo, né le disuguaglianze sociali e nemmeno i rapporti economici» dice Andrea Aimar, 23 anni, maglietta bianca e ricci biondi, studente di Scienze politiche. E’ uno degli organizzatori del campeggio e dei dibattiti-workshop che ruotano attorno e si tengono al parco del Valentino. Come gli altri, fa parte della rete di collettivi che col nome di lista Studenti indipendenti è reduce dal successo alle elezioni universitarie: due su tre rappresentanti nel consiglio d'amministrazione. Elezioni che certo crescono di partecipazione, ma riguardano sempre e solo una piccola porzione della popolazione studentesca, il 13%. Tiene Cl, perde l’Udu e l’affermazione di Si è stata letta da molti come una vittoria dell’Onda. O almeno una parte di essa. Perché dall’autunno scorso in poi, il percorso del movimento studentesco non è stato certo senza fratture. Il Cua, il collettivo universitario autonomo, vicino al centro sociale Askatasuna, ha preso la sua strada e gli altri ne hanno imboccata un’altra. Divergenze sulle pratiche e sulla rappresentabilità del movimento. Ma il dialogo tra diversi – sottolineano – continua: «Con la Rete contro il G8 siamo uniti nel contestare il Summit». Però, da subito, il Cantiere ha voluto dare un segnale di discontinuità rispetto alla ritualità di certe mobilitazioni: «Basta con le solite parole d’ordine, tipo “assediamo gli otto”. Noi vogliamo coinvolgere i cittadini e affrontare, partendo dall’Università, la via d’uscita possibile dalla crisi». Quale? Un altro modello di sviluppo. Il mezzo individuato è la decrescita, o meglio – precisano - l’altra economia.

Parlano di conflitto e consenso, di nonviolenza come coerenza tra mezzi e fini e di democrazia diretta. E azzardano la formula «rivoluzione democratica». Temi che riecheggiano Genova e i Social forum. Ma la maggior parte di loro nel 2001 non c’era. Causa motivi anagrafici. Eppure c’è chi come Alice che di anni ne aveva 13 e al corteo no-global andò insieme al papà. Quel periodo può essere allora uno spunto da rilanciare, nulla di più. «Sono cambiate le condizioni – interviene Andrea Polacchi, 26 anni - la crisi non è solo economica ma di valori. Il movimento oltre al compito del conflitto ha pure quello di cercare di cambiare realmente lo stato delle cose. Anche nell’Assemblea universitaria dovremmo noi dettare un’agenda, non la Gelmini». Come Cantiere hanno da poco lanciato il Laboratorio Corsaro e sono in cerca di uno spazio. Lo scopo è andare fuori dal recinto universitario: «Rompere il muro tra formazione e mondo e cercare un confronto con la società» spiega Francesco, 24 anni, studente di Chimica. Al centro di molte argomentazioni, l’ambiente e la critica allo sviluppismo. Si parte da un assunto: «Il sistema capitalista basato sullo sfruttamento delle risorse, del lavoro umano e dell'ambiente non è più sostenibile». Diventa allora indispensabile ribellarsi alla «dittatura» dell'economico. La crisi può essere, infatti, letta come un'opportunità per costruire un mondo fondato sul buon vivere e su economie locali che valorizzino il territorio e l'ambiente. Se ne parlerà questa mattina al Forum Altrosviluppo (Parco del Valentino) con Marco Revelli, Maurizio Pallante e Guido Viale. Per il Cantiere dovrebbero aumentare le opportunità di lavoro nel riutilizzo e nel riciclaggio dei materiali, nelle ristrutturazioni finalizzate all'efficienza e al risparmio, nella diversificazione e nella diffusione su piccola scala della produzione energetica, nelle produzioni sostenibili basate su meccanismi solidali. Parole che possono sembrare astratte in una Torino, simbolo della crisi, in piena cassa integrazione. Ma a dire il vero sono stati gli stessi operai di Mirafiori a lanciare il primo gruppo d’acquisto in una fabbrica. «Bisogna rompere l’antitesi tra difesa dell’ambiente e dell’occupazione. Non sono in contraddizione» aggiunge Andrea Aimar. Dalla teoria alla prassi, quindi. Michele cerca di ridurre gli sprechi lavorando in una cooperativa che porta direttamente a casa del consumatore frutta e verdura. Fulvio ed Elisa, studenti di Agraria si occupano, invece, della raccolta differenziata nel campeggio.

Oggi sarà anche il giorno della Marcia nazionale della degna rabbia, prevista nel pomeriggio. Il motto per Filippo, 19 anni di Lingue è «sperimentare, uscire dalla sceneggiatura». Ecco perché lanceranno la Clown army: «Al posto dei cordoni agguerriti – racconta - ci sarà un’armata di clown e un ariete di gomma piuma. L’obiettivo è irridere l’assurdità di chi ci oppone 150 poliziotti, con lo spreco di risorse che questo comporta». Martedì sarà invece la volta della manifestazione nazionale promossa dalla Rete contro il G8 e da Uniriot. Il Cantiere ci andrà con il proprio spezzone. Eventi separati, ma tra le due anime della protesta le relazioni, talvolta complicate, non si sono mai interrotte, anche se nessuno nasconde le distanze nel merito. Come sulla rappresentanza universitaria. «Si era detto – spiega Helios, 23 anni di Fisica, neo-eletto nel consiglio di amministrazione - che il movimento era irrappresentabile, ma il problema di fondo è che l’Onda è stata incapace di autorappresentarsi. Il concetto di delega è giusto se dietro c’è una partecipazione attiva e costante nelle assemblee. Dando un valore reale e non formale alle istituzioni democratiche». E se altri la pensano in modo diverso? «Per noi, con tutti i limiti, rimangono utili. Sono uno strumento non un fine» taglia corto Elisa.

Leggono Pasolini, Latouche e Wu Ming. Citano Zapata, Gramsci e Gandhi. Non credono in un’idea messianica dell’avvenire e guardano con apprensione e delusione alla frammentazione della sinistra, quella un tempo detta «storica» ora extra-parlamentare. Non piace per nulla «l’involuzione identitaria» di Rifondazione, ma allo stesso tempo viene ritenuto «nato morto» il progetto di Sinistra e libertà, seppur la figura di Nichi Vendola riscontri ancora un notevole consenso. Di Pietro e Pd, invece, non vengono nemmeno presi in considerazione. Per Helios, durante la mobilitazione, si è sentito il peso dell’assenza di una struttura di sinistra con cui interloquire: «Ormai è paralizzata da faide interne e autoreferenzialità. I dirigenti dovrebbero prenderne atto e ritirarsi». C’è un vuoto che sentono e che tentano di colmare con la loro esperienza di movimento. «E’ necessario un processo costituente della sinistra dal basso, che parta da nodi territoriali» dicono in coro. Per le Europee spira aria di sconfitta. Qualcuno fa suo l’appello di Gabriele Polo di «saltare un giro». Ma molti non ci stanno. A votare ci vogliono andare comunque: «Da anni – conclude Diego, lavoratore e militante - mi sento chiuso in una morsa, da una parte le logiche contro degli autonomi e dall’altra il moderatismo del Pd. E anche se posso ritenere giusto le motivazioni del non voto, trovo insopportabile che la sinistra perda una rappresentanza europea».

Da il manifesto del 17 maggio

Gli stabilimenti che camminano

Dentro il corteo, fabbrica per fabbrica

TORINO - Alla Sevel in Val di Sangro hanno fatto fuori tutti i precari, 1.400. A Pomigliano stanno finendo la cassa ordinaria e tremano per le sorti dello stabilimento. Si sono fatti dieci ore di treno per manifestare nella città della Fiat e non vogliono essere l'agnello sacrificale dell'alleanza con Opel. E a Mirafiori non stanno certo meglio. Non si sentono dei privilegiati, anzi sono preoccupati per il loro futuro. Reclamano un piano industriale che non c'è. Salvo la Alfa Romeo Mito, si continua a lavorare su modelli con ormai una certa età, come la vecchia Punto, pronta a trasferirsi a settembre in Serbia. E tanti saluti. Tutti indistintamente lamentano l'assenza di un'informazione interna: «Marchionne si fa bello in giro per il mondo, ma a noi non dice nulla, non ci accontentiamo di un gelido comunicato». L'annuncio della disponibilità a un incontro con le parti sociali dell'amministratore delegato Sergio Marchionne non basta: «Vogliono che gli stabilimenti italiani restino aperti e siano salvati tutti i lavoratori». Per dirlo hanno preso i mezzi pubblici, la macchina o le gambe e sono giunti dal Piemonte come da tutta Italia, dal Lazio alla Basilicata, dalla Toscana alla Lombardia, passando per la Campania e la Sicilia. In 15 mila, dalla porta cinque di Mirafiori fino al Lingotto, hanno sfilato per dire che «da nord a sud la Fiat cresce solo con noi».

I lavoratori dell'Alfa di Pomigliano d'Arco - dove si producono la 147 e la 159 - sono stati i primi ad arrivare ieri mattina. Hanno viaggiato tutta la notte, ma la stanchezza l'hanno conservata per il ritorno a casa. Nei quasi tre chilometri di percorso hanno sprecato tutto il fiato in corpo per urlare che «Pomigliano non si tocca». Mario Di Costanzo è rsu Fiom: «Al ritmo di tre settimane al mese, a novembre ci finirà la cassa ordinaria e saremo più esposti ai licenziamenti. Berlusconi ci ha promesso che la cassa l'avrebbe raddoppiata, ma per ora sono solo chiacchiere». Ma ciò che più preoccupa è la chiusura: «Ci è arrivato un fax dal sindacato tedesco Ig Metall in cui, in vista dell'alleanza con l'Opel, si preannuncia la nostra chiusura entro il 2012». Lo stesso tormento ce l'hanno gli operai di Termini Imerese: «Dovevamo lavorare sulla nuova Ypsilon, ma è stato tutto bloccato» dice Vincenzo Comella, Uilm.

Scorrono gli spezzoni. Il passo non è stanco. Fischietti, bandiere, slogan: i principali bersagli sono il premier Berlusconi e Marchionne, su cui tanti avevano investito speranze e ora si sentano quasi traditi. Quasi, perché non è giudizio di condanna, un'ultima chance gliela danno: «Faccia vedere che è un buon manager e non un politico prestigiatore». Proprio dalla provincia di Chieti, città natale dell'amministratore delegato, arrivano gli operai della Sevel, joint-venture fra la Fiat e il gruppo Psa (Citroen e Peugeot). Temono che l'alleanza con Opel - che inquieta un po' tutti - faccia saltare gli accordi su cui si fonda la loro azienda. Raccontano poi di una situazione difficile, precipitata in pochi mesi: «Fino allo scorso agosto si parlava di nuove assunzioni e investimenti, di 300 mila furgoni all'anno» spiega Donatello Di Loreto. «Invece - aggiunge il segretario regionale della Fiom Nicola Di Matteo - a partire da novembre hanno prima lasciato a casa i precari e poi da dicembre è iniziata la cassa per gli altri, ma i ritmi di lavoro, anche sotto organico, sono rimasti gli stessi». Infine, accusano la Fim di non raccontarla giusta «C'è chi mette in giro strane voci - spiega un ex lavoratore Sevel, precario per 35 mesi - dicono che tutti torneremo a settembre, ci speriamo ma purtroppo non è così. Ci illudono e allo stesso tempo ci negano il diritto alla protesta». Un gruppo della Wcl, tutti Slai Cobas accusano, inoltre, Fiat e sindacati confederali di averli «deportati da Pomigliano a un reparto di confine».

Tra i torinesi il gruppo più numeroso è quello delle Carrozzerie Mirafiori. Seppure Marchionne li avesse rassicurati dai tagli perché vicini al cervello pensante, non dormono sonni tranquilli e non si sentono nemmeno privilegiati. «Il ridimensionamento lo rischiamo pure noi - afferma Ugo Bolognesi, Fiom - da mesi chiediamo un piano industriale ma non otteniamo risposta: i modelli su cui lavoriamo sono ormai vecchi. Notiamo poi che la Fiat si sta disimpegnando in Italia e il governo se ne disinteressa». Ancora dubbi sull'accordo con Opel: «La gamma e il mercato delle due aziende sono troppo simili» commenta Gianfranco Bornese, operaio. E nemmeno l'indotto se la passa bene: Cnh, per esempio, non produce escavatori da mesi.

Da il manifesto del 17 maggio
Sullo stesso numero Resistenza operaia al Lingotto di Loris Campetti

giovedì 7 maggio 2009

Moschea antonelliana

Dopo l'attacco della Lega e le polemiche interne alla comunità musulmana, arriva una parziale tregua sul centro islamico. Ma gli equilibri restano fragili


TORINO - La tempesta sembra passata, ma meglio non abbassare la guardia. L'eco dei cori padani - sotto la sede del Comune - contro la nuova moschea, quella che secondo il popolo delle camicie verdi porterebbe spaccio e terrorismo, è ancora vivo e le ferite, in seno alla comunità musulmana, sono latenti. In un condominio a due passi da Porta Palazzo, Abdel Aziz Khounati percorre lo stretto marciapiede che costeggia il cortile del suo centro islamico, la Moschea della pace. Ti accoglie con un sorriso e non sventola nessuna palandrana come nelle più barocche descrizioni dell'europarlamentare della Lega Nord, Mario Borghezio. Si ferma fuori dalla porta: «Qui davanti - dice - il venerdì è tutto pieno per la preghiera, perché all'interno non riusciamo a starci. Cento metri quadrati per mille persone sono troppo pochi. Il problema principale dei luoghi di culto torinesi è, infatti, la condizione in cui si trovano; spesso sono ricavati in magazzini o garage». Se tutto andrà come dovrebbe, a novembre, dopo un lungo iter che ha rispettato ogni norma vigente, si trasferirà nel più ampio e decoroso stabile di via Urbino, in Borgo Aurora. E conosciuta la notizia, sulla Padania hanno incominciato ad agitare lo spettro di un minareto tanto alto da oscurare la Mole Antonelliana.

«Una sala preghiera, una biblioteca, un centro culturale per il dialogo interreligioso e anche un luogo per feste e riunioni, aperto a tutta la cittadinanza» spiega l'imam Khounati illustrando il nuovo progetto. Sarebbe così la quarta moschea formalizzata in Italia dopo quelle di Roma, Milano e Palermo. I nuovi locali, in tutto 1200 metri quadrati (attualmente c'è un magazzino di arredi orientali), sono stati acquistati grazie al finanziamento del governo marocchino: un miliardo e duecento milioni di euro dal ministero per gli Affari religiosi. Tutto alla luce del sole, perché la Moschea della pace si è costituita come Onlus e quindi i bilanci sono pubblici. Ma è stata la scintilla che ha riportato sulle barricate la Lega Nord, sollecitata prima dalla denuncia preventiva alla polizia di Souad Sbai, parlamentare del Pdl di origine marocchina, a proposito della ambigua raccolta fondi delle moschee torinesi, e poi dal pungolo del poeta Mohammed Lamsuni, detto il «professore», già comunista ora islamico laico moderato, che vorrebbe «una moschea libera e indipendente, non guidata da Rabat o imam fai da te» e ha lanciato il sospetto - presto smentito - che ci fossero fondi pubblici anche dagli enti locali (Regione, Provincia, Comune). E, allora, è andato a bussare alla porta di Borghezio. Un assist perfetto: quest'ultimo non c'ha pensato due volte e ha convocato d'urgenza una conferenza stampa per lanciare l'allarme su «quanto possa nascondersi dietro ad apparenti finanziamenti innocenti». Sottolineando poi: «Non hanno soltanto finalità religiose, ma spesso sono strumento di riciclaggio e di attività terroristiche». Al seguito del fronte anti-moschea, anche i mai domi Comitati spontanei di Carlo Verra, smaccatamente destrorsi. La bagarre si è poi spostata in Consiglio comunale il 27 aprile, dove il Carroccio ha chiesto un referendum contro la moschea, bollato dal sindaco Sergio Chiamparino come incostituzionale.

«Il percorso che si sta facendo a Torino - precisa Ilda Curti, assessore alle Politiche per l'integrazione - è volto a dare piena cittadinanza a una minoranza religiosa (la prima numericamente in Italia) in un paese in cui la libertà religiosa è garantita dalla Costituzione. Principio, che non mi pare sia stato abolito per decreto, ancora». Sono 23 mila gli abitanti di origine marocchina residenti in città, 30 mila i potenziali fedeli musulmani. La Moschea della pace, uno dei nove centri islamici, oltre ad essere un punto di riferimento della comunità marocchina è stata negli anni luogo d'incontro per iniziative di dialogo con altre realtà laiche e religiose. Lo stesso Khounati, tra l'altro membro del Comitato Interfedi Olimpico, ha sempre condannato ogni forma di violenza e terrorismo e l'Umi l'Unione Musulmani in Italia (da non confondere con l'Unione dei Musulmani d'Italia di Adel Smith) ha marcato più volte le distanze dalla più fondamentalista Ucoii cercando una migliore integrazione. Khonuati, studi scientifici, un buon italiano e 20 anni di vita torinese, preme molto sul cammino trasparente che hanno intrapreso per essere formalizzati: «Chi lo rifiuta vuole che l'islam continui a restare nascosto, nei garage e nelle cantine». Già nella richiesta di parere urbanistico avevano specificato la destinazione, «luogo di culto», senza mascherarlo da associazione culturale. Dal fronte anti-moschea dicono che la preghiera dovrebbe essere in italiano. «La facciamo da tempo, in doppia lingua arabo e italiano». Mustafa Kobba ex membro Consulta stranieri, insieme a Lamsuni nella famosa conferenza, ha chiesto che gli imam si formino in Italia, sostenendo che quelli «fai da te» siano pericolosi: «Siamo d'accordo - afferma Khounati - in collaborazione con la Coreis (Comunità religiosa islamica) e alcuni docenti universitari, l'Umi ha organizzato già due seminari per responsabili moschee. Il terzo sarà a giugno». Nello statuto della loro onlus si specifica come l'imam oltre ad essere eletto da un consiglio direttivo debba essere persona di profonda conoscenza della religione musulmana e della società e cultura italiana.

Ma allora la comunità musulmana è veramente spaccata? «Io vengo da Porta Palazzo - dice Ilda Curti - ed è una situazione che conosco bene. E' un mondo complicato e difficile, non parla all'unisono, ma le diversità sono fondamentalmente politiche. Quelli che oggi si autoproclamano rappresentanti e islamici moderati, dieci anni fa erano in prima fila accanto alla parte più intransigente dell'islam torinese nell'avversare l'apertura del centro italo-arabo Dar Al Hikma, promosso da intellettuali laici italiani e medio orientali». L'onorevole Sbai ha, inoltre, denunciato - citando la lettera di un giovane musulmano - gli appelli alla Jihad e gli insulti al Papa nelle moschee torinesi. I centri, che qualcuno aveva visto in subbuglio dopo le polemiche, hanno fatto invece muro comune contro le accuse, rigettando le strumentalizzazioni e invitando le persone che «la sparano grossa» a venirli a conoscere. Khounati, intanto, immagina la sua moschea come luogo «in armonia con la città» di cui tutti possano beneficiare: «Vogliamo un islam italiano, noi ci sentiamo torinesi e non cerchiamo un ghetto. I nostri figli vanno nelle scuole pubbliche e auspichiamo un'intesa con lo Stato italiano, come le altre fedi religiose». Del progetto, il poeta Lamsuni ne contesta però la forte identità marocchina e poco transazionale. Lo difende, invece, l'assessore Curti: «Nessuno ha mai pensato che dovesse rappresentare tutti. E' un pezzo di comunità che ha intrapreso un cammino di trasparenza e di interlocuzione con le istituzioni».

Il capitolo più contestato è quello dei finanziamenti ricevuti dallo stato marocchino. «L'Italia non finanzia luoghi di culto, allora ci siamo rivolti al ministero marocchino. Non è stata una donazione a scatola chiusa, bensì un iter lungo». Sull'argomento è intervenuto anche il sociologo Renzo Guolo sottolineando come ciò sia la logica conseguenza delle nostre scelte politiche: «Oggi per gli immigrati non esistono percorsi di cittadinanza, di italianizzazione, ed è dunque normale che nascano moschee per stranieri che in qualche modo si sentono vincolati non tanto dallo Stato dove vivono ma da quello dal quale provengono». Per Ilda Curti: «Il finanziamento risponde al nuovo corso del Marocco, è rivolto ai i marocchini della diaspora in Europa, non tanto in modo diverso da come sia successo per altri paesi di grande emigrazione. Il ministro con delega per i connazionali all'estero, Mohammed Amer, è venuto in visita a Torino, Roma e Milano. Ha sottolineato come il Marocco stia cambiando, a volte all'insaputa degli immigrati. Si sta riformando e modernizzando. Chi spesso è partito alla volta di Spagna e Italia veniva da zone rurali, più povere, con meno strumenti culturali. Se non lo si accompagna ad avere un rapporto sano con le istituzioni diventa un soggetto a rischio, un humus per predicatori "fai da te"». Ora la maggioranza di Chiamparino si trova a gestire una nuova crisi, sorta dopo la discussa fusione tra la super municipalizzata ligure-piemontese Iride e l'emiliana Enìa, che ha visto il voto contrario della sinistra (Sd, Prc, Idv) perché considerano l'accordo un primo passo verso la privatizzazione dell'acqua, un bene comune inalienabile.

E il frastuono sulla moschea sembra essersi allentato. Forse, è il miglior momento per conoscere una realtà diffusa e ampia che abita una Torino fortunatamente multietnica.

Da il manifesto del 7 maggio

mercoledì 6 maggio 2009

Sicurezza improvvisata nella testimonianza dell'ispettore e del perito

TORINO - Tanti nuovi tasselli che descrivono una fabbrica allo sbando. Da settembre in poi, al ritorno in azienda con la chiusura ufficializzata dello stabilimento, gli operai della Thyssen si trovarono di fronte a una situazione davvero critica, che le testimonianze di ieri al processo in Corte d'Assise rappresentano bene. Riunioni farsa sulla sicurezza, tagli alle pulizie e alla manutenzione, incuria e capiturno non preparati ad affrontare il rischio di un incendio. Come Vincenzo Sabatino, a cui - tre giorni prima del rogo del 6 dicembre 2007 - fu affidata la responsabilità della squadra d'emergenza. Il personale calava e la figura del capoturno veniva ricoperta da una sola persona, a rotazione. «Quando non restò più nessuno - ha raccontato - chiamarono me ed altri tre colleghi». Alla domanda se si sentisse in grado di fronteggiare i rischi ha risposto «no, e pensavo che in azienda lo sapessero».

Fra i capiturno c'era anche Rocco Marzo, una delle vittime. Era a poche settimane dalla pensione: considerato un lavoratore esperto, non aveva però una formazione antincendio. Nemmeno gli altri operai della linea 5, morti tra le fiamme, ce l'avevano. Solo Antonio Schiavone, un'infarinatura teorica. A rivelarlo, Michelangelo Visentin, ispettore Asl, teste al processo, che ha sottolineato come gli addetti all'emergenza, negli ultimi due anni fossero scesi da 36 a 9. Secondo le verifiche effettuate dal luogotenente della Guardia di finanza, Piercarlo Cappellino, nel 2007 si era, inoltre, registrato un crollo di ore di pulizie e di spese per la manutenzione relativa alla sicurezza antincendio (31 mila euro in meno): «Se negli anni precedenti erano molteplici le ricariche di estintori, soprattutto da 45 chili, dal luglio 2007 quest'ultime sono praticamente sparite». A proposito delle riunioni di sicurezza, Gianluca Donadio, ex operaio, ha raccontato che spesso lui e i suoi colleghi firmavamo soltanto il foglio di presenza perché «ci dicevano che tanto le cose le sapevamo». Erano, invece, diverse le problematiche che si sarebbero dovute affrontare: «Gli aspiratori non erano sufficienti, le campate piene di fumo, il tetto bucato e i cavi scoperti. Sono stato in cassa nell'estate e quando sono rientrato mi sono accorto che mancava parecchia gente e tanti andavano in altri reparti senza sapere dove mettere le mani».

Massimo Zucchetti, ordinario di Sicurezza e Analisi di Rischio, è il perito delle parti civili. Il 28 aprile scorso ha depositato una relazione di 60 pagine che ricostruisce l'evento, identifica le cause e le responsabilità di un disastro annunciato. «La linea 5 - ha sottolineato a margine del processo - pur funzionando oltre i normali regimi di produzione, violava ogni norma di sicurezza: il fondo dell'impianto era pieno di olio, ovunque c'erano residui di carta oleati e i piccoli incendi erano costanti, mentre gli estintori scarichi. L'impianto presentava malfunzionamenti da usura e scarsa manutenzione». L'unico obiettivo dell'azienda era chiuderlo e spostarlo a Terni: «Ecco perché - precisa - non era mai stato adottato un sistema automatico di spegnimento». Le squadre di sicurezza e antincendio erano insufficienti o inesistenti: «Erano costitute da personale che non aveva completato l'addestramento antincendio previsto dalla legge e tra gli operai era fortemente radicato il concetto che loro per primi dovessero sopperire a qualsiasi problema evitando di interrompere la produzione». L'analisi di Zucchetti si sofferma, infine, sul fatto che al momento dell'incidente i sistemi di sicurezza automatici che segnalavano la presenza di carta spuria erano esclusi manualmente o addirittura guasti. E non esisteva un sistema di rilevazione incendi.

Processo Thyssen, diciassettesima udienza
Da il manifesto del 6 maggio

lunedì 4 maggio 2009

Bus numero 4, il rap scende qui


I Pazzi Boys sono la faccia nuova della metropoli multietnica. Una band formata da quattro ragazzi marocchini e un italiano. Il sogno di "Uniti insieme", primo disco pronto per fine anno

TORINO - Il quattro è quello che macina più chilometri di tutti. Non corre come altri su vecchia ferraglia, ma su binari nuovi, taglia in due il capoluogo per poi unirne, in 18 chilometri di percorso, le periferie post-industriali. E sopra ci viaggia un mondo, ci passa la Torino multietnica, che, per una città che ogni tanto si sente ancora un grande paese, è lo spaccato che la fa sembrare metropoli con tutti gli aspetti positivi e negativi conseguenti. Il quattro non si ferma, corre sempre, da Mirafiori a Falchera, passando per il centro e per Barriera di Milano. Magari capita di incontrare Driss, Yassine, A.Younes, Kamel, Antonio, Erika o Laura. I protagonisti di questa storia che non ha nemmeno un anno e parla di cultura e integrazione. E, soprattutto, suona rap. Non si tratta solo di infatuazione per rime o pantaloni larghi, ma di un germe profondo, difficile da debellare. Se quando vai in macchina rappi, se lo fai pure a scuola, per strada o al lavoro, da qualche parte dovrà manifestarsi. Allora canti quello che vedi, quello che senti e quello che vorresti cambiare: il quotidiano – lo sballo, la noia, la gente, le ragazze -, il razzismo che ti fa schifo e le guerre che non sono poi così lontane.

Questa è la storia di un gruppo hip-hop di Barriera, il quartiere che le pagine di cronaca amano raccontare per violenza ed emarginazione. Cinque ragazzi, quattro marocchini e un italiano, che a questo stato di cose non ci stanno e hanno dato vita ai Pazzi Boys. «Un nome semplice per dire che non scendiamo a compromessi» spiega Younes, felpa e cappellino alla rovescia, 20 anni, da 11 mesi in Italia e già due dischi incisi in Marocco, dove il rap è una realtà vivace. Tutto inizia a bordo vasca – era il luglio dello scorso anno - tra il verde della piscina della Colletta, all’estremità di Vanchiglia, altro storico borgo operaio, un paio di isolati più in là dalla tratta del quattro. Qui si incontrano Yassine, 21 anni e un lavoro da magazziniere, Driss 20 anni (da 9 in Italia) studente di ragioneria, e Younes. La scintilla non può che essere il rap: una rima tira l’altra, improvvisano, in gergo fanno «freestyle». Se la cavano bene. E a casa di Younes (che si firma sempre con un A puntata davanti al nome) registrano un pezzo, Casino. Basta un computer e un programma come Magix o Aphex studio e si fanno miracoli. Il testo del brano prende spunto dal quotidiano, dal loro vissuto: «In una giornata si è sempre presi da mille cose e alla fine non ci si accorge di chi abbiamo vicino, di ciò che è veramente importante» precisa Driss, sintetizzandone il senso. E cantano, da subito, in italiano: «Vogliamo che il nostro messaggio arrivi alle persone, diretto senza fraintendimenti». Per togliere, così, un’arma ai più stupidi pregiudizi: «Ci sono quelli che quando parliamo arabo immaginano sempre si stia tramando alle loro spalle». Ma nei ritornelli la lingua madre ritorna e ritmi e melodie si contaminano, maghrebini, americani, europei. Frullano tutto nella loro «patchanka mediterranea». Al gruppo si aggiunge Kamel, 27 anni.

La vera tappa fondativa avviene, però, a gennaio e per viverla bisogna risalire sul quattro, verso Falchera, dove si è svolto un laboratorio hip hop all’interno del progetto di scambio fra i giovani della circoscrizione 6 e quelli di Bagneux, sobborgo parigino. Ecco, l’incontro con Antonio, che da ragazzino aveva suonato in una band rock ma la sua passione è il rap. Vista l’occasione, una sua amica gli ha detto: «Provaci, almeno la finisci di cantare solo in macchina». E così, a 29 anni, si è buttato in questa nuova esperienza. Di giorno, fa il consulente informatico; arriva da Matera ed è da sempre in giro per la penisola. I ragazzi si trovano al centro El Barrio, sede del laboratorio: lo scopo è realizzare un brano hip hop, in italiano e in arabo, per raccontare la vita del territorio, i luoghi e le persone. Nasce Gente estrema, che li ha portati qualche settimana fa a esibirsi a Bagneux. Giocano con le parole, con la metrica per comunicare quello che sentono, cantano: «Non sono razzista, non sono fascista. C'è lo straniero buono e quello cattivo». Antonio spiega: «Arrivo dal Sud, mi sconvolge pensare che siano proprio i vecchi immigrati meridionali i primi ad opporsi all’integrazione». I Pazzi Boys raccontano la vita di Barriera, ma parlano anche della guerra in Palestina, delle bombe al fosforo e della sofferenza patita dalla popolazione di Gaza. Parlano pure di religione, perché non sia un ostacolo. Si muovono dal particolare all’universale, a ritmo di rap.

Lungo l’ormai mitica tratta del quattro, conoscono Erika, che ha lavorato a Falchera (dove abita) e ora, a Barriera di Milano, è responsabile del progetto «Intrecci di cultura» per il consorzio Kairos ai Bagni pubblici di via Agliè. Proprio ai Bagni, i Pazzi Boys si esibiscono il 30 marzo e qui – tra vasche e docce - vogliono allestire una sala prove. «Così liberiamo la cameretta di Younes, per incidere il nostro primo disco». Uniti e insieme, pronto per fine anno: 13 brani, da Torino nera a Che male c’è, dove rappano: «Giudizi che colpiscono e fan male, etichette poste senza una ragione. / Pesanti da assorbire nei volti della gente che ti schiva. / Associando / in modo anche arrogante / una razza di episodi andati di rovescio. / E a fare di tutta l’erba / un grande fascio. / Non lascio che resti qui zittito ad aspettare. / Ho una voce per parlare / non un sogno da ammazzare». Arabo e italiano si intrecciano, la musica è contaminata dalle radici dei vari membri e dai diversi background. Bassi Maestro per Antonio, La Fouine (rapper francese d’origine marocchina) e i Fnaire di Marrakech per i più giovani. «Lo stile che ci è più vicino – dice Yassine - è quello crunk». Genere, che se vai a scoprire, è nato nella patria del rock, Memphis, ed è caratterizzato dalla presenza di fischi o speciali beat potenti. «Noi facciamo hip hop anche ballabile, cantato a tratti lentamente e molto ritmato dal punta di vista elettronico».

Sono i ragazzi di Barriera di Milano. Quella porzione di Torino che si estende nella periferia nord-est della città e che i media a caccia di scoop raccontano spesso come la banlieue infuocata. Da Tossic Park, ai piromani delle auto incendiate, dalle violenze in strada o domestiche alle agguerrite ronde. I problemi ci sono e da sempre. Nessuno li nasconde. Ma non c’è solo questo. C’è anche una realtà vitale, che si ribella e dice quello che pensa. E prova a fare dell’arte un veicolo di integrazione. «Sarebbe facile fosse tutto etichettabile con qualche responsabilità straniera» spiega Erika, che ai Pazzi Boys fa un po’ da manager. «Barriera, a differenza di Porta Palazzo o San Salvario, non è un quartiere d’ingresso, ma di stabilizzazione. Le famiglie vengono qui per fermarsi». L’immigrazione attuale sta ripercorrendo le tappe di quella meridionale negli anni Sessanta. Dopo aver occupato gli spazi più permeabili e raggiungibili, le zone centrali della città, vicine alla ferrovia o ai grandi mercati, una volta ricomposto il nucleo familiare, gli stranieri si spostano dove i costi sono più contenuti e le condizioni migliori, come in periferia. La memoria italiana però è corta e il razzismo in ebollizione. «Sui giornali – aggiunge Erika - fanno paragoni con le banlieue francesi, ma, invece, sono gli stessi stranieri che qui non vogliono scatenare il conflitto sociale. Circoscrivono il razzismo, e alla fine dicono che gli italiani non sono tutti così, di bravi ce ne sono». E Driss e gli altri hanno subito atti razzistici? «Sì e no – dicono i ragazzi – ma li vediamo spesso, soprattutto sul tram». Dove le distanze si assottigliano. Ecco, anche il nostro beneamato quattro da luogo della contaminazione può trasformarsi in quello dell’intolleranza. «Vedi le persone che tengono strette le borse o quando chiedi un’informazione non ti rispondono e ti guardano con sospetto. Soprattutto gli anziani». A Barriera è solida la comunità maghrebina, molti arrivano da Khouribga, a sud di Casablanca. Come Younes, che lì era protagonista della giovane scena rap e con il suo gruppo aveva girato due videoclip.

E anche i Pazzi Boys sono pronti a sbarcare sullo schermo. Dietro alla macchina da presa, Laura Halilovic - l’ultimo dei personaggi della nostra storia che corre lungo la linea quattro -, 19 anni, giovane regista di origine rom, vincitrice nel 2007 del festival Sottodiciotto con il corto Illusione. Come Erika, abita a Falchera e con i rapper di Barriera ha sentito subito una comunanza di intenti: «Sono ragazzi che vogliono comunicare, lanciare messaggi, guardarsi intorno». E il quattro sarà una delle location del videoclip di Gente estrema. Laura, intanto, ha appena girato il documentario Io la mia famiglia rom e Woody Allen. Che c’entra l’autore di Manhattan? «Fu lui che all’età di 9 anni mi folgorò. Dissi a mia mamma che volevo diventare come Woody. Lei rise». Con il suo ultimo lavoro vuole far conoscere il popolo rom, oltre gli stereotipi. «I rom, o come vengono chiamati con un tono dispregiativo gli zingari, per la maggior parte vivono nelle case, i loro figli vanno a scuola, a differenza di quello che tutti credono. Solo alcuni vivono girando come facevano una volta». Le cose stanno un po’ cambiando: «C’è chi ha aperto gli occhi. Ma ci sono ancora troppi pregiudizi».

Da Alias, inserto de il manifesto del 3 maggio