venerdì 5 settembre 2008

«La fine del fordismo? Venite in fabbrica a vedere»

TORINO - Sembra che ci sia un mondo che dimentichi sistematicamente il lavoro, ma i lavoratori quel mondo non lo dimenticano. C'è il vissuto e la rabbia in chi parla, ma c'è anche uno sguardo che va oltre: alle condizioni dei propri simili in ogni parte del globo. E' questo lo spirito del forum di Sbilanciamoci, apertosi ieri; è questo lo scopo del nuovo sindacato come dice Giorgio Airaudo della Fiom: «Difendere i salari ed esportare i diritti, battersi per l'ambiente e contro la precarietà». E c'è chi addirittura parla di sogni di «un mondo più giusto» come Nina Leone, rsu alla carrozzeria di Mirafiori. Ma poi c'è il dramma della realtà: «E' il peso del precariato che ti porta a sbagliare» sbotta Giovanni Pignalosa, rsu Thyssenkrupp, che a 38 anni, in quella terribile notte di dicembre, era il secondo più anziano dopo Rocco Marzo, la quinta vittima della strage. Questo, per dire quanti giovani c'erano in quella fabbrica, con contratti temporanei e poca formazione.

Sono voci raccolte in assemblea a Torino, nella sede della quinta lega Fiom: un incontro, introdotto da Giulio Marcon, portavoce di Sbilanciamoci, con gli operai di Fiat e Thyssen. Finalmente, si parla di lavoro: «E' stato eliminato dall'agenda pubblica, sembra che il conflitto sociale non esista più, invece riguarda milioni di persone» sottolinea Lucio Zola di Lunaria, una delle associazioni che organizza la contro-Cernobbio torinese. «Dicono che il modello taylorista-fordista è stato superato. Vengano in fabbrica, il lavoro alla catena di montaggio non è tanto diverso da quello di Chaplin in Tempi Moderni» spiega Ugo Bolognesi, Fiom Mirafiori, che aggiunge: «Non ci sono più stati morti nello stabilimento, ma aumentano le malattie da sforzo ripetuto». «E così a 50 anni non vedi l'ora di andare in pensione o magari sperare in una mobilità» dice Nina Leone.

A Torino sono 75 mila le persone impiegate nell'industria dell'autoveicolo. Solo poco tempo fa sembrava non esistessero. Il sindaco Chiamparino parlava di rilancio olimpico, di turismo, in un'ottica di dopo Fiat. Poi c'è stata la tragedia Thyssen, e si sono riaccorti delle tute blu. «E quello non era il posto con le peggiori condizioni lavorative - commenta Fabio Carletti, Fiom - c'era, a differenza di altre realtà, ancora una rappresentanza sindacale». Era un'azienda però che faceva «dumping sociale», aggiunge Airaudo: «Ci sono benefit per i capi del personale che risparmiano a scapito della sicurezza». La Thyssen ha ispirato La fabbrica dei tedeschi di Mimmo Calopresti, che a Venezia si è sperticato in elogi a Renata Polverini, segretaria Ugl, un sindacato che nell'azienda torinese non esisteva. Pronta la risposta di Airaudo: «Dispiace che Calopresti non veda anche il sacrificio dei delegati Thyssen. Certo, la Polverini la si può incontrare a Venezia o a Roma e non tra i metalmeccanici torinesi».

mercoledì 3 settembre 2008

Micah P. Hinson - And the Red Empire Orchestra (2008)

Starà anche sulle spalle dei giganti. Su quelle di Cash, Dylan e Waits, ma il piccolo Micah – 27 anni, nato lo stesso giorno in cui Ronald Reagan venne colpito in un attentato (30 marzo 1981) - può già guardare in alto. Nonostante i dolori alla schiena, i tormenti dell’animo e quelli della vita. Ora al terzo disco con la Red Empire Orchestra affina il suo talento, meno rude rispetto all’esordio e più elegante. Ma che non fosse un semplice nano - come tutti noi - lo si capiva dal primo album, per quella voce calda e maledetta, che lo fa sembrare, nel suo corpo gracile e imberbe, molto più vecchio di quello che è.

E non è solo un fatto di corde vocali: in lui cova tutto il germe di una tradizione americana “sad and beautiful”, triste e splendida. Il suo recente passato parla di dark lady che ti strappano il cuore, di notti in cella, di psicofarmaci e di un padre integralista cristiano che non ti vuole più vedere. Di contorno c’è la provincia americana, il Texas e la noia: quei sapori western che emergono nel brano di apertura Come home quickly darlin’, in una bassa fedeltà che pian piano si fa più ariosa, rivelando il registro orchestrale di buona parte dell’album. I colori sono sempre accesi, i sentimenti forti, ma i tratti rimangono sobri ed essenziali. When we embraced, banjo e voce, è la perfezione della semplicità, ma è in I Keep Havin’ These Dreams, con il suo tappeto d’archi, che si rivela il nuovo Micah. Non si dimena più come una volta, ma certo non si risparmia con la voce: come quando questa si spezza, si accende o si fa drammatica in The Fire Came Up To My Knees. Va poi a scoprire i giganti del passato: in We Won’t Have to be Lonesine c’è Dylan, in Throw The Stone ma ancor più nella splendida e finale Dyin’ Alone c’è Cash.

Un po’ di serenità l’ha raggiunta - ad un concerto a Londra ha chiesto la mano alla fidanzata Ashley - ma ancora una volta I’album è nato dal tormento. Dopo l’ultimo tour si trovò a casa con la schiena che scricchiolava e mille incertezze sul futuro. Così la musica si è fatta catarsi, ma senza nulla di paradisiaco: “I’m not afraid of suffering or pain, I’m afraid to die alone” sono le parole finali del ragazzo del Texas, sempre più intenso.

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martedì 29 luglio 2008

Pitchfork, l'indie-tivì


Dimenticate Youtube ma dimenticate anche Mtv. A Chicago è nato qualcosa di diverso. La webtv di Pitchfork punta ad un’alta definizione video e a scoprire il sommerso, non a sponsorizzare il mainstream. Il parallelo più consono è quello con John Peel e le sue sessions alla Bbc. Certo l’epoca è diversa, qui siamo immersi nel digitale. Ma gli intenti di ricerca sono gli stessi.

Costola della rivista Pitchforkmedia, che da piccola fanzine di provincia è diventata il principale punto di riferimento per la musica indipendente, la tv è stata inaugurata da un live dei Radiohead con Thom Yorke alla batteria. La logica è quella del flusso televisivo, attorno al quale si organizza un’offerta ampia. Basta un clic e ci si imbatte in un’esibizione dei Liars o in un film sui Pixies o su John Cage, passando per un live alla Columbia University dei Vampire Weekend. Ovviamente, un’intera sezione è dedicata ai video dei gruppi indie che non troverebbero spazio nelle tv ufficiali. Documentari, reportage, interviste, programmi monografici e poi ci sono i live dalla terrazza di Pitchfork: qui il riferimento con le Peel Sessions è immediato.

Perché tanta libertà di sperimentazione? Pitchfork è un progetto indipendente, senza condizionamenti né finanziamenti esterni. Così è nato il magazine e così si è conservato fino all’arrivo della tv: un canale on demand, che si può vedere tranquillamente a tutto schermo. Era ora, anche il pianeta “indie” adesso ha la sua tv.

venerdì 11 luglio 2008

Vijay, lasciato morire dal padrone perché clandestino

VIADANA - Morire sotto il sole cocente, morire senza che nessuno ti soccorra, morire come un impiccio per il capo che non vuol far sapere che tu per lui lavori in nero. Così Vijay Kumar, indiano di 44 anni, se n'è andato il 27 giugno scorso, ucciso dalla fatica dei campi, dal caldo e dall'indifferenza. È successo nelle campagne di Viadana, cittadina ricca della pianura mantovana, a due passi dal Po. Solo ieri mattina sembrava una morte - tragica - ma senza troppi misteri, fino a quando non è venuta alla luce una brutta e inquietante storia di sfruttamento e caporalato. Ed è scattata una denuncia per omicidio colposo nei confronti del produttore ortofrutticolo Mario Costa.

Vijay era in Italia da sette o otto mesi, clandestino anche per gli effetti distorti della Bossi-Fini. Due settimane fa, venerdì, mentre lavorava nella frazione Salina in un campo di meloni - che insieme alle angurie sono il frutto più tipico di questa redditizia campagna padana -, è stato colto da malore. In mezzo a un appezzamento di terreno, sotto un sole che brucia e con la fatica che ti toglie il fiato. A un certo punto, dall'alto, scatta un ordine, rivolto ai colleghi, braccianti come lui: spostate Vijay, portatelo in un altro luogo, insomma toglietelo di mezzo. Il comando arriva dal padrone dell'azienda. Tra i lavoratori si scatena il panico. La strada è lontana, dove portarlo? Servirebbe un'auto, chiamano con i telefonini, ma il tempo passa e Vijay sta sempre peggio. Rintracciano un connazionale a Suzzara, che dista almeno una ventina di chilometri da Viadana. Quando la macchina arriva in via Bordenotte, vicino al campo, sono ormai passate due ore: un'agonia terribile per il cuore di Vijay, che non ce la fa più a reggere. Lo portano in una zona alberata - il lavoro sporco è finito - e lì lo lasciano. Qui, vicino a un fosso, è stato ritrovato, senza speranze e ormai morto.

Questa storia è venuta alla luce solo ieri, per dieci giorni si è raccontato che Vijay fosse morto per il caldo, mentre si aggirava solitario in campagna. Intanto, gli inquirenti svolgevano i primi accertamenti. Gli sviluppi sono stati clamorosi. Mercoledì è scattato il blitz di carabinieri nell'azienda di Mario Costa. Il proprietario è stato denunciato per omicidio colposo, ma nei guai è finito anche il presidente della cooperativa Facchini Vitelliani di Viadana per aver fornito all'azienda manodopera in modo irregolare. Nell'operazione sono stati identificati quattro lavoratori extracomunitari occupati in nero, tre dei quali senza permesso di soggiorno. Ma il documento è stato richiesto d'ufficio per motivi di protezione sociale; sono ritenuti, infatti, testimoni della morte di Kumar. Oltre che di omicidio colposo, Costa dovrà rispondere di impiego di manodopera clandestina e dovrà pagare una multa di 90 mila euro per utilizzo di lavoratori in nero. E la procura di Mantova potrebbe contestargli anche l'omissione di soccorso.

A Viadana la tragedia di Vijay Kumar è stata molto sentita. Ventimila anime, delle quali oltre due mila stranieri. Un polo chimico avanzato, un'industria agricola moderna e un tessuto imprenditoriale vivace (1300 aziende). Vanta poi il tasso più basso di disoccupazione di tutta la Lombardia, l'1,6%. «Un'isola felice - la descrive il sindaco Giovanni Pavesi (Pd) - anche per l'integrazione, i matrimoni misti sono all'ordine del giorno e tra poco verrà istituita la Consulta per migranti». Le storie di marginalità e sfruttamento parevano lontante: uno dei sentimenti più ricorrenti è, infatti, lo stupore. Il lavoro nero sembrava un fenomeno più che marginale, «al massimo stagionale», d'estate nei campi di meloni. «In un contesto di piena occupazione - sottolinea Pavesi - c'è bisogno di manodopera e si fatica a recuperarla. E poi ci sono i problemi burocratici, ci vuole troppo tempo per avere un permesso di soggiorno, ma sul rispetto della legalità da parte delle aziende non si possono fare sconti». A dirla tutta, la cooperativa coinvolta non aveva una grande reputazione: «Aveva già ricevuto delle multe - spiega Cristiano Ferrarese, segretario della locale Camera del lavoro - ma poi non se n'era fatto niente. Ora, come sindacati lanceremo delle iniziative, che vadano oltre la solita commozione e cerchino di fare qualcosa di concreto».

lunedì 30 giugno 2008

Adem - Takes (2008)

Una volta c’erano le cassette, magari detestate per la bassa fedeltà ma in grado di raccontare un mondo. Più che duplicare, facevano biografia. Ora, in epoca digitale ormai inoltrata, al suo terzo album, Adem Ilhan sembra volerne raccogliere l’eredità. In Takes, il talentuoso cantautore inglese d’origine turca (già membro dei Fridge), taglia, cuce e personalizza le sue canzoni preferite, rileggendo dieci anni di indie-rock, dal 1991 al 2001. Smussa gli angoli degli originali e ne coglie l’essenza. Bastano voce, chitarra, piano, violino e inserti elettronici per un disco di cover eterogeneo e sorprendente.

Si va da Bedside Table Chef che fa proprio lo stile lisergico dei Bedhead, ma in una veste ancor più crepuscolare, a Oh my lover di Pj Harvey, per arrivare all’intima Slide di Lisa Germano. Dalla quarta all’ottava traccia Adem non sbaglia un colpo: la soffice melodia ritmata di Loro dei Pinback di cui conserva i cori, la splendida Hotellounge dei dEUS, l’eterea To Cure A Weakling + Boy/Girl song liberamente ispirata ad Aphex Twin e i crescendo di Starla degli Smashing Pumpkins. L’ipotetico lato B del mix tape si chiude con l’elaborata Gamera dei Tortoise, Unravel di Bjork (senza troppe smancerie), la disinvolta Invisible Man dei Breeders e la raccolta Laser Beam dei Low. Da autore a interprete, Adem non perde un centimetro della sua stoffa.

sabato 3 maggio 2008

Il puzzle multietnico

TORINO - Se vai a San Salvario una delle cose che ti sorprende sono i citofoni. Accanto ai portoni, le pulsantiere sono un melting pot di cognomi piemontesi, africani, filippini e meridionali. A Porta Palazzo invece è tutto più omogeneo: stranieri e italiani rimangono separati.
Questi sono i due grandi quartieri d’ingresso di Torino, ma tutta la città viene pian piano coinvolta dai fenomeni migratori.

l’esperto
«Lo spazio pubblico è sempre in trasformazione, indipendentemente dalla presenza straniera, che è comunque uno dei fattori della sua evoluzione», spiega Alfredo Mela, docente di Sociologia urbana al Politecnico di Torino, che si occupa di spazi della multiculturalità. L’immigrazione attuale sta ripercorrendo le tappe di quella meridionale negli anni ’60. «Quando gli stranieri arrivano – continua -, occupano gli spazi più permeabili e raggiungibili, le zone centrali della città, vicine alla ferrovia o ai grandi mercati». Dopo una prima localizzazione, una volta ricomposto il nucleo familiare, gli stranieri si spostano dove i costi sono più contenuti ma le condizioni migliori, come in periferia, e iniziano ad appropriarsi degli spazi pubblici della città, gli stessi utilizzati dagli italiani. La domenica il Valentino è sempre più frequentato da famiglie di immigrati.
Ci sono etnie più visibili, per esempio quella maghrebina, e altre con socialità interna come quella cinese. Un’ulteriore distinzione è anagrafica. “Tra i ragazzi immigrati – sottolinea Mela - emerge l’importanza della scuola come spazio pubblico aggregativo, con attività sportive e teatrali, e degli oratori che in molti casi si trasformano da luoghi connotati in senso religioso a spazi sociali interculturali”.

the gate
Da sempre è il termometro della città, l’anticipatore dei cambiamenti, in quanto luogo d’approdo per tutti i nuovi arrivati. Porta Palazzo è antropologicamente un luogo d’incontro, è il mercato più grande d’Europa. Per Luca Cianfriglia, responsabile del progetto The Gate, è l’internet dei poveri: “Puoi trovare una casa, informazioni, il lavoro o la fidanzata".
Storicamente punto di scambio e d’incontro, a Porta Palazzo non è cambiato niente se non i modi di interagire. Gli spazi pubblici sono luoghi d’aggregazione informali, ogni zona è un punto di riferimento per qualche etnia: in corso Regina vicino al Palafuksas si ritrova l’Africa Nera, in via Cottolengo i maghrebini, al mercato dei contadini i rumeni. Il progetto The Gate lavora su diversi ambiti: culturale, economico, architettonico e sociale. Promuove iniziative d’integrazione, per le quali la grande piazza del mercato e i cortili sono spazi privilegiati.
“Abitare a 360° - racconta Viviana Rubbo -, attraverso incontri e aperitivi, incentiva i vicini di casa a conoscersi meglio nel rispetto dei diritti e dei doveri di condominio". Nel frattempo in piazza della Repubblica proseguono le lezioni domenicali di italiano, cinese, arabo, romeno e portoghese. “Nel complesso – conclude Cianfriglia - a Porta Palazzo è difficile portare avanti politiche di cittadinanza attiva, perché rimane un luogo di passaggio: quando ti metti in regola te ne vai da qui".

la kasbah
In un certo senso sembrano passati gli anni più cupi, quelli delle ronde e dei servizi alla tv, i problemi di sicurezza si fanno ancora sentire, ma da alcuni anni San Salvario è un quartiere quasi alla moda: sempre più professionisti, artisti e studenti vengono ad abitare qui. «È sempre stato un quartiere di immigrazione, ma con un forte senso d’appartenenza - afferma Roberto Arnaudo dell’Agenzia per lo sviluppo locale -, i residenti non se ne sono mai andati». Tra via Ormea e via Saluzzo convive un mix etnico e sociale. La mappa del disagio è circoscritta: “Il tratto più problematico è quello vicino a Porta Nuova; in corso Raffaello è invece concentrato lo spaccio di cocaina. I tassi di delinquenza non sono però più alti rispetto al resto della città” spiega Arnaudo.
Le strade piccole e raccolte da kasbah non sono accoglienti come il cortile del Maglio, ma diventano anch’esse luogo di ritrovo. “E si beve la birra in strada perché nei locali costa troppo”, precisa Arnaudo. Il quartiere vive di multiculturalità e i negozi ne sono un rifl esso: se in via Nizza c’è stata una sostituzione al ribasso, nelle altre zone si stanno diffondendo esercizi di qualità.

con silvia

sabato 29 marzo 2008

Viaggio nel '900 a tempo di jazz


Il jazz può essere lo strumento per analizzare il Novecento? La risposta è affermativa per Franco Bergoglio, autore di Jazz! Appunti e note del secolo breve in uscita per Costa & Nolan.
"Frutto dell’incrocio tra culture diverse – spiega l’autore –, il jazz si è aperto alla contaminazione con altre forme artistiche e ha ispirato, anche in modi insospettabili, le vicende storiche, sociali e culturali".

Trentacinque anni, torinese d’adozione, critico di Jazzitalia e collaboratore di riviste di storia contemporanea (Zapruder e l’Impegno), Bergoglio propone nel suo libro un approccio inedito, almeno qui in Italia, che incrocia discipline diverse, arti e media, mantenendo il jazz come stella polare della ricerca. Proprio quella musica che per convenzione nasce nel 1917 e negli anni Trenta era un po’ come il rock degli anni Sessanta; e, soprattutto, sapeva di rivoluzione.
"Non è mai piaciuto, infatti, alle dittature ma è sempre stato amato dalle controculture. Se nella prima metà del secolo – afferma Bergoglio – in America era un genere più popolare, era la musica degli schiavi, in Europa viveva, invece, una dimensione più elitaria, l’ascoltavano in particolare gli intellettuali". Lo storico Eric Hobsbawm, di cui l’autore fa propria la periodizzazione, sottolinea nel suo Secolo breve come il jazz suscitò nel mondo dell’arte, fi no al secondo conflittomondiale, un consenso quasi universale in quanto anticonformista e simbolo della modernità.

Il libro passa, senza soluzione di continuità, dall’oceano Atlantico, come collante culturale di tre continenti, ai cambiamenti imposti dalla società di massa di cui il jazz è stato un protagonista, dalla censura dei totalitarismi alla partecipazione civile e magari “caciarona” del ‘68. Un grande patchwork del tutto organizzato, che per ogni capitolo adotta un taglio diverso. Perché questa interdisciplinarietà? "Tutto inizia all’Università, mi sono infatti laureato in Scienze politiche, con una tesi su jazz e politica; il mio lavoro non è altro che il risultato di quasi quindici anni di letture e riflessioni". Come, per esempio, quella sui critici e gli storici che hanno applicato conoscenze, e spesso pregiudizi, al jazz.

Ora che tra l’altro tiene un corso di storia del jazz all’Università Popolare di Torino cosa pensa Bergoglio dello stato attuale della musica che pare rivivere un nuovo interesse? "I concerti sono pieni e si vedono molti giovani. A Torino ci sono diverse opportunità, c’è il Jazz Club per i live e il Centro Jazz per imparare. Quello che manca invece è un’effervescenza sociale che investa tutte le arti". A quarant’anni dal ’68 ci aspettiamo un’altra rivoluzione?

Costa & Nolan, 2008