
Sono voci raccolte in assemblea a Torino, nella sede della quinta lega Fiom: un incontro, introdotto da Giulio Marcon, portavoce di Sbilanciamoci, con gli operai di Fiat e Thyssen. Finalmente, si parla di lavoro: «E' stato eliminato dall'agenda pubblica, sembra che il conflitto sociale non esista più, invece riguarda milioni di persone» sottolinea Lucio Zola di Lunaria, una delle associazioni che organizza la contro-Cernobbio torinese. «Dicono che il modello taylorista-fordista è stato superato. Vengano in fabbrica, il lavoro alla catena di montaggio non è tanto diverso da quello di Chaplin in Tempi Moderni» spiega Ugo Bolognesi, Fiom Mirafiori, che aggiunge: «Non ci sono più stati morti nello stabilimento, ma aumentano le malattie da sforzo ripetuto». «E così a 50 anni non vedi l'ora di andare in pensione o magari sperare in una mobilità» dice Nina Leone.
A Torino sono 75 mila le persone impiegate nell'industria dell'autoveicolo. Solo poco tempo fa sembrava non esistessero. Il sindaco Chiamparino parlava di rilancio olimpico, di turismo, in un'ottica di dopo Fiat. Poi c'è stata la tragedia Thyssen, e si sono riaccorti delle tute blu. «E quello non era il posto con le peggiori condizioni lavorative - commenta Fabio Carletti, Fiom - c'era, a differenza di altre realtà, ancora una rappresentanza sindacale». Era un'azienda però che faceva «dumping sociale», aggiunge Airaudo: «Ci sono benefit per i capi del personale che risparmiano a scapito della sicurezza». La Thyssen ha ispirato La fabbrica dei tedeschi di Mimmo Calopresti, che a Venezia si è sperticato in elogi a Renata Polverini, segretaria Ugl, un sindacato che nell'azienda torinese non esisteva. Pronta la risposta di Airaudo: «Dispiace che Calopresti non veda anche il sacrificio dei delegati Thyssen. Certo, la Polverini la si può incontrare a Venezia o a Roma e non tra i metalmeccanici torinesi».
Nessun commento:
Posta un commento