domenica 30 gennaio 2011

Gli ingranaggi della democrazia
ai tempi dell'autoritarismo

Un seminario di Micromega. Con Landini, Revelli, Zagrebelsky, Gallino e Ingroia

TORINO - Il punto esclamativo sottolinea l’urgenza della questione. Vuota, smarrita, sovvertita, ma anche un orizzonte strategico, la battaglia su cui fondarsi. È di democrazia che parliamo, anzi Democrazia! (come Fiom e MicroMega hanno intitolato il seminario di ieri a Torino). Dopo Pomigliano, dopo Mirafiori – qualcuno direbbe anche dopo la Tunisia e l’Egitto – è il problema all’ordine del giorno. E il referendum del 14 gennaio, quello del «vota sì se no ti chiudo la fabbrica», è stata la più chiara rappresentazione. Sul tema si sono confrontati sindacalisti, analisti, studenti, ricercatori, gente di movimento. Giuristi come Gustavo Zagrebelsky, studiosi come Luciano Gallino e Marco Revelli, magistrati come Antonio Ingroia. «Il popolo dell’Altra Italia» sintetizza una voce dal pubblico, una platea stipata all’inverosimile nella Fabbrica del Gruppo Abele.

Tocca a Maurizio Landini, leader della Fiom, rompere il ghiaccio: «Le leggi di questo governo in sintonia con Confindustria, gli accordi separati, gli attacchi di Marchionne segnano uno scarto, un passaggio d’epoca, il tentativo modificare il sistema di regole. Non si vuole permettere alle persone di decidere sulle proprie condizioni ma solo imporle. E se il modello autoritario passa in fabbrica, rischia di estendersi anche fuori». Anche per il sociologo Luciano Gallino «la riduzione dei diritti dei lavoratori preannuncia la sottomissione a un potere totale nella società. La grande impresa non è mai stata così libera di decidere cosa produrre, dove produrre e pure di causare effetti negativi sulla società e sull’economia».

Paolo Flores D’Arcais, direttore di Micromega, si è interrogato sui rapporti tra capitalismo e democrazia: «Con il combinato disposto Marchionne-Berlusconi si è raggiunto il diapason della distruzione della democrazia liberale. Un fenomeno globale, dopo il 1989 non sono state la Russia e la Cina a procedere verso la democrazia, ma il capitalismo occidentale a inserire dosi massicce di putinismo nella sfera civile. Negli ultimi anni i movimenti sono stati l’unica opposizione effettiva». Ma ora devono porsi il tema di uno sbocco politico: «La lotta della fabbrica diventi quella della città e del Paese». E la parola «partito» aleggia con pudore. Secondo il procuratore Antonio Ingroia i poteri criminali hanno inciso sulla storia italiana rendendo la democrazia incompiuta. «La strage di Portella della Ginestra ha condizionato la prima repubblica e le stragi mafiose del 92-93 hanno influenzato l’inizio della seconda. Fa parte dei diritti di un popolo conoscere le verità sulle proprie origini. E tuttora ne siamo orfani».

La fuga della politica dalle responsabilità e le contraddizioni dell’intesa di Mirafiori sono state il centro dell’intervento del costituzionalista Zagrebelsky: «L’accordo ha avuto un carattere costituente, tra i soggetti firmatari è stato concordato un sistema di relazioni sindacali e industriali chiuso, seppur riguardi tutti i lavoratori. E se questi ultimi violassero i patti l’azienda non investirebbe più, ma se li violasse la Fiat cosa potrebbero fare i lavoratori? Niente, solo perdere il posto». Sottolinea un aspetto: «La trattativa sotto minaccia non è una trattativa perché non produce un accordo ma una normazione prodotta dall’azienda. Un accordo presuppone eguale libertà delle parti». In altre parole, un manifesto ideologico da sottoscrivere. E scatta l’applauso. «Ci sarebbe voluto l’intervento di un ente terzo, lo Stato per esempio, per ritrovare un riequilibrio; la politica avrebbe potuto presentare il suo volto benefico. Si è scaricato invece la responsabilità su poche migliaia di lavoratori, eroi del nostro tempo».

Che si doveva fare? Lo dice Marco Revelli: «Aprire una vertenza territoriale. Se riusciremo ad attrezzare le nostre città alla negoziazione riusciremo a resistere e poi a vincere». Per il sociologo torinese lo scandalo principale della vicenda Mirafiori è «l’asimmetria spaventosa tra un potere onnipotente e 5500 uomini e donne già provati dalla cassa su cui è piombata una scure da 435 piani più in alto (considerando la sperequazione di reddito). La distanza diventa di 7-8 mila piani se si valutano le stock option». Aggiunge: «Un festino del premier costa più di quanto guadagna una squadra di operai di Pomigliano o Mirafiori in un anno di lavoro. Quello che è successo ci fa balzare a prima del 1789, all’Ancien Régime».

In tanti hanno preso la parola. Studenti. Roberto Iovino, Rete della conoscenza, per cui «a forme autoritarie si devono contrapporre forme alternative e cooperanti». Secondo Luca Carfagna, Uniriot, la similitudine tra Marchionne e Gelmini è lampante: «Il meccanismo ricattatorio è la storia istituzionale del governo Berlusconi». Alice Graziano, Studenti indipendenti, si è soffermata sull’università come luogo scarsamente democratico: «Quel poco è stato stravolto dalla Gelmini, noi abbiamo pensato a contromisure, al referendum per esempio». Per l’economista Emiliano Brancaccio «senza la critica del liberoscambismo di sinistra sarà difficile salvare la democrazia».

Per Francesco Garibaldo si deve partire dalla «lezione della Fiom per ricostruire un potere collettivo». E Mario Pianta, Sbilanciamoci, suggerisce: «Dove si trovano i soldi per l’alternativa? Dalle tasche dei ricchi». Per Tonino Perna l’alternativa al capitalismo è «l’economia sociale di mercato». E Andrea Bagni, insegnante, invita a contrapporre anticorpi al corpo berlusconiano: «La Fiom ha offerto un ordine simbolico». Infine, Tiziano Rinaldini, Fondazione Sabattini: «La democrazia è un ordine strategico». Dai lavoratori agli studenti il movimento fa rete e diventa grande. Pensa al dopo.

Da il manifesto del 30 gennaio

mercoledì 1 dicembre 2010

L'amianto che uccide
A Milano continua la lotta per le “White”


Scende la prima neve a Milano quando lasciamo la casa di Elena, zona Famagosta, a sud della città. Lasciamo lei, i suoi figli, il suo compagno, gatti e cane. I racconti no, non li lasciamo, così come le lotte, ce le porteremo dietro a lungo, facendone tesoro. Scende la prima neve in questo freddo e povero 2010, neve bianca, come il colore di quell'incubo in cui Elena Ferrarese e la sua famiglia hanno vissuto dal 1984. Le White, le chiamavano. Le case bianche, "anche se dentro non c'era nessun presidente...". Bianche di amianto, con tutti quei pannelli a ricoprirne la superficie. Solo il tetto, al contrario di molti altri casi, non conteneva la sostanza killer.

"Quando ci hanno detto che quella diventava la nostra casa, avrebbe dovuto trattarsi di una situazione provvisoria, una sorta di casa parcheggio, per tre o quattro anni", racconta Elena. "Invece siamo stati lì fino a pochi mesi fa. La mia è stata l'ultima famiglia a uscirne, a luglio di quest'anno. Negli ultimi tempi era diventato qualcosa di invivibile: perdite d'acqua, allagamenti, crolli, topi... topi enormi".

Era il 1984 quando il Comune di Milano assegna quegli appartamenti di edilizia popolare, in via Feltrinelli 16, zona Rogoredo, a famiglie provenienti da case di piazzale Dateo e corso Lodi, oppure da sfratti esecutivi in varie zone della città. Ma ben presto gli abitanti si rendono conto della pericolosità della loro "gabbia bianca" e di quei pannelli, che in tutto all'interno contengono 3 tonnellate di amianto. "La prima volta che abbiamo visto quella casa, bianchissima, non sapevamo cosa pensare. Ci sembrava un ospedale o, meglio, un manicomio. Oppure un carcere...". Strano credere che nel 1984, quando il pericolo dell'amianto era già noto da tempo - e solo due anni prima della chiusura dell'Eternit in Italia - si potesse costruire una casa ricoprendola interamente di questa sostanza assassina.

Gli inquilini se ne sono resi presto conto. Nel 1986 hanno fondato un comitato per seguire il problema amianto. Quindi sono arrivate le prime morti, tante, troppe. Come quella di Giammarco, che se n'è andato nel 2003, a soli 26 anni, a causa di tre tumori che gli hanno consumato la vita. Una vita che l'ha abbandonato proprio nel giorno del compleanno della sua mamma. E poi gli impegni per la bonifica, mai rispettati. Doveva partire anni fa, l'ultima promessa era per l'estate del 2009, ma in realtà la casa è ancora lì, svuotata definitivamente dalle famiglie nel luglio scorso. E ora, che quei pannelli ormai grigi sono vuoti e silenziosi da quattro mesi, ancora nessun lavoro è iniziato. Qui in visita erano venute pure il sindaco Moratti e il ministro Prestigiacomo, seguite da grandi scorte. Tante promesse, ma nulla è stato fatto.

Quelle 152 famiglie, con i loro morti e le loro malattie, non hanno mai smesso di battersi. Perché la vita là dentro non era semplice, anzi, pericolosa, per via di questo spettro che ogni giorno le accompagnava. Eppure si era creata un'unione, una corrispondenza di intenti, una combattività difficile da smontare, anche se oggi quelle famiglie sono state divise, riassegnate in case sparse per la città. "Qui, nel complesso dove viviamo noi, avrebbero potuto metterci in molti", ci fa notare Elena, "ci sono un sacco di appartamenti vuoti, che non vengono assegnati".

Oggi c'è ancora molto da fare. C'è la lotta da portare avanti, c'è la via processuale difficile da intraprendere, c'è l'idea di ritrovarsi con altri comitati, altre situazioni simili e altrettanto dolorose, c'è la voglia di non mollare, anche se le forze a volte iniziano a mancare. Ci sono le malattie da sconfiggere e la paura per i figli. Il grido una madre che piange di terrore ogni volta che il suo ragazzo sente anche solo un lieve mal di testa. Ma Elena e la sua famiglia ci hanno insegnato molto. Ci hanno insegnato che, anche se la vita pubblica, e soprattutto chi la amministra, a volte sembra prenderti in giro, si può comunque guardare avanti, senza arrendersi.

Ilaria Leccardi
da Polvere sottile

sabato 24 luglio 2010

Mirafiori sedotta e abbandonata


«Traditi» da Marchionne: gli operai di Torino storditi e increduli davanti ai cancelli della fabbrica. Ieri due ore di sciopero per tutto il gruppo. «L'azienda ritiri i licenziamenti»

TORINO - «Valletta? Ai tempi non c'ero. Ma forse, ora, è peggio. Marchionne attacca pure il diritto di sciopero» sbotta Nina Leone, rsu Fiom, prima di superare il cancello delle Carrozzerie per entrare al secondo turno. A Mirafiori il clima è teso. Cupo, preoccupato. È in gioco la sopravvivenza dello stabilimento. Gli operai sono quasi storditi dall'escalation di attacchi aziendali. L'ultimo, quello che la Fiat vorrebbe produrre la L0 in Serbia e non più qui. La vecchia fabbrica sembra un anziano pugile, lento e corpulento, a cui sono stati scaricati ganci e fendenti a tradimento. Uno dopo l'altro. E delle promesse del piano industriale, messe in calce solo tre mesi fa, chi se ne frega. Il nuovo monovolume doveva essere prodotto a Torino. Nei Balcani, però, conviene di più. Trattasi di garanzie variabili: «D'altronde, Marchionne non aveva detto che non avrebbe mai chiuso uno stabilimento in Italia?».

Il vecchio pugile, con tutti i suoi lavoratori, traballa ma sta in piedi. «Difficile portare avanti le lotte in periodi di cassa integrazione» sottolinea Ugo Bolognesi, delegato Fiom. Di cassa ne patiranno tutti, dopo le ferie. Ma la tempra delle tute blu è forte. Nonostante l'incertezza sul futuro, non vogliono cedere. Nel 2003 scesero in strada per salvare la loro fabbrica che sembrava destinata a chiudere. E ieri hanno percorso in corteo le vie limitrofe, durante le due ore di sciopero indette dalla Fiom (in Piemonte come in tutto il gruppo Fiat, da nord a sud, contro i licenziamenti e il mancato premio di risultato). A Mirafiori sono, infatti, usciti dalle Meccaniche e in oltre 800 hanno superato corso Settembrini e raggiunto la Porta 5. Hanno gridato: «Da Torino a Pomigliano ai ricatti non ci pieghiamo». L'amministratore delegato, Sergio Marchionne, è stato il principale bersaglio. «Passerà alla storia come il primo che non ha pagato il premio» ha detto Luisa, 18 anni in Fiat. Premio dimezzato lo scorso anno e azzerato in questo: «Lo scandalo è - ha spiegato Stefano - che la Fiat distribuisca l'utile, frutto dei nostri sacrifici, agli azionisti ma non dia nulla ai lavoratori». L'adesione è stata del 65% a Mirafiori, dell'80% all'Iveco (corteo unitario con 1200 lavoraratori) e del 90% all'Itca di Grugliasco.

Oltre al premio, alla cassa e ai licenziamenti per ritorsione sul tavolo ci sono altri problemi e timori: «Il tentativo di stravolgere le relazioni sindacali dopo Pomigliano e la scelta di andare in Serbia, di abbandonare Torino. E come lo si spiega? Scaricando le responsabilità su altri», afferma Federico Bellono, segretario provinciale della Fiom torinese. «Ogni giorno si aggiunge una notizia non incoraggiante e la fuga a Kragujevac è la novità più destabilizzante. Sarebbe più serio che Marchionne dicesse che se ne va perché conviene. Lo stipendio di un operaio serbo è un terzo di uno italiano».

Rabbia e stupore. «Com'è possibile che tutto quello che era stato detto il giorno della presentazione del piano industriale sia stato rimangiato? É sconcertante» si interroga Edi Lazzi della Quinta lega. Quel 21 aprile è rimasto stampato in testa a molti. «Significa che Marchionne non è una persona seria» dice Bolognesi. «Quando arrivò qui, accompagnato dai finanziamenti istituzionali, si comportò in un certo modo, così in America e pure in Serbia, dove gli fanno ponti d'oro. In Italia, invece, il governo si disinteressa». Infastidiscono poi le motivazioni addotte («colpa dei sindacati»): «Pensano alle loro tasche, non gli importa di noi» dice una signora minuta ai cancelli della porta 2.

Al cambio turno non sono molti quelli che parlano. Per diffidenza o delusione. Ma qualcuno si ferma: «Il clima è pesante, c'è chi fuori non apre bocca per paura, ma all'interno i malumori sono comuni». La popolarità di Marchionne è in picchiata. Il 2005, quando sembrava il «manager premuroso» è lontanissimo: «Non ci ho mai creduto. Ed è tempo che l'opinione pubblica si accorga di chi è veramente» dice Simone che, insieme a Gianfranco, aspetta l'autobus all'ombra, entrambi dei Cobas. Marchionne come Dottor Jekyll e mister Hyde? «No, è solo Hyde». Si riavvolgono le bandiere e le ferie si avvicinano. Dopo ci sarà la cassa, poi l'incertezza. La Musa, l'Idea, la vecchia Punto e la Multipla sono a fine produzione. Rimane la Mito. Ma non basta. Che ne sarà del vecchio pugile?

Da il manifesto del 24 luglio

venerdì 16 luglio 2010

Attenti allo Skidome

Avrà la forma di un millepiedi e ci si potrà sciare anche ad agosto. È il mega impianto al coperto, unico in Italia, che dovrebbe essere realizzato a Casale Monferrato. Costo totale: 30 milioni di euro, 150 persone da impiegare. Ma non tutti si accodano: «Sarà uno scempio territoriale, energetico e ambientale»

CASALE MONFERRATO - Dicono che avrà la forma di un millepiedi e, all'interno, sarà possibile sciare pure ad agosto, quando fuori il caldo soffocante della pianura non darà tregua neppure all'ombra. Si chiama Snowplay e si tratta del primo skidome italiano, un mega impianto al coperto per praticare tutto l'anno lo snowboard, lo slalom e il fondo. È stato presentato pochi giorni fa nella sede della provincia di Alessandria dalla società torinese Sempresci e, se si farà, sorgerà nella campagna intorno a Casale Monferrato, precisamente a Borgo San Martino. In mezzo alle risaie. E così, in un territorio già sofferente, nuovo suolo agricolo verrà mangiato dal cemento. Una struttura alta 60 metri, un tracciato lungo 350 e largo 80 e magari una corona di centri commerciali. Dovrebbe costare 30 milioni di euro, investiti da privati piemontesi che per ora restano ignoti.

Che il progetto non sia una boutade lo testimonia uno sponsor d'eccellenza, la Federazione Sport invernali (Fisi), che si augura l'inizio dei lavori entro un un anno e l'inaugurazione dello skidome nel 2013. Intanto, l'iniziativa pare raccogliere diffusi consensi istituzionali. D'accordo la provincia di Alessandria (centrosinistra), il comune di Casale Monferrato (centrodestra) e quello di Borgo San Martino. Ma non tutti si accodano, le perplessità su impatto e ricadute sono forti. «C'è la crisi - spiegano Valentino Ferraris e Vittorio Giordano di Sinistra casalese - si riducono gli stipendi, si aumenta l'età per andare in pensione, scarseggia l'energia, scarseggia pure l'acqua (soprattutto dalle nostre parti, ricche di risaie) e scarseggia pure il suolo non edificato, causa non ultima delle alluvioni che hanno colpito il bacino del Po negli ultimi decenni. E che cosa si propone? Un "mostro" per andare a sciare, magari con i bambini, anche d'estate».

Sul fronte occupazionale Snowplay prevede 150 dipendenti, senza specificare altro. E su quello turistico, Sempresci confida di attingere a un bacino vasto: «un raggio di 500 chilometri», Francia e Svizzera comprese (osserva, però, Sinistra casalese: «Per mettere gli sci ai piedi e andare in montagna, gli abitanti di Casale e dintorni se la cavano con circa un'ora di tragitto»). A sentirla raccontare la storia di Snowplay, sembra un déjà vu, che ripercorre le tracce di Mediapolis, il parco tematico di 600 mila metri quadrati, che da dieci anni si vorrebbe costruire davanti al castello di Masino (bene del Fai), vicino a Ivrea. Anche in quella storia i numeri sono volati fin dall'inizio: prima 148 occupati, poi, si disse 1.200; un milione di turisti, anzi dieci milioni. Il tutto presentato dai privati (ancor prima che dalle amministrazioni pubbliche) come occasione irripetibile per la riscossa di un territorio in crisi. «Il solito "ricatto" per cui a fronte di uno scempio territoriale, energetico e ambientale corrisponderebbe un aumento di posti di lavoro va respinto al mittente - sbotta Alberto Deambrogio, casalese, Rifondazione comunista - Il lavoro è tema troppo serio per trovare soluzioni come lo "skidome". Perché, invece di arrampicarsi sugli specchi di prometeici e assurdi impianti, a Casale non si torna a discutere di possibile riconversione dell'industria del freddo?». I progettisti cercano, però, di stemperare le polemiche. Durante la presentazione del progetto, l'architetto Ezio Ruffino aveva garantito «il più ampio utilizzo possibile di tecnologie a bassissimo o nullo impatto ambientale». Pannelli fotovoltaici copriranno il «tunnel», sviluppando una potenza di 2,5 megawatt.

Ma se si va a ritroso nella memoria amministrativa, solo un anno fa, un progetto analogo era stato bocciato a Vinovo, nel torinese, da Provincia e Regione. «Una delle ragioni - incalza Deambrogio - era la dubbia sostenibilità del bilancio energetico ambientale». In Regione, Eleonora Artesio, consigliere Prc, ha appena presentato un'interpellanza in cui domanda alla giunta guidata dal leghista Roberto Cota se non sia il caso di «una valutazione ambientale strategica per approfondire l'impatto complessivo dell'opera».

Come andrà allora a finire? Se lo chiedono Ferraris e Giordano di Sinistra casalese: «Chissà se l'investimento invece che di natura industriale sia esclusivamente di tipo finanziario? E che si fa in genere delle ingombranti strutture, sedi di attività presto fallite o mai iniziate?». Provano a dare una risposta: «Si abbandonano i loro cadaveri all'obbrobrio paesaggistico e, alla fine, ai conti della collettività. Oppure, dal momento che ormai ci sono e in qualche modo devono essere utilizzati, si trasformano in un bel centro commerciale».

Da il manifesto del 16 luglio

domenica 11 luglio 2010

Isola Libera


Antimafia da sud verso nord. La mente è in Piemonte, il cuore in Calabria. A Volvera (Torino) il raduno nazionale dei giovani di Libera. Tra incontri sulla legalità e voglia di «fare movimento» e combattere la mafia. E a Isola Capo Rizzuto, dove la cooperativa che gestisce i campi confiscati, è nel mirino delle cosche

VOLVERA - Fa caldo, come ogni luglio. E nemmeno il verde della campagna allenta la morsa. A Volvera, fuori Torino, in una cascina che ora ha un nome simpatico, Arzilla, ma un tempo non lontano era un bene mafioso, proprietà del narcotrafficante 'ndranghetista Vincenzo Riggio, ci sono 150 giovani. Provengono da tutta Italia, parlano, discutono, si interrogano, recitano, fanno chiasso. Ma quando superi il cancello ed entri - è mattino e l'afa si appiccica alla pelle - senti solo i tuoi passi. Di te, che cammini sulla ghiaia. I ragazzi sono in giardino, sparsi, qualcuno sta nel campo vicino. Le biciclette, concesse dal Comune per raggiungere la cascina, stanno ferme. Loro scrivono una lettera immaginaria a Rita Atria, una ragazza che voleva giustizia e che a 17 anni, una settimana dopo la bomba di via d'Amelio, si uccise a Roma, gettandosi dal settimo piano. Figlia di un boss mafioso di Partanna era diventata una testimone di giustizia trovando in Paolo Borsellino una specie di padre.

Il silenzio certe volte ci vuole: «Le cose, anche una lettera, si devono fare bene» dice subito Francesca, diciottenne torinese dalle idee chiare e dalla grande passione per il teatro (fa parte della compagnia Tromba del Trambusto): appena finito l'orale alla maturità è corsa qui, al raduno nazionale dei giovani di Libera, il primo della storia dell'associazione fondata da don Luigi Ciotti, 15 anni fa.

Quelle lettere i ragazzi le porteranno, il 26 luglio, a Milazzo e le consegneranno a Piera Aiello (cognata di Rita e testimone di giustizia), dopo un viaggio per l'Italia che farà tappa nei beni confiscati. Volvera è un momento importante di riflessione e di scambio. Sette giorni, dal 4 al 10 luglio, di incontri, formazione, seminari, musica e teatro. E' un punto di partenza: «Sono venuti ragazzi da 18 regioni, dai 15 ai 33 anni, - spiega Davide Mattiello, una delle figure di spicco di Libera, nonché uno degli organizzatori dell'evento - fanno parte di presidi o coordinamenti, fanno, quindi, militanza attiva, movimento. E, da qui, nascerà l'azione che andrà avanti tutto l'anno». Quelli del raduno sono giovani che si indignano e si impegnano. Parlano di arte e di scudo fiscale, di informazione e di agricoltura, anche della raccolta delle melanzane nei terreni che erano mafiosi. La situazione del Paese ce l'hanno davanti, stampata. Ma non sono disillusi e lo vedi dai loro occhi. Ci credono: «Per sconfiggerli dobbiamo creare un'alternativa», dice Giulia, 21 anni di Trieste, studentessa di giurisprudenza e membro del presidio di Libera, intitolato a Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Per sconfiggere chi? Un sistema di potere e culturale. L'obiettivo è ribaltare un paradigma: «Quello del "cazzo guardi", non ti dico solo fatti i fatti tuoi, ma ti intimidisco». Mattiello lo dice così, secco. «Mi chiamano a parlare nelle scuole e noto che spesso viene considerato bullismo un atteggiamento protomafioso. E in un mondo dove chi non si fa i fatti suoi è uno sbirro o un infame, si distinguono i pochi che si assumono la responsabilità di fare nomi e cognomi. Di testimoniare. In un sistema con in testa Berlusconi, Dell'Utri e con la legge bavaglio come manifesto, la lotta per il cambiamento diventa la priorità».

La testimonianza è il nodo di tutto il raduno. «È impegno, resistenza» ha detto il procuratore Gian Carlo Caselli, che è passato di qui. Insieme ad altri: testimoni di giustizia, come Pino Masciari e Vincenzo Conticello, due che si sono ribellati al racket mafioso; giornalisti, come Roberto Morrione, Pino Maniaci di Telejato; politici, come Nando Dalla Chiesa. E al termine delle giornate c'è stato spazio per il teatro, il Festival Orme, dedicato, appunto, alla testimonianza e all'impegno civile, con lo spettacolo, per esempio, Un uomo vestito di Bianco dedicato a Mauro Rostagno (giornalista ucciso dalla mafia nel 1988).

Nella cittadella di Volvera il silenzio è svanito. Incontri facce di giovani, che raccontano esperienze e aspettative. Siamo qui «per fare movimento», dice qualcuno, «per mettere in circolo idee nuove e agire», per «essere protagonisti». Francesco arriva da Borgosesia, 18 anni, da 4 iscritto a Libera, è qui dal primo luglio per sistemare la Cascina: «Il raduno deve servire a fare rete, a unire». Francesca, la «militante di teatro», aggiunge: «Da Libera non deve partire una rivoluzione d'élite, ma che coinvolga tutti. La nostra bibbia è la Costituzione». Giuseppe di chilometri se n'è fatti parecchi: ha 17 anni ed è di Polistena (Reggio Calabria), vicino a Rosarno. Terra difficile e lo sa (la 'ndrangheta è l'organizzazione più militarizzata e ricca): «Partecipo - spiega Giuseppe - a una cooperativa che lavora sui terreni confiscati a Piromalli e Mammoliti, coltiviamo melanzane, peperoncino, olive. E sono qui per continuare a fare antimafia». La lotta alla mafia, diceva qualcuno, che è cosa da professionisti: «Noi - ha ribattuto Nando Dalla Chiesa, presidente onorario di Libera - la intendiamo come lotta di popolo e i giovani ne sono i protagonisti, sono l'anima».

Mentre alla Cascina Arzilla le attività scorrono, anche quelle di progettazione di nuove campagne, l'area media al centro del cortile della cascina segue passo passo ogni evento. Sono giovani anche loro: Cosimo, Davide e altri. Fabbricano un telegiornale che va in onda la sera ed è visibile sul sito (www.libera.it), sentono i ragazzi, fanno domande agli ospiti, confezionano i servizi. I giovani di Libera sono uno spaccato che si guarda intorno: alle lotte contro la mafia al sud come al nord («non c'è territorio che può dirsi esente, perché ha capacità storica di infiltrarsi» ha detto qualche giorno prima Luigi Ciotti), a quelle degli operai di Pomigliano, a difesa della Costituzione e contro la «legge bavaglio».

Davide Mattiello, 38 anni, occhi chiari e pizzetto grigio e un gran numero di orecchini, cammina e parla, senza una virgola scontata. È un trascinatore. E mentre lo fa percorre i sentieri della Cascina Arzilla (dedicata, oltre che a Rita Atria, ad Antonio Landieri, ragazzo di Scampia, ucciso dalla camorra). Qui, il mafioso Riggio voleva farci un complesso edilizio, gli è stato impedito e il bene è stato sequestrato nel 1993. Ora dopo la confisca è gestito dall'associazione Acmos (collegata a Libera); sono serviti sei anni di lavoro per far rinascere un rudere, con l'obiettivo di restituirlo alla popolazione. «Dove c'è il tendone - indica Davide - ci sarà l'orto didattico per i bambini delle scuole». Poi, parla di alternativa: «Esistono segnali di reazione, tanti, ma ancora insufficienti. E se ci penso, a cosa è servito tutto quello che abbiamo fatto? Come può essere efficace un'azione per capovolgere un sistema? Manca l'unità. Il raduno ha un ambizione culturale, rieducare a una sana disciplina di movimento. C'è il tempo per discutere e scontrarsi, poi bisogna essere parte di un "noi". La democrazia è la scienza della decisione collettiva non solo della partecipazione. E come diceva Marx, si cresce nella dialettica, con ruoli precisi. Non il papà amico del figlio, se no dov'è il conflitto? Ne siamo disabituati». Il sole scotta, il riparo è un albero. Mattiello ci pensa un attimo: «Fortunatamente l'abbiamo rivisto, quello degli operai di Pomigliano. E noi, come Libera, ne abbiamo uno in corso a Isola Caporizzuto, cento ettari di terra confiscati agli Arena (famiglia talmente potente da riuscire a imporre la candidatura del senatore Di Girolamo). La 'ndrina non ci sta, incendia le macchine a consiglieri comunali. È una sfida difficile, ancora di più mancando il lavoro. Ma le venti persone della nostra cooperativa possono contagiarne molte di più».

Infine, si ritorna sullo stato delle cose, sull'Italia più in generale. «È demoralizzante. Gli anni Ottanta ci hanno rovinati. Dopo la spinta antifascista c'è stato un tutti a casa. Ero adolescente e Drive In è stato lo spartiacque culturale, con Silvio Berlusconi il nostro grande educatore. Non ci accorgevamo di quello che capitava, che c'erano stati da poco l'omicidio Aldo Moro e quello di Piersanti Mattarella. Ma siamo così, un Paese clericofascista, che quando può involvere, involve». Ma non tutto è perso, anzi: «Siamo qui per costruire un'alternativa, per capire come diventare potere e cambiare il sistema. Non mi vergogno di dirlo, non sono un'antagonista, credo nella Costituzione». Fa una pausa: «È il 7 luglio, l'hai mai vista una scena così?». Guarda i suoi ragazzi: «Perché non possiamo diventare noi la storia del Paese?».

Da il manifesto dell'11 luglio

venerdì 25 giugno 2010

Torino a sinistra

Prove di dialogo nella sinistra radicale torinese. Un appello del professor Angelo D'Orsi: «Un Partito della Salvezza contro quello della Devastazione». E un incontro pubblico cui hanno partecipato No Tav, collettivi studenteschi, Popolo viola, Sinistra critica, grillini, rifondaroli e vendoliani

TORINO - Pezzi sfilacciati, diffidenti. Magari vivi, ma monotematici. Che sono vissuti finora su mondi paralleli. Un patrimonio che non è in via d'estinzione e non lo vuole essere. L'uscita dalla sconfitta della sinistra è un processo difficile, laborioso e parte anche da Torino. Martedì scorso varie anime (movimenti, associazioni, pure partiti) si sono ritrovate per discutere da dove e come ripartire. «Che fare?» per parafrasare l'abusato Lenin. «Sono state prove di dialogo» ha detto qualcuno. «Un modo per uscire dalla solitudine» o per «riprovare il senso di stare insieme». «Fare massa critica». «Contaminare Torino dell'esperienza della Val Susa», per molti l'esempio perfetto di incontro tra generazioni e culture diverse. Fino all'appello del professor Angelo D'Orsi, storico del pensiero politico all'Università di Torino, di «unirsi in un ideale Partito della salvezza contro il Partito della Devastazione».

L'incontro si è svolto alle Officine corsare di via Pallavicino, il nuovo spazio del Laboratorio corsaro e degli Studenti Indipendenti, che sono stati tra gli animatori dell'iniziativa. «Abbiamo deciso di riunire tutte realtà che fanno percorsi alternativi a Torino - spiega Andrea Aimar del Laboratorio - per provare a costruirne uno comune con la volontà di uscire dalle logiche identitarie dei partiti, che dovrebbero lasciare il protagonismo a chi è stata forza viva in questi anni e spazio a una nuova generazione non solo anagrafica, ma di mentalità. Quindi, autorappresentamioci e allarghiamoci». Nella preparazione dell'assemblea i giovani corsari sono stati «cinghia di trasmissione» tra i tanti: «Da quell'unica area di Rifondazione ancora aperta all'esterno (gli ex vendoliani che ruotano attorno a Eleonora Artesio, ex assessore regionale alla Sanità) ai grillini». E alla fine sono venuti più di quelli attesi, un centinaio di persone e diverse sigle, buona parte del mondo a sinistra del Pd: Comitato No Tav Torino, Resistenza viola, Movimento 5 stelle, Rifondazione comunista, Sinistra ecologia Libertà, Rosso Ideale, Unione Culturale, Terra del Fuoco, Sinistra critica, Pro Natura. Anche associazioni da fuori provincia: A Sinistra di Asti e Liberamente di Alessandria.

Il cantiere è in partenza, il 28 giugno ci sarà la prossima riunione. Dice subito D'Orsi, che ha scritto per la serata un documento di analisi su un'Italia «molto oltre la crisi di nervi» soggiogata dal virus del berlusconismo: «Ci troviamo nel cuore una decadenza morale e intellettuale, politica e antropologica degli italiani, ma il paradosso che stiamo vivendo - spiega - è che al cospetto di una crisi epocale del capitalismo, la sinistra appare morente. Dovrebbe essere la sua stagione, dopo il crollo del biennio "rivoluzionario" 1989/91, e invece essa appare afasica e impacciata, incapace di elaborare strategie, dominata da un personale politico troppo sovente inadeguato, rissoso e autoreferenziale». Alessandra Algostino, docente di diritto costituzionale all'Università di Torino, è ottimista: «Gli spazi per l'alternativa ci sono, però è ora di fare un salto, andare oltre i movimenti monotematici e sviluppare una visione complessiva, che parli di rapporti economici, rappresentanza, ambiente e soprattutto esca all'esterno. Guardiamo i No Tav, loro ci sono riusciti. È un movimento che resiste da vent'anni e nei loro incontri non si discute solo di territorio e ambiente, ma anche di decrescita».

E del movimento contro l'alta velocità Ezio Bertok, comitato No Tav Torino, ne sa qualcosa: «Una delle carte per ripartire potrebbe essere quella di esportare a Torino lo spirito di contaminazione tra culture e generazioni che si è vissuto in Val Susa (dove la situazione si fa di nuovo calda visto che l'Osservatorio vuole stringere i tempi per il tunnel di Chiomonte). Alle Officine corsare c'è stata una prova tecnica di dialogo, molti sono venuti ad annusare l'aria. Ci sono realtà che vogliono essere protagoniste, pensiamo al movimento per l'acqua pubblica. L'obiettivo è creare occasioni di dialogo tra persone che si parlano poco. Perché esiste uno stato d'impotenza comune di fronte al trasversale partito degli affari, alla costruzione di nuovi grattacieli, a un consumo smodato del suolo, alla Tav. Prendiamone consapevolezza e usciamo allo scoperto».

Una delle prossime tappe, anche se qualcuno storce il naso, sono le elezioni comunali di Torino. Chi pensa siano un banco di prova, chi, almeno per ora, un argomento da evitare. «Per tutti - sintetizza Algostino - non sono il fine, ma bisogna prenderle in considerazione. Partiamo con lo sviluppare un'altra idea di città, sul lavoro, l'ambiente, i diritti». Anche sui tempi, nel cantiere (che magari avrà presto un altro nome) le posizioni sono sfumate, in bilico tra un'emergenza democratica sotto gli occhi di tutti e il rischio di cadere nella fretta. Nell'immediato ci sono appunto le elezioni e a medio e a lungo termini c'è qualcosa di più complesso, una prospettiva, forse la rinascita della sinistra.
D'Orsi dà la scossa: «Siamo davanti a un passaggio decisivo: o lasciare andare alla deriva la barca, aspettando il cozzo contro gli scogli, o tentare di indirizzarne la rotta. Siamo pochi? Siamo molti? Intanto, contiamoci. E scendiamo allo scoperto, rompendo gli indugi, vincendo i timori, superando antiche divisioni, pronti ad allearsi pur di raggiungere l'obiettivo: che, detto in una sola parola, enfatica, ma oggi inevitabile, è la salvezza d'Italia, cominciando, magari, da Torino e dal Piemonte. Occorre agire ora, prima che sia troppo tardi. Correremo il rischio di sbagliare, certo, ma almeno, domani, non saremo tormentati dal senso di colpa di non aver tentato finché era possibile. Ora, dunque. Non domani».

Qualcosa di diverso, l'8 giugno, si è verificata. Non è stata la solita riunione. «Ho notato - spiega D'Orsi - come le persone fossero venute ad ascoltare più che a esibirsi». «Gli istituzionali stessi - dice Bertok - sono venuti per sentire, capire». Per Andrea Aimar, Laboratorio corsaro, una serata sicuramente positiva: «Solo una posizione fuori dal coro da una parte di Rifondazione, che temerebbe di perdere la propria identità». C'è però una porzione di quel partito che è parte integrante del cantiere, ne è stata tra i propositori. «Dobbiamo rendere visibile una sinistra diffusa - auspica Elonora Artesio, consigliere regionale Prc - trovare i punti comuni e superare la frammentazione a sinistra del Pd». Sulla stessa lunghezza d'onda Roberto Romito (Rifondazione per la sinistra, minoranza Prc): «Mi auguro sia un processo aperto, un cantiere non strutturato e libero di muoversi, lontano dalle egemonie di partito. Spero che il nutrito gruppo di giovani lo sappia pilotare bene. E si deve far tesoro di una guida come D'Orsi».

Il primo passo è superare le diffidenze. E trovare il collante. Aspetti ce ne sono: l'autorappresentanza, un nuovo protagonismo, il soccorso a una democrazia in pericolo. «Citando Erri De Luca - racconta Aimar - ci manca quel rame (non il piombo) che negli anni Settanta era stato un buon conduttore. A Torino va ricreata una temperatura di fusione, gli elementi ci sono, le realtà di lotta sono vive, bisogna metterle in rete».

E poi? «Ai partiti, che invitiamo a far parte del cantiere, diciamo di compiere un passo indietro, ai movimenti di farlo in avanti e irrompere nel tema della rappresentanza. Come hanno fatto gli Studenti Indipendenti, che stanno nel movimento e nelle istituzioni universitarie. O le liste civiche in Val Susa». Aggiunge Algostino: «La rappresentanza non deve essere una delega in bianco, senza vincolo di mandato». L'ambizione del cantiere per un'altra Torino e di un altro Piemonte è riunire tutte le esperienze vive e alternative al sistema economico e al potere politico che oggi è egemonico dal Pd alla Lega. «Noi siamo incompatibili. Proviamo a tradurre le realtà di sinistra in forza politica».

La seconda fase, una volta messe insieme le forze presenti all'oggi: «Dovremo - conclude Aimar - arrivare a tutte quelle persone che a oggi non siamo nemmeno in grado di vedere. Coloro che vivono nelle indifferenza o rispondono alle proprie paure personali votando Lega, coloro che si sono fatti abbindolare dalla favola berlusconiana. Tutti quelli che esprimono bisogni ai quali oggi non siamo in grado di dare risposta, con i quali non abbiamo nemmeno le parole giuste per comunicare». L'obiettivo è aprirsi: «Sono venuti anche dalla Fabbrica di Nichi. ora recuperiamo chi martedì non c'era». Il sasso è lanciato.

Da il manifesto del 24 giugno

mercoledì 9 giugno 2010

L'arabo è di casa

Maha ha 27 anni e da Livorno, armata di webcam e microfono, raggiunge su youtube 7.400 studenti

Maha Yakoub è seduta su un divano oppure in piedi, tra le mura di casa. Parla ai suoi studenti, come se fosse in classe. Se li immagina di fronte, penna in mano a prendere appunti, mentre lei spiega come in arabo si pronunciano e scrivono le lettere dell’alfabeto, poi i numeri, i giorni della settimana, i saluti. Eppure di fronte ha solo la webcam di un computer e un microfono. Strumenti che le permettono di arrivare virtualmente nelle case di migliaia di studenti. Lei che di anni non ne ha ancora 27 e da un po’ vive a Livorno con Luca, il marito italiano. In mano ha una laurea in Lingue e letterature straniere (inglese, arabo ed ebraico), presa a metà tra il suo Paese di origine (“che preferisco non dire qual è”) e l’università di Pisa. È bastato poco. Una buona inventiva, la capacità di spiegare con chiarezza le basi di una lingua straniera, la dimestichezza dell’utilizzo della rete e il viso accattivante di una ragazza dolce e dai modi familiari.

E così, nel novembre del 2008, Maha ha aperto un canale su Youtube, Learn arabic with Maha. Ha iniziato con lezioni dall’inglese all’arabo, con uno stile informale e preciso che ha colto nel segno: i contatti sono presto lievitati. “Ho scoperto -racconta- che sono tante le persone interessate a studiare l’arabo, specialmente nei Paesi anglosassoni. Anche musulmani che non lo conoscono. E ho il piacere di superare i soliti pregiudizi nei confronti degli arabi”. Poi, un giorno, un’altra svolta nella vita di Maha: “Diversi utenti italiani mi chiedevano lezioni nella loro lingua”. È la nuova sfida. Il 30 novembre 2009 ha pubblicato la prima lezione in italiano, sull’alfabeto arabo. Pochi giorni dopo ha confezionato il video che sarebbe diventato quello dei record, “Merry Christmas in arabic”, oltre 750mila contatti. Per realizzarlo, è bastata una piccola telecamera, una lavagna, luce favorevole e un buon programma di montaggio. “La maggior parte delle clip le faccio da sola, a volte mi riprende Luca”.

Negli ultimi mesi i suoi studenti online sono arrivati a quota 7.400 iscritti al canale: “Ho aperto un profilo Facebook, per avere un feedback con loro, facendomi conoscere anche nella vita privata. Mi mandano i compiti, scambiamo foto e musica”. Ma quello di Maha è davvero diventato un lavoro. Tanto che, oltre ai canali come Youtube e Facebook è possibile trovarla sulla piattaforma “eduFire”, social network di e-learning. Diffuso soprattutto negli States, mette in contatto studenti e tutor, permettendo lezioni private a costi modici. Come risulta dalla sua pagina personale nel network, le tariffe di Maha sono di 15 dollari per 30 minuti di lezione di arabo, 25 per un’ora di arabo ed ebraico. “È uno strumento usato per lo più da adulti che vogliono imparare nuove lingue senza spostarsi da casa”, spiega. E sono tante ormai e piattaforme che propongono questo tipo di scambio linguistico e culturale, come “Livemocha”, “Myngle” oppure “Guavatalk”, dedicato all’insegnamento del cinese. “Sono canali attraverso cui è facile trovare un madre lingua, vedere il suo volto, i commenti di altri studenti. In America ci sono tanti bambini che ormai studiano da casa, via internet, con piattaforme organizzate direttamente dalle scuole”.

Maha è contenta del suo progetto, lavora, si aggiorna. Sogna di imparare dieci lingue. E magari magari condividere saperi sul web. “Credo che l’e-learning e internet in generale siano uno strumento ideale per lo scambio culturale-linguistico. Sono il futuro. E la cosa più bella è che puoi contemporaneamente insegnare a Geoffrey, un bambino americano di 9 anni, e a Corrado, un signore italiano di 70 anni”.

Ilaria Leccardi e Mauro Ravarino
da Terre di Mezzo di giugno