CARPI - Germano Nicolini strizza gli occhi commosso, quando Cisco intona Al diével, la canzone che ne racconta la vita. Solo pochi minuti prima, il mitico comandante partigiano Diavolo aveva scaldato di lucida ironia la piazza di Carpi, con frecciate a quei politici (Berlusconi e La Russa in testa) che vorrebbero affossare il 25 aprile e farne una festa della conciliazione. Germano, “un diével solo per i tedeschi”, c’era anche nel 1995, nella prima, e fino a ieri unica, edizione di Materiali Resistenti (15 anni anni fa declinato al singolare), una giornata di musica e memoria.
All’epoca c’era pure Massimo Zamboni - anima storica dei Csi (c’era pure Giovanni Lindo Ferretti, ieri assente, giustificato da approdi politici ormai lontani) - che ne fu direttore artistico . Zamboni è tornato. Smilzo, occhialini e sguardo timido arriva in piazza a metà pomeriggio e tira un sospiro di sollievo: «Ci vorrebbe un 25 aprile ogni mese, perché il resto dell’anno mi sento solo». Poi sale sul palco, prende la sua chitarra ruvida, e con gli Offlaga Disco Pax suona Allarme, un pezzo dei suoi Cccp, di cui il gruppo di Max Collini da Reggio Emilia ha raccolto in parte il testimone. Fusioni insolite, tra musicisti di vari gruppi, che sono continuate per tutto il concertone. Come quando Mara Redighieri, ex Ustmamò, ha ricantato quindici anni dopo Siamo i Ribelli della montagna, questa volta in una versione più rock con Fabrizio Tavernelli (già con gli Afa), uno degli animatori dell’evento. Una piazza bella e resistente.
Piazza dei Martiri si è riempita lentamente di colori, bandiere ed entusiasmi. Tanti giovani: ragazzini ma anche trentenni che ricordano bene l’edizione del 1995. E, tra il pubblico, pure qualcuno che il 25 aprile di 65 anni fa l’ha vissuto davvero. Perché tutto parte da lì. Senza Retorica. «Non bisogna avere paura di partire dal passato per arrivare al futuro. Per questo ho ripreso i canti anarchici dell’Ottocento» racconta con voce lieve Mara Redeghieri, che ha portato a Carpi il suo nuovo progetto Dio Valzer. Sul palco con lei Lorenzo Valdesalici, 15 anni fa era appena nato.
I Giardini di Mirò, emiliani di frontiera, hanno spezzato i tempi del concerto. La loro musica è un sali-scendi dilatato, che crea un’atmosfera ipnotica. Sono stati i primi ad aver sdoganato in Italia i suoni del post-rock. E non si è potuto star fermi di fronte al piglio punk dei Tre allegri ragazzi morti, capitanati dal fumettista Davide Toffolo. Quando sono saliti gli Offlaga l’applauso è stato fragoroso. Tra il pubblico difficile trovare chi non conoscesse un verso di Robespierre, Sensibile (con dedica provocatoria a Giusva Fioravanti) e Toponomastica. Alternati alla musica, gli interventi degli scrittori Paolo Nori e Carlo Lucarelli. E, infine, il Teatro degli Orrori, romanticamente drammatico, forte di un disco A sangue freddo, uno dei migliori album dello scorso anno.
Tutto era stato, però, aperto da Cisco, ex Modena City Ramblers, con le mondine di Novi, già protagoniste del film documentario Di madre in figlio. Un’esplosione di energia, che con Bella Ciao, cantata a cappella, ha dato il via alla festa. Portano tutte il fazzoletto dell’Anpi: «Siamo sempre partigiane» spiega Giulia Contri, figlia di mondina, che dirige il coro ed è pronta a partire per il tour Terra da coltivare. Quindici anni dopo, nonostante tutto e nonostante Berlusconi, a Carpi si è visto uno spirito ancora resistente. Che sia, non solo musicalmente, di buon auspicio.
Da l'Unità del 26 aprile
lunedì 26 aprile 2010
sabato 24 aprile 2010
Viaggio nell'Emilia leghista al femminile Ilaria: «Io? Razzista no, xenofoba sì...»
Casa mia di Mauro Ravarino e Paolo Stefanini. Il viaggio nella penetrazione leghista in Emilia prosegue con Baiso, in provincia di Reggio Emilia. Qui Ilaria Montecroci, 22 anni, è consigliere comunale del Carroccio. Dice di voler difendere il suo territorio ma per farlo «il razzismo non è l'ideologia giusta su cui lavorare. Più che razzista posso definirmi xenofoba» - ammette - «perché ho paura di certe culture diverse che non possono convivere con la nostra». Una donna djavascript:void(0)eterminata e decisa: da grande non vuole fare la velina, come altre donne del Pdl, bensì «entrare in Parlamento».
Le altre videoinchieste sulla Lega in Emilia realizzate per l'Unità
venerdì 23 aprile 2010
DiscoLega, viaggio tra i giovani del Carroccio
DiscoLega di Mauro Ravarino e Paolo Stefanini: prosegue tra i divanetti di una discoteca di Imola il viaggio de l’Unità nell’Emilia sempre più verde. Durante una festa dell’Mgp (Movimento giovani padani) alcuni militanti rispondono a un’intervista in stile The Club, il programma di videomessaggi per ragazzi che cercano l’anima gemella. Ma le domande non sono “Cosa fai per conquistare una ragazza” ma : “Cosa diresti a un immigrato irregolare?” Cosa diresti a un gay che si vuole sposare?” “Cosa diresti a una ragazza che vuole abortire?" "Mameli o Va, pensiero?"
Le altre videoinchieste sulla Lega in Emilia realizzate per l'Unità
venerdì 2 aprile 2010
«Mai in ospedali veneti». La legge del carroccio
Crociata leghista. Dopo Cota anche il neogovernatore Zaia va all'attacco
TORINO - E così a Roberto Cota è venuto a dar manforte il collega Luca Zaia. Da ieri, il Piemonte e il Veneto non sembrano più così lontani. A unirli ci sono la Lega Nord (il partito dei neo-governatori) e la crociata antiabortista contro la Ru486. Oltre a un federalismo improvvisato che non bada a leggi e costituzioni. Uno (Cota) vuol far marcire le confezioni della pillola nei magazzini, l'altro (Zaia) «non darà mai l'autorizzazione a poterla acquistare e utilizzare nei nostri ospedali». Incuranti, però, che sull'autorizzazione e l'uso di un farmaco la competenza non sia dei presidenti regionali. E nemmeno quella sulla libertà terapeutica.
In piena polemica, interviene Antonio Baldassarre, presidente emerito della Consulta, a far chiarezza: «Lasciare le confezioni di Ru486 sigillate nei magazzini? La vedo difficile, anche se quella del presidente del Piemonte mi sembra una battuta. Se un farmaco è autorizzato a livello nazionale (dall'Aifa, ndr) un presidente non può impedirne l'acquisto; ma solo intervenire su ospedali e farmacie comunali. Certo bisognerà vedere con che tipo di atto; solo allora si potrà fare una valutazione dal punto di vista giuridico». Una tirata d'orecchi al neogovernatore la rifila pure Fabio Gava, parlamentare veneto del Pdl: «Non è il modo ma soprattutto una competenza della Regione: per quanto concerne l'uso della pillola è stata varata una apposita legge che è stata profondamente discussa: trovo ingiusto che un presidente di Regione, a partire dal Veneto, ne impedisca la vendita».
Nell'occhio del ciclone è finita Torino. Anzi, un ospedale. Il Sant'Anna. Qui, un medico, Silvio Viale ha iniziato nel 2005 la sperimentazione della pillola abortiva. È abituato alla polemica, se l'è vista con diversi ministri (Storace, Sirchia, Sacconi), e anche questa volta è battagliero: «Non possono fare nulla se non spaventare i medici e le donne. Ma non ce la faranno, finalmente scatterà la dignità professionale». Il Sant'Anna ha chiesto 50 confezioni di pillole Ru486, che potrebbero essere consegnate già oggi o, al più tardi, dopo Pasqua (da ieri possono essere essere distribuite in Italia e richiesta dalle farmacie ospedaliere). Viale, anche esponente radicale, è sul piede di guerra: «Se proveranno a bloccarla, a ritardarne l'erogazione, ho già in mente le contromisure, ma non ve le svelo». Un grimaldello politico gli gira in testa: «Se Cota avesse detto quelle cose due giorni prima avrebbe perso le elezioni. Ma c'è anche stata la complicità di Mercedes Bresso nel mantenere la Ru486 fuori dalla campagna elettorale. Capisco adesso perché non mi voleva candidato».
Ma nei due nuovi feudi padani, separati solo da una Lombardia che della sanità fa un affare privatissimo, i neo-presidenti vanno dritto per la crociata. Zaia ha spiegato: «Studieremo il modo per contrastare uno strumento farmacologico che banalizza una procedura così delicata come l'aborto, lascia sole le donne e deresponsabilizza i più giovani». Cota, oltre a volere le associazioni pro vita negli ospedali, «chiede ai direttori generali di bloccare l'uso della Ru486 fino al suo insediamento». Dagli insoliti banchi di opposizione la Bresso è in fibrillazione: «Noi chiederemo ai direttori delle Asl di non rispettare l'invito di Cota». Accanto a lei siede Eleonora Artesio, assessore uscente alla Sanità (e neo consigliere per la Federazione della Sinistra), che il febbraio scorso diede al Piemonte il primato di essersi pronunciato sull'eterno scontro tra assunzione della pillola in ricovero o day hospital, dando la libertà della scelta alla donna. Artesio e Monica Cerutti, eletta con Sinistra Ecologia e Libertà, hanno sottolineato: «Cota ignora il contenuto della legge 194 e il ruolo dei consultori. La sua uscita lascia intendere una presunzione istituzionale, secondo la quale il Piemonte a guida leghista potrebbe permettersi l'intimidazione ai medici e l'offesa alla determinazione delle persone».
Ma il governatore leghista sa di non essere solo. Dalla sua incassa il plauso del Vaticano, con monsignor Domenico Fisichella, presidente della pontificia Accademia per la vita, che solo qualche giorno fa aveva detto: «Quanto ai problemi etici, mi pare che la Lega manifesti una piena condivisione con il pensiero della Chiesa».
Da il manifesto del 2 aprile
TORINO - E così a Roberto Cota è venuto a dar manforte il collega Luca Zaia. Da ieri, il Piemonte e il Veneto non sembrano più così lontani. A unirli ci sono la Lega Nord (il partito dei neo-governatori) e la crociata antiabortista contro la Ru486. Oltre a un federalismo improvvisato che non bada a leggi e costituzioni. Uno (Cota) vuol far marcire le confezioni della pillola nei magazzini, l'altro (Zaia) «non darà mai l'autorizzazione a poterla acquistare e utilizzare nei nostri ospedali». Incuranti, però, che sull'autorizzazione e l'uso di un farmaco la competenza non sia dei presidenti regionali. E nemmeno quella sulla libertà terapeutica.
In piena polemica, interviene Antonio Baldassarre, presidente emerito della Consulta, a far chiarezza: «Lasciare le confezioni di Ru486 sigillate nei magazzini? La vedo difficile, anche se quella del presidente del Piemonte mi sembra una battuta. Se un farmaco è autorizzato a livello nazionale (dall'Aifa, ndr) un presidente non può impedirne l'acquisto; ma solo intervenire su ospedali e farmacie comunali. Certo bisognerà vedere con che tipo di atto; solo allora si potrà fare una valutazione dal punto di vista giuridico». Una tirata d'orecchi al neogovernatore la rifila pure Fabio Gava, parlamentare veneto del Pdl: «Non è il modo ma soprattutto una competenza della Regione: per quanto concerne l'uso della pillola è stata varata una apposita legge che è stata profondamente discussa: trovo ingiusto che un presidente di Regione, a partire dal Veneto, ne impedisca la vendita».
Nell'occhio del ciclone è finita Torino. Anzi, un ospedale. Il Sant'Anna. Qui, un medico, Silvio Viale ha iniziato nel 2005 la sperimentazione della pillola abortiva. È abituato alla polemica, se l'è vista con diversi ministri (Storace, Sirchia, Sacconi), e anche questa volta è battagliero: «Non possono fare nulla se non spaventare i medici e le donne. Ma non ce la faranno, finalmente scatterà la dignità professionale». Il Sant'Anna ha chiesto 50 confezioni di pillole Ru486, che potrebbero essere consegnate già oggi o, al più tardi, dopo Pasqua (da ieri possono essere essere distribuite in Italia e richiesta dalle farmacie ospedaliere). Viale, anche esponente radicale, è sul piede di guerra: «Se proveranno a bloccarla, a ritardarne l'erogazione, ho già in mente le contromisure, ma non ve le svelo». Un grimaldello politico gli gira in testa: «Se Cota avesse detto quelle cose due giorni prima avrebbe perso le elezioni. Ma c'è anche stata la complicità di Mercedes Bresso nel mantenere la Ru486 fuori dalla campagna elettorale. Capisco adesso perché non mi voleva candidato».
Ma nei due nuovi feudi padani, separati solo da una Lombardia che della sanità fa un affare privatissimo, i neo-presidenti vanno dritto per la crociata. Zaia ha spiegato: «Studieremo il modo per contrastare uno strumento farmacologico che banalizza una procedura così delicata come l'aborto, lascia sole le donne e deresponsabilizza i più giovani». Cota, oltre a volere le associazioni pro vita negli ospedali, «chiede ai direttori generali di bloccare l'uso della Ru486 fino al suo insediamento». Dagli insoliti banchi di opposizione la Bresso è in fibrillazione: «Noi chiederemo ai direttori delle Asl di non rispettare l'invito di Cota». Accanto a lei siede Eleonora Artesio, assessore uscente alla Sanità (e neo consigliere per la Federazione della Sinistra), che il febbraio scorso diede al Piemonte il primato di essersi pronunciato sull'eterno scontro tra assunzione della pillola in ricovero o day hospital, dando la libertà della scelta alla donna. Artesio e Monica Cerutti, eletta con Sinistra Ecologia e Libertà, hanno sottolineato: «Cota ignora il contenuto della legge 194 e il ruolo dei consultori. La sua uscita lascia intendere una presunzione istituzionale, secondo la quale il Piemonte a guida leghista potrebbe permettersi l'intimidazione ai medici e l'offesa alla determinazione delle persone».
Ma il governatore leghista sa di non essere solo. Dalla sua incassa il plauso del Vaticano, con monsignor Domenico Fisichella, presidente della pontificia Accademia per la vita, che solo qualche giorno fa aveva detto: «Quanto ai problemi etici, mi pare che la Lega manifesti una piena condivisione con il pensiero della Chiesa».
Da il manifesto del 2 aprile
mercoledì 31 marzo 2010
Quei grillini dei No Tav. Batosta per la sinistra
Il momento delle accuse: «Amici della Lega», «traditori»
TORINO - Lei continua a chiamarlo il «ribellismo». Dice che il problema sono quei giovani che sperano nel movimento No Tav perché si interessano solo della contestazione. Che la sua sconfitta dimostra «che solo la politica urlata paga». E a chi le chiede come ha potuto non accorgersi del fatto che il movimento di Beppe Grillo stava rosicchiando tanti consensi al centrosinistra, la governatrice uscente del Piemonte Mercedes Bresso risponde sconsolata: «Non c'erano segnali, i sondaggi non lo dicevano. È stato fuoco amico».
È andata proprio così. Il giovane medico di base Davide Bono, portavoce dei grillini a cinque stelle, col suo modo di fare neppure troppo aggressivo si prende due consiglieri e quasi il quattro per cento dei consensi. Punti decisivi per assegnare la vittoria al leghista Roberto Cota, passato col 47,32% e 1.043.318 voti, su Mercedes Bresso e il suo 46,90%, ovvero 1.033.946 suffragi. Bono ha preso 90.086 voti, cioè il 4,08%. Nulla di paragonabile all'1,43% di Sel, al 2,64% della Federazione della sinistra, per non dire dei Verdi fermi allo 0,74%. Un grimaldello decisivo per scardinare l'incerta tenuta della sinistra nella provincia di Torino e sicuramente più importante delle tante schede nulle, tirate fuori lunedì sera dalla Bresso ma già dimenticate (ma il ricorso si farà). Visto, poi, che nel 2005 Ghigo era esattamente dov'è il centrodestra ora - con meno Lega, ma questa sarebbe un'altra storia - e che al Pd mancano giusto quattro punti per la vittoria, il centrosinistra sa già contro chi puntare il dito.
Val Susa, provincia di Torino, qui il candidato del movimento 5 stelle ha incassato cifre da record: il 28,7% a Bussoleno, il 29,8% a Venaus e il 26,5% a San Giorgio (uno dei rari comuni della valle in cui la Bresso ha superato Cota, 37,2% contro 31,5%). Numeri che all'ex zarina fanno accapponare la pelle. Ma lo stupore per questo boom scema appena ci si allontana dal capoluogo, si va verso Avigliana e le montagne. In Val Susa se l'aspettavano. Prendete la folla in piazza Castello davanti al Beppe, il 14 marzo scorso. Ecco. Proprio quel giorno Alberto Perino, storico leader No Tav, fece la sua dichiarazione di voto: Davide Bono. E, ieri, la sua risposta alla domanda sul perché del risultato grillino è stata caustica, come sempre. «È chiaro: gli altri due erano per la Tav. Prima avevamo votato Rifondazione e Verdi. Poi, loro hanno tradito. I 5 stelle, invece, ragionano sulle cose concrete, come noi». E al Pd che li accusa di aver liberato il campo alla Lega? «Che dire, chi è causa del suo mal pianga se stesso».
Bono, barba e occhialini, era convinto del successo: «Conoscevamo la nostra potenzialità, in valle abbiamo avuto il sostegno dei tanti che alle amministrative hanno appoggiato le Liste civiche». Respinge le accuse del centrosinistra che lo vuole responsabile della sconfitta: «I nostri voti sono principalmente sottratti all'astensionismo e alla delusione». Gli dà ragione Giorgio Vair, vicesindaco a San Didero, 15 chilometri da Susa. Amministratore dall'85, si definisce «indipendente di sinistra». L'ultima volta è stato eletto in una delle Liste civiche che si oppongono all'alta velocità (120 consiglieri comunali sui 600 in valle): «Il voto al movimento 5 stelle è di protesta contro i poteri forti e di contenuto. È stato l'unico a parlare di un diverso modello di sviluppo».
Rifondazione a Bussoleno è passata dal 12% del 2005 al 4%. Juri Bossuto è consigliere regionale uscente del Prc, da sempre impegnato nelle lotta No Tav. «Siamo dal 1992 nel movimento, senza volerlo cavalcare. Purtroppo il nostro accordo tecnico è stato interpretato come una resa. Non era così, si trattava di opporsi a una destra razzista. Il movimento No Tav ha fatto un grave errore, i grillini non andranno mai davanti alle fabbriche». Che la responsabilità sia anche della sinistra lo ammette Sandro Plano, il presidente della Comunità montana, nel Pd ma sempre a rischio espulsione: «La colpa - lo dice con amarezza - è nostra, bisogna ritrovare lo spirito dell'Ulivo».
Le cinque stelle prendono molto persino nelle roccaforti rosse della provincia torinese. Come Collegno, dove il Pd si «ferma» al sessanta per cento dei consensi: «Lasciando da parte il 75% delle regionali 2005, siamo calati di cinque punti dalle europee dello scorso anno. C'è un calo ma non parlerei di crisi visto che il partito resta su percentuali altissime», spiega il segretario Francesco Casciano. Anche da queste parti Bono ha rosicchiato un po'. Giusto cinque punti: «Ma la Tav non c'entra, il problema è l'antipolitica. Anche perché la crisi è fortissima. E quando a settembre finiranno gli ammortizzatori sociali, qui, in quella che era la seconda zona industriale d'Europa, la situazione si farà davvero dura».
Sara Menafra e Mauro Ravarino
Da il manifesto del 31 marzo
TORINO - Lei continua a chiamarlo il «ribellismo». Dice che il problema sono quei giovani che sperano nel movimento No Tav perché si interessano solo della contestazione. Che la sua sconfitta dimostra «che solo la politica urlata paga». E a chi le chiede come ha potuto non accorgersi del fatto che il movimento di Beppe Grillo stava rosicchiando tanti consensi al centrosinistra, la governatrice uscente del Piemonte Mercedes Bresso risponde sconsolata: «Non c'erano segnali, i sondaggi non lo dicevano. È stato fuoco amico».
È andata proprio così. Il giovane medico di base Davide Bono, portavoce dei grillini a cinque stelle, col suo modo di fare neppure troppo aggressivo si prende due consiglieri e quasi il quattro per cento dei consensi. Punti decisivi per assegnare la vittoria al leghista Roberto Cota, passato col 47,32% e 1.043.318 voti, su Mercedes Bresso e il suo 46,90%, ovvero 1.033.946 suffragi. Bono ha preso 90.086 voti, cioè il 4,08%. Nulla di paragonabile all'1,43% di Sel, al 2,64% della Federazione della sinistra, per non dire dei Verdi fermi allo 0,74%. Un grimaldello decisivo per scardinare l'incerta tenuta della sinistra nella provincia di Torino e sicuramente più importante delle tante schede nulle, tirate fuori lunedì sera dalla Bresso ma già dimenticate (ma il ricorso si farà). Visto, poi, che nel 2005 Ghigo era esattamente dov'è il centrodestra ora - con meno Lega, ma questa sarebbe un'altra storia - e che al Pd mancano giusto quattro punti per la vittoria, il centrosinistra sa già contro chi puntare il dito.
Val Susa, provincia di Torino, qui il candidato del movimento 5 stelle ha incassato cifre da record: il 28,7% a Bussoleno, il 29,8% a Venaus e il 26,5% a San Giorgio (uno dei rari comuni della valle in cui la Bresso ha superato Cota, 37,2% contro 31,5%). Numeri che all'ex zarina fanno accapponare la pelle. Ma lo stupore per questo boom scema appena ci si allontana dal capoluogo, si va verso Avigliana e le montagne. In Val Susa se l'aspettavano. Prendete la folla in piazza Castello davanti al Beppe, il 14 marzo scorso. Ecco. Proprio quel giorno Alberto Perino, storico leader No Tav, fece la sua dichiarazione di voto: Davide Bono. E, ieri, la sua risposta alla domanda sul perché del risultato grillino è stata caustica, come sempre. «È chiaro: gli altri due erano per la Tav. Prima avevamo votato Rifondazione e Verdi. Poi, loro hanno tradito. I 5 stelle, invece, ragionano sulle cose concrete, come noi». E al Pd che li accusa di aver liberato il campo alla Lega? «Che dire, chi è causa del suo mal pianga se stesso».
Bono, barba e occhialini, era convinto del successo: «Conoscevamo la nostra potenzialità, in valle abbiamo avuto il sostegno dei tanti che alle amministrative hanno appoggiato le Liste civiche». Respinge le accuse del centrosinistra che lo vuole responsabile della sconfitta: «I nostri voti sono principalmente sottratti all'astensionismo e alla delusione». Gli dà ragione Giorgio Vair, vicesindaco a San Didero, 15 chilometri da Susa. Amministratore dall'85, si definisce «indipendente di sinistra». L'ultima volta è stato eletto in una delle Liste civiche che si oppongono all'alta velocità (120 consiglieri comunali sui 600 in valle): «Il voto al movimento 5 stelle è di protesta contro i poteri forti e di contenuto. È stato l'unico a parlare di un diverso modello di sviluppo».
Rifondazione a Bussoleno è passata dal 12% del 2005 al 4%. Juri Bossuto è consigliere regionale uscente del Prc, da sempre impegnato nelle lotta No Tav. «Siamo dal 1992 nel movimento, senza volerlo cavalcare. Purtroppo il nostro accordo tecnico è stato interpretato come una resa. Non era così, si trattava di opporsi a una destra razzista. Il movimento No Tav ha fatto un grave errore, i grillini non andranno mai davanti alle fabbriche». Che la responsabilità sia anche della sinistra lo ammette Sandro Plano, il presidente della Comunità montana, nel Pd ma sempre a rischio espulsione: «La colpa - lo dice con amarezza - è nostra, bisogna ritrovare lo spirito dell'Ulivo».
Le cinque stelle prendono molto persino nelle roccaforti rosse della provincia torinese. Come Collegno, dove il Pd si «ferma» al sessanta per cento dei consensi: «Lasciando da parte il 75% delle regionali 2005, siamo calati di cinque punti dalle europee dello scorso anno. C'è un calo ma non parlerei di crisi visto che il partito resta su percentuali altissime», spiega il segretario Francesco Casciano. Anche da queste parti Bono ha rosicchiato un po'. Giusto cinque punti: «Ma la Tav non c'entra, il problema è l'antipolitica. Anche perché la crisi è fortissima. E quando a settembre finiranno gli ammortizzatori sociali, qui, in quella che era la seconda zona industriale d'Europa, la situazione si farà davvero dura».
Sara Menafra e Mauro Ravarino
Da il manifesto del 31 marzo
sabato 27 marzo 2010
Piemonte cercasi
Il Pd chiude la campagna elettorale sull'onda «socialdemocratica». Il segretario Bersani all'alba si fa trovare ai cancelli di Mirafiori. L'accoglienza è fredda, ma lui ci crede: «Proviamo a raccontare il paese reale». Poi corre verso la periferia torinese
TORINO - Corso Tazzoli, porta 2, è l'ingresso della fabbrica per eccellenza. Alle carrozzerie, come in tutta Mirafiori sono abituati ai politici in campagna elettorale. Ma forse non così all'alba («solo ai tempi di Berlinguer» dice qualcuno). E non alle cinque. In quegli attimi gli operai sono più ombre del solito. È, infatti, ancora buio quando Pierluigi Bersani arriva ai cancelli della Fiat, accompagnato dalla candidata a presidente del Piemonte Mercedes Bresso. L'oscurità è presto sciolta dai flash e dalle luci delle telecamere. È l'inizio di una lunga giornata, che qualcuno dei suoi fedelissimi definisce socialdemocratica, ma lui preferisce chiamarla «popolare». Ha voluto chiudere la campagna elettorale prima nel luogo simbolo del lavoro in Italia e poi in una piazza nella periferia di Torino: «Perché vado dove ci sono i problemi, non i miracoli. E vorrei un partito capace di guardare le persone all'altezza degli occhi».
L'impatto ai cancelli non è dei più caldi. L'accoglienza non è affettuosa (gli operai sono preoccupati per il loro futuro), ma nemmeno ostile. Anzi c'è chi dice subito: «Sono contenta vi siate svegliati al nostro orario». C'è però chi scappa via tra le due ali di giornalisti senza nemmeno fermarsi, altri gli stringono la mano, altri si fermano. Vogliono parlare. «Che fine ha fatto la norma sui lavori usuranti?» chiede un operaio. «È vero c'è la legge, ma il governo non la applica» risponde il segretario. Un'operaia si fa avanti: «Soltanto ora vi ricordate di noi e di come viviamo. Ho 34 anni, un compagno precario. Abbiamo rinunciato ad avere un figlio» dice a muso duro. Nina Leone è rsu Fiom alle carrozzerie, gli chiede un impegno sulla legge di iniziativa popolare su democrazia e rappresentanza sindacale: «Non posso essere contrario - dice Bersani, cauto - a una proposta che dà maggiore voce ai lavoratori».
Le tute blu vogliono rassicurazioni sul futuro: «Non lasciateci soli». Bresso tranquillizza: «Abbiamo incontrato la Fiat e ci hanno detto che non hanno intenzione di mollare Mirafiori, anzi, che faranno una nuova produzione». Ma non basta a levare le paure: «In questo paese - spiega Bersani - c'è un caso Fiat, per questo bisogna che si apra un negoziato nazionale e che il governo trovi il modo di portare al tavolo l'azienda e le organizzazioni sindacali per sapere cosa si vuol fare, perché non può essere che il Lingotto presenti il suo piano e il governo non ne sappia niente».
Per il comizio di chiusura, il Pd non ha scelto la solita piazza (Rifondazione è rimasta in centro, davanti al Carignano). É volato in periferia, Madonna di Campagna, piazza Villari. Il cuore di un quartiere popolare. Quando sale sul palco, Bersani dà la carica: «Due mesi fa ci pensavano confinati in una riserva indiana di 3 o 4 Regioni. Non è più così. E se ne sono accorti. Vedrete ci sarà un'inversione di tendenza». Spiega: «Abbiamo voluto portare sotto i riflettori il paese reale: lavoro, reddito, sanità, scuola. Questi sono i nostri valori, con la difesa della migliore costituzione del mondo, quella italiana». Racconta la sua campagna: «In ogni città ho voluto incontrare un'azienda in crisi, un quartiere popolare. Per imparare chi siamo noi, un grande partito popolare». Parla semplice, diretto. «Il capo del governo è nervoso, non sorride più, digrigna i denti. Ce l'ha con magistrati, sinistra mangia bambini e conduttori televisivi». Al nome di Santoro scoppia l'applauso. Poi: «Neanche in Iran provano a oscurare la comunicazione come qui». Si rivolge a Berlusconi, che non cita quasi mai per nome, lo chiama piuttosto «il miliardario», il surfista che va da un'onda a una balla: «Se non ti piace la televisione cambia canale. Come facciamo tutti i giorni quando vediamo la tua faccia».
Il Piemonte è una delle regioni in bilico, quella più simbolica («Si gioca al pelo, ma siamo fiduciosi»). Scalda la chiamata antileghista: «Non ci sarebbe Berlusconi se non ci fosse la Lega e il Carroccio non può fare tutte le parti in commedia: venire il week end a fare il partito del federalismo e del territorio e poi durante la settimane sostenere il miliardario con più passione di Cicchitto». E poi si rivolge a Cota: «Ha giurato nelle mani del miliardario a San Giovanni a Roma, non ci venga poi a parlare di autonomia, lui che si è inchinato all'imperatore. E domani quando Berlusconi chiederà di fare le centrali nucleari dirà di no?». Infine: «Il Pd deve essere il partito della nuova unità della Nazione e dell'antica Costituzione della Repubblica».
Prima aveva parlato Mercedes Bresso, il suo ultimo appello: «Dobbiamo tornare al governo del Piemonte e poi di quello nazionale. Fermeremo la Lega e i lumbard sul Ticino».
Da il manifesto del 27 marzo
TORINO - Corso Tazzoli, porta 2, è l'ingresso della fabbrica per eccellenza. Alle carrozzerie, come in tutta Mirafiori sono abituati ai politici in campagna elettorale. Ma forse non così all'alba («solo ai tempi di Berlinguer» dice qualcuno). E non alle cinque. In quegli attimi gli operai sono più ombre del solito. È, infatti, ancora buio quando Pierluigi Bersani arriva ai cancelli della Fiat, accompagnato dalla candidata a presidente del Piemonte Mercedes Bresso. L'oscurità è presto sciolta dai flash e dalle luci delle telecamere. È l'inizio di una lunga giornata, che qualcuno dei suoi fedelissimi definisce socialdemocratica, ma lui preferisce chiamarla «popolare». Ha voluto chiudere la campagna elettorale prima nel luogo simbolo del lavoro in Italia e poi in una piazza nella periferia di Torino: «Perché vado dove ci sono i problemi, non i miracoli. E vorrei un partito capace di guardare le persone all'altezza degli occhi».
L'impatto ai cancelli non è dei più caldi. L'accoglienza non è affettuosa (gli operai sono preoccupati per il loro futuro), ma nemmeno ostile. Anzi c'è chi dice subito: «Sono contenta vi siate svegliati al nostro orario». C'è però chi scappa via tra le due ali di giornalisti senza nemmeno fermarsi, altri gli stringono la mano, altri si fermano. Vogliono parlare. «Che fine ha fatto la norma sui lavori usuranti?» chiede un operaio. «È vero c'è la legge, ma il governo non la applica» risponde il segretario. Un'operaia si fa avanti: «Soltanto ora vi ricordate di noi e di come viviamo. Ho 34 anni, un compagno precario. Abbiamo rinunciato ad avere un figlio» dice a muso duro. Nina Leone è rsu Fiom alle carrozzerie, gli chiede un impegno sulla legge di iniziativa popolare su democrazia e rappresentanza sindacale: «Non posso essere contrario - dice Bersani, cauto - a una proposta che dà maggiore voce ai lavoratori».
Le tute blu vogliono rassicurazioni sul futuro: «Non lasciateci soli». Bresso tranquillizza: «Abbiamo incontrato la Fiat e ci hanno detto che non hanno intenzione di mollare Mirafiori, anzi, che faranno una nuova produzione». Ma non basta a levare le paure: «In questo paese - spiega Bersani - c'è un caso Fiat, per questo bisogna che si apra un negoziato nazionale e che il governo trovi il modo di portare al tavolo l'azienda e le organizzazioni sindacali per sapere cosa si vuol fare, perché non può essere che il Lingotto presenti il suo piano e il governo non ne sappia niente».
Per il comizio di chiusura, il Pd non ha scelto la solita piazza (Rifondazione è rimasta in centro, davanti al Carignano). É volato in periferia, Madonna di Campagna, piazza Villari. Il cuore di un quartiere popolare. Quando sale sul palco, Bersani dà la carica: «Due mesi fa ci pensavano confinati in una riserva indiana di 3 o 4 Regioni. Non è più così. E se ne sono accorti. Vedrete ci sarà un'inversione di tendenza». Spiega: «Abbiamo voluto portare sotto i riflettori il paese reale: lavoro, reddito, sanità, scuola. Questi sono i nostri valori, con la difesa della migliore costituzione del mondo, quella italiana». Racconta la sua campagna: «In ogni città ho voluto incontrare un'azienda in crisi, un quartiere popolare. Per imparare chi siamo noi, un grande partito popolare». Parla semplice, diretto. «Il capo del governo è nervoso, non sorride più, digrigna i denti. Ce l'ha con magistrati, sinistra mangia bambini e conduttori televisivi». Al nome di Santoro scoppia l'applauso. Poi: «Neanche in Iran provano a oscurare la comunicazione come qui». Si rivolge a Berlusconi, che non cita quasi mai per nome, lo chiama piuttosto «il miliardario», il surfista che va da un'onda a una balla: «Se non ti piace la televisione cambia canale. Come facciamo tutti i giorni quando vediamo la tua faccia».
Il Piemonte è una delle regioni in bilico, quella più simbolica («Si gioca al pelo, ma siamo fiduciosi»). Scalda la chiamata antileghista: «Non ci sarebbe Berlusconi se non ci fosse la Lega e il Carroccio non può fare tutte le parti in commedia: venire il week end a fare il partito del federalismo e del territorio e poi durante la settimane sostenere il miliardario con più passione di Cicchitto». E poi si rivolge a Cota: «Ha giurato nelle mani del miliardario a San Giovanni a Roma, non ci venga poi a parlare di autonomia, lui che si è inchinato all'imperatore. E domani quando Berlusconi chiederà di fare le centrali nucleari dirà di no?». Infine: «Il Pd deve essere il partito della nuova unità della Nazione e dell'antica Costituzione della Repubblica».
Prima aveva parlato Mercedes Bresso, il suo ultimo appello: «Dobbiamo tornare al governo del Piemonte e poi di quello nazionale. Fermeremo la Lega e i lumbard sul Ticino».
Da il manifesto del 27 marzo
mercoledì 24 marzo 2010
Pazzi per il cinema
Attraversano l’Abruzzo con un pullman per portare film e vita agli isolati delle new town. Loro, che sono MattiL'AQUILA - Il brusio si sente anche dall’esterno, la stanza è una scatola sottile. Un container anonimo, come se ne vedono tanti dopo una catastrofe. Isolato, a lato dei padiglioni che un tempo ospitavano il manicomio di Collemaggio a L’Aquila. Rispetto ai muri crepati delle vecchie strutture, questo parallelepipedo bianco dà una certa sicurezza.
Ogni giorno si ritrovano qui una ventina di ragazzi del Centro di salute mentale. “Una beffa del destino tornare nel luogo che avevamo abbandonato più di dieci anni fa, al termine di una lunga lotta. È una collocazione di sofferenza, ma l’abbiamo accettata, dopo sette mesi passati in tendopoli”. Alessandro Sirolli, direttore del Centro, ha modi gentili e barba incolta. È uno psicologo di frontiera: allievo di Franco Basaglia, è stato impegnato fin dagli anni ’70 nel processo di smantellamento dei manicomi, in particolare quello di Collemaggio, chiuso nel 1996.
Ripartire dopo il terremoto non è stato semplice, ma Sirolli l’ha voluto fare proprio con i suoi matti e con un’iniziativa particolare. Dal 20 febbraio, infatti, gira con loro per le new town abruzzesi a bordo del Cinebus. “È un autobus trasformato in cinema -spiega lo psicologo-, per portare film e dibattiti nei nuovi quartieri, dove mancano spazi di socialità e la gente è sempre più isolata”.
L’Ama, l’azienda dei trasporti aquilana, ha concesso un pullman. La onlus romana “Chiara e Francesco” e l’associazione “180 amici” si sono fatte carico dell’impianto di proiezione e dei costi per due operatori. La prima tappa è stata la piazza del Duomo, nel centro de L’Aquila. Il Cinebus ha poi toccato le frazioni di Roio, Paganica e Colle Brincioni.
Il tour andrà avanti per tutta la primavera. Nei fine settimana il pullman raggiunge una delle new town, la gente si accomoda sui sedili e si gode lo spettacolo. Finora sono stati proiettati la fiction su Basaglia “C’era una volta la città dei matti”, “Si può fare”, del regista Claudio Manfredonia con la partecipazione di Claudio Bisio, e “Tutta la vita davanti”, di Paolo Virzì.
“È un ottimo modo per coinvolgere i matti, che mi accompagnano nelle diverse tappe del viaggio. Alla fine di ogni pellicola i cittadini e le persone che frequentano il Centro discutono di quello che hanno visto ma anche delle condizioni in cui stiamo vivendo oggi”.
Il contatto con la cittadinanza è linfa vitale per Sirolli e la sua attività. “Già prima del terremoto, avevamo pensato a una serie di iniziative da realizzare nella nostra sede appena ristrutturata, in via San Marciano, un palazzo settecentesco ora inagibile: un milione e 300mila euro di danni causati dal sisma”. L’idea era quella di presentare testi di scrittori abruzzesi. La scossa, però, ha sconvolto tutto. “Dopo il 6 aprile, la nostra terra si è riempita di giornalisti ed è arrivata una valanga di libri sul terremoto”, racconta Sirolli. I libri sono stati il primo veicolo per intraprendere quelli che lo psicologo chiama “laboratori di cittadinanza”.
I ragazzi di Sirolli hanno vissuto nelle tende, in mezzo agli altri. “Abbiamo scelto di stare nella tendopoli, quella del campo Globo, che si è trasformata nella sede provvisoria del Centro e in casa per decine di ragazzi che avevano perso la propria. Non senza resistenza della Protezione civile che ci voleva isolare su una collina. La tenda è uno spazio di socialità e contaminazione, proprio quello che cercavamo quando nel 1996 siamo usciti dal manicomio per permettere a queste persone di vivere in appartamenti in città”.
Il giorno dopo il terremoto era arrivata anche una proposta. Inaccettabile. “Tranquilli, ve li prendiamo noi i matti”. Erano i responsabili di Villa Pini, la casa di cura di Chieti di proprietà della famiglia Angelini, oggi al centro di un’inchiesta giudiziaria per truffa.
Sirolli ha voluto difendere i propri matti, scegliendo una soluzione precaria come quella della tendopoli. “C’era chi si lamentava perché il matto faceva la pipì fuori dalla tenda -ricorda-, poi magari si scopriva che era stato un vecchietto che non ce la faceva ad arrivare ai bagni. Ma soprattutto abbiamo ricevuto espressioni di vicinanza”. Il 2 novembre, quando il Centro è stato trasferito nel container e i ragazzi sono tornati a vivere nelle proprie case o nella new town, molti hanno pianto. “E ancora oggi se ci incontrano per strada ci chiedono come stanno Luigi, Danilo e gli altri”.
Ilaria Leccardi e Mauro Ravarino
Da Terre di mezzo di marzo
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