venerdì 22 marzo 2013

Please please me, il primo disco dei Beatles ha 50 anni

Oggi l’anniversario, ad aprile il Record Store Day. È l’occasione giusta per riprendere in mano il vecchio album e fareil punto sulla stato del vinile


Il produttore George Martin convocò i quattro ragazzotti di Liverpool nella sede della Emi, a Londra in Manchester Square, e gli chiese di sporgersi dalla ringhiera della tromba delle scale. Sorriso. Clic! Ecco, in due righe, la copertina dell’album Please Please Me, nello scatto di Angus McBean, fotografo surrealista gallese. Da sinistra a destra, Ringo, da poco entrato nel gruppo, Paul, George e John. Il 22 marzo del 1963 uscìil primo Lp dei Beatles. Venne registrato, un mese prima, in sole quindici ore di lavoro, a eccezione dei singoli che erano stati suonati in studio nell’autunno precedente (Love me do e il brano che dà il titolo all’album). [CONTINUA]

Da Linkiesta del 22 marzo

venerdì 15 marzo 2013

Eternit, Guariniello chiede 20 anni per i «big» Schmidheiny e de Cartier

Dello stabilimento di via Oggero, dove la pianura lascia spazio alla collina e la scritta rossa «Eternit» si vedeva da lontano, non c'è più nulla, se non la palazzina degli uffici, lasciata in piedi quasi come monito perché una tragedia simile non si ripeta. Perché «una così grande non l'ho mai vista» ha detto, ieri, il pm Raffaele Guariniello a termine della requisitoria del processo d'appello, a Torino, in cui ha chiesto la condanna a 20 anni per il magnate svizzero Stephan Schmidheiny e per il barone belga Louis de Cartier, la testa del colosso dell'amianto, che a Casale Monferrato come a Cavagnolo, Rubiera, Bagnoli (e in tanti luoghi d'Italia e del mondo) continua a provocare morti.
Un disastro che, secondo l'accusa, è conseguenza cosciente della condotta imprenditoriale dei due imputati, condannati in primo grado per disastro ambientale doloso e omissione dolosa di cautele. «Hanno accettato e continuano ad accettare questo immane disastro - ha aggiunto Guariniello - che ha colpito e colpisce cittadini, non solo lavoratori. È un disastro che non può essere ridotto ai luoghi di lavoro ma si sta consumando ai danni della popolazione, di tutti noi. Continua a seminare morte e continuerà a farlo chissà fino a quando». Basta alzare lo sguardo, oltre via Oggero, per capire che il lascito di quella storia maledetta non è debellato; costeggiare le baracche sul Po con i tetti coperti dal grigio ondulato, attraversare Casale (dove la bonifica pubblica è stata la più avanzata) e dare un'occhiata ai soffitti delle fabbriche abbandonate o abbassare gli occhi e osservare il battuto dei cortili di Casale Popolo, realizzati con il polverino (il materiale di scarto).
Tutto, qui, sapeva di polvere, lo racconta Nicola Pondrano, ex operaio e poi sindacalista, che da giovane ancora inconsapevole era rimasto stupito dalle scie che le biciclette degli operai lasciavano per strada. Scie bianche. Lui è uno dei protagonisti di questa lotta trentennale, insieme a Bruno Pesce, sindacalista e coordinatore vertenza amianto, l'oncologa Daniela Degiovanni e Romana Blasotti, presidente dell'Afeva, che con i suoi occhi chiari e una volontà di ferro ha reagito alle morti in famiglia, cinque in tutto, il marito Mario, la figlia Maria Rosa, poi una sorella, una cugina e un nipote.
«Oggi - ha ammonito Guariniello - stiamo facendo un processo, ma domani ci saranno altri morti. E avviene anche in altre parti del mondo, tutto sotto un'unica regia. Questa tragedia si è consumata senza che mai fino a oggi nessun tribunale abbia chiamato a rispondere i veri responsabili». I parametri per cui sono stati chiesti 20 anni sono «l'enorme gravità del danno, l'eccezionale intensità dell'elemento soggettivo e il dolo diretto. Non siamo - ha sostenuto - al cospetto di titolari di un'officina metalmeccanica, ma dei vertici di un'enorme multinazionale, con un'alta capacità economica. Gli imputati, per anni, hanno negato la pericolosità e la cancerogenicità dell'amianto e sono stati mossi da una volontà precisa di proseguire l'attività a tutti i costi mettendo a repentaglio la salute dei lavoratori e della popolazione». Infine, «Schmidheiny ha mascherato attività di spionaggio e attività lobbistica dietro l'attività filantropica per evitare di rispondere della sua condotta davanti ai giudici».
Familiari, attivisti, ex lavoratori (i pochi rimasti) sono arrivati al Palagiustizia in pullman come a ogni udienza del maxi-processo iniziato l'11 dicembre 2009. I numeri sono significativi: 3000 vittime (2200 morti e 800 malati, dati in aumento) e 6300 parti civili costituite. Il pm ha chiesto, inoltre, che gli imputati siano condannati anche per le vittime da amianto degli impianti di Rubiera e Bagnoli. Un capo di imputazione che la sentenza di primo grado aveva considerato prescritto. «Riteniamo che la loro responsabilità sia ancora attuale anche per quanto riguarda quei due siti». La sentenza è attesa per fine maggio, nella speranza che non sia un remake di quella Thyssen. Poi, probabilmente, ci saranno un Eternit bis e un tris. È una storia lunga cent'anni, che avrà ancora dolore da consumare, ma pretende giustizia.  

Da il manifesto, 14 marzo

martedì 27 novembre 2012

“Fateci un regalo per Natale: pena di morte per i gay”

Questo chiederebbero, secondo ilpresidente del Parlamento, i cittadini dell’Uganda. Dove rischia di essere approvata a breve una legge che prevede la pena di morte o l’ergastolo per i gay (ora rischiano 14 anni). Tra liste di proscrizione e predicatori americani, va in scena in Africa un pogrom anti-omosessuali. 

Da Linkiesta del 27 novembre

giovedì 22 novembre 2012

Il gran rifiuto di Ken Loach a Torino: “Sfruttate i lavoratori”

Ken Loach ha platealmente rifiutato il Gran Premio Torino. Motivazione? Per il regista, il Museo del Cinema, o meglio, la cooperativa Rear (che smentisce e, con il presidente Laus, consigliere regionale Pd, minaccia querele) sfrutta i lavoratori. Brutta tegola per la Torinodi Fassino alla vigilia del Film Festival

TORINO – In genere ci si limita ad attestati di solidarietà,alla stretta dimano al lavoratore, al minuto di microfono, alloslogan lanciato afavore di telecamera, allo striscione ospitato sulpalco. Però al premio, alla comparsata sul tappeto più o meno rosso, spesso non si rinuncia. Si tratti di un regista, di un attore, di un drammaturgo, di uno scrittore o di un intellettuale impegnato. Ecco perché il gran rifiuto del Gran Premio Torino di Ken Loach fa un certo effetto. Buca la società dell’eccitazione, crea un vuoto. Sullo sfondo non c’è un grande conflitto o paladini da sostenere, ma una piccola storia cittadina (le condizioni dei lavoratori di una cooperativa), che però descrive bene il Sistema Torino, un tempo – quello dei fasti chiampariniani – era un vanto, ora – nell’epoca del debito – un’impalcatura che barcolla insieme alle sue contraddizioni.
[CONTINUA]



Da Linkiesta del 22 novembre

sabato 15 settembre 2012

Referendum, per Yuri e altri. Storia di sei operai scomodi

Ti chiamano alle 12 o alle 16,30, poco cambia. Sei appena tornato dalle ferie o, peggio, dalla cassa integrazione. Non hai nemmeno il tempo di pensare cosa vorranno dirti che ti avvisano subito: vai in ufficio, ti vuole il direttore o la segretaria del capo del personale. Pochi dettagli non cambiano una storia che si ripete quasi in fotocopia. Percorri i corridoi della fabbrica e quando si apre la porta della stanza, l’atteggiamento di chi ti accoglie è ogni volta identico: freddo ma educato. Il motivo della chiamata è lo stesso, per tutti, licenziamento per «motivi economici».
È successo a Vittorio, Yuri, Mirko, Martino, Daniele e Paolo. Cinque sono iscritti alla Fiom, uno è un ex iscritto. Sono, tra i metalmeccanici, le prime vittime della riforma Fornero, che ha modificato, svuotandolo, l’articolo 18. D’altronde la legge è in vigore dal 18 luglio, perché non applicarla si sarà detto qualche imprenditore (nei giorni scorsi ad approfittarne è stato il colosso cinese delle telecomunicazioni Huawei, che ha lasciato a casa due lavoratori).
Questa è la storia di sei lavoratori scomodi. I primi tre lavorano in un’azienda dell’astigiano, gli altri in una ditta di Moncalieri, sessanta chilometri di distanza lungo le strade di un Piemonte sempre più marchionizzato. Partiamo da Cerro Tanaro, in provincia di Asti, dalla Lagor, che produce nuclei per trasformatori elettrici. Vittorio Gaffodio ha 45 anni e ci lavora dal ’91. «L’ho vista crescere». È membro della segreteria provinciale delle tute blu della Cgil, eletto la prima volta Rsu nel 2003: «L’anno successivo chiediamo all’azienda un’analisi della polveri. Risulta la presenza di silicio e cromo esavalente. Preoccupati, chiediamo di fare installare degli aspiratori, ma la risposta è picche. Sono percentuali inique, dicono. Successivamente facciamo denuncia allo Spresal dell’Asl, che nell’ottobre del 2010 si presenta per le indagini. Da quel momento inizia nei miei confronti un duro attacco e continue pressioni. In bacheca compare un documento aziendale che parla di un rapporto di fiducia rotto, la direzione minaccia di togliere i premi aziendali». Vince la paura. «La Fim decide di raccogliere le firme per far decadere le Rsu». La Fiom che per sette anni era stata maggioranza alle elezioni perde. «E così, nei due anni successivi, ogni volta, che spuntava la cassa integrazione ero il primo a essere lasciato a casa, con il salario ridotto a 750-800 euro al mese, una moglie attualmente disoccupata e un mutuo da pagare».
Arriviamo a venerdì scorso, alle 12. «Stavo facendo il primo turno, mi chiama il direttore e mi dà un foglio. Da quel momento vengo licenziato per motivi oggettivi. In una recente visita, richiesta dal medico aziendale, sono stato considerato inidoneo nello svolgere il turno di notte». Il pretesto. «E pensare che in tutta la mia carriera in Lagor l’avrò fatto una settimana tanti anni fa». Vittorio si domanda: «Questi sarebbero licenziamenti economici? Si risolve la crisi mandando a casa tre lavoratori in uno stabilimento che ne conta cento? Non sono altro che discriminatori contro chi ha alzato la testa. Prima della riforma Fornero si sarebbe aperta una procedura di mobilità. Ora, non ho nemmeno il diritto agli ammortizzatori». Ma rimane ottimista e spera nel referendum contro la riforma.
Insieme a Gaffodio, il licenziamento è stato notificato a Mirko Passalacqua e a Yuri Cravanzola: «Non sarò un rompiscatole come Vittorio – racconta Cravanzola – ma da quando decisi di non firmare il documento che fece decadere le Rsu, anch’io ho subito pressioni e l’offerta di una buonuscita di 7 mila euro. Non l’ho accettata. Venerdì è stata una doccia fredda. Vogliono toglierci ogni diritto, renderci schiavi. Il ministro Fornero diceva che con la riforma ci avrebbe fatto un favore, mi chiedo ora, che avrebbe fatto se voleva farci un torto».
Sta seguendo da vicino la vicenda Giuseppe Morabito, segretario Fiom Asti: «C’è stato un calo di commesse, ma l’azienda non ha mai chiesto cassa straordinaria o mobilità. Impugneremo i licenziamenti e dimostreremo che i motivi non sussistono. Purtroppo, i lavoratori rischiano di vedersi riconosciuto solo l’indennizzo e non il reintegro».
A Moncalieri, alla Model Master, azienda di design con 150 addetti, stesso copione: tre lavoratori, iscritti alla Fiom e il pretesto della crisi. Martino Grisorio, ex Rsu entrato in fabbrica 25 anni fa, racconta la sua vicenda e quella dei colleghi, Daniele Giordanino e Paolo Bauducco, modellatori di stile: «Il 3 settembre, alle 16,30, veniamo convocati e ci viene data lettera di licenziamento con motivazioni oggettive di natura economica».
Per Giordanino non è una prima volta: anni fa era stato licenziato senza giusta causa e poi riammesso dal giudice, grazie all’articolo 18. Come alla Lagor, c’è un passaggio determinante: «Nei mesi scorsi ci siamo opposti all’adozione di un contratto stile Fiat, con l’uscita da Confindustria e dal contratto nazionale. E da quel momento l’azienda ha evitato ogni dialogo con noi, anche quando è stata decisa una quarta settimana di chiusura di alcuni reparti. Non sono veri i motivi economici: mesi fa sono stati assunti alcuni addetti nel nostro reparto. Noi siamo i primi a subire la riforma, c’è bisogno di un argine. Dobbiamo convincere i giudici della discriminazione». Mercoledì ci sono state due ore di sciopero. Secondo Edi Lazzi, funzionario Fiom, «questa vicenda testimonia come sia una legge sbagliata e da cambiare».

Da il manifesto del 14 settembre

venerdì 17 agosto 2012

Nucleare, grandi annunci ma la bonifica è “all’italiana”

«Trino Vercellese sarà la prima delle quattro centrali nucleari italiane a essere completamente smantellata», ha annunciato la scorsa settimana la Sogin (la società di Stato incaricata delle bonifiche atomiche). Il ministero dello Sviluppo economico ha infatti approvato il decreto di “disattivazione dell’impianto”. Ma c’è un particolare che rovina la festa: il deposito nazionale delle scorie ancora è di là da venire. E così l’operazione è più di facciata che di sostanza. 

Trino Vercellese è una zattera galleggiante immersa nella pianura padana, appoggiata al Po e al Monferrato. Da oltre mezzo secolo, la sua storia è legata al nucleare, nonostante in 23 anni di attività (1964-1987) la centrale Enrico Fermi abbia prodotto 26 miliardi di kWh di elettricità, allo stato attuale dei consumi in Italia, pari a circa 26 giorni di fabbisogno.

Da Linkiesta del 17 agosto

martedì 7 agosto 2012

No Tav, il Terzo fronte

Tra espropri, blocchi e presìdi, in val Lemme, valle Scrivia e Valpolcevera, cresce un altro movimento contro l'alta velocità: quello che non vuole il Terzo valico tra Piemonte e Liguria. Rifinanziato dal governo Monti
In alta Val Lemme gli alberi si fanno fitti e non c'è spazio per i rumori della pianura, come quelli che si orchestrano stonati attorno al mega outlet di Serravalle Scrivia. Qui, il Piemonte diventa quasi Liguria, ma prima di scollinare si arrampica sulla ripida cresta degli Appennini. Tra queste rocce vogliono farci passare il Terzo Valico dei Giovi, 53 chilometri di linea ferroviaria ad alta velocità e alta capacità (per ora un ibrido senza precisa destinazione), 39 dei quali in galleria, da Genova a Tortona, anzi a Rivalta Scrivia, parte del corridoio 24, tra il porto della Lanterna e quello di Rotterdam. Sono 115 milioni di euro al chilometro per una spropositata cifra totale di 6,2 miliardi di euro, quanto il taglio alle pensioni del governo Monti, che come il precedente esecutivo Berlusconi, sostiene l'opera considerata strategica (seppur non giustificata dal punto di vista della domanda del trasporto). Per non parlar dei problemi relativi all'amianto e alle falde acquifere. Del Terzo Valico se ne discute da oltre 20 anni, un progetto capostipite risaliva addirittura al 1988 (linea veloce Genova-Milano), ma è nel 1991 che prende - seppur mutevole - un'astratta forma. L'anno in cui nasce il general contractor che dovrebbe realizzare la grande opera e dividersi la torta: il Cociv. Il consorzio, guidato da Impregilo (tra gli azionisti, Gavio, che a Tortona ha sempre fatto il bello e il cattivo tempo) con Tecnimont, Condotte d'Acqua e Civ, ha redatto il progetto per conto della Tav spa di Rfi.

E, ora, dopo alti e bassi, "fori pilota" bloccati dalla magistratura nel 1998, legge obiettivo (che nel 2001 la inserì nelle infrastrutture ferroviarie strategiche), delibera Cipe (2006) e primi due lotti finanziati, siamo arrivati - senza ancora nessun progetto esecutivo - agli espropri, più precisamente agli iter di immissione in possesso che ne sono il preludio, in vista dell'adeguamento della viabilità propedeutica ai lavori di scavo (primo lotto, Berlusconi: 500 mila euro). Così, per far posto a gallerie, rotonde, strade - in un contesto naturalistico scomposto e sventrato - viene tolto spazio a campi, giardini, garage e case. Niente deve essere d'intralcio in Val Lemme come in Valle Scrivia, nell'alessandrino, o in Valpolcevera, sull'altro versante genovese. Le lettere ai proprietari sono arrivate a fine giugno. Il movimento contro il Terzo Valico, forte della manifestazione che il 26 maggio ha portato 2500 persone ad Arquata Scrivia, non si è fatto trovare impreparato. E da Libarna, già città romana lungo la via Postumia, in su, le strade si sono riempite di bandiere No Tav, quelle bianche e rosse della Val di Susa. Anche Pasquale, che vive a Crenna, nel comune di Serravalle Scrivia, in una casetta ex cantoniera poco prima della galleria, l'ha appesa alla finestra. Gli hanno proposto 60 euro per l'esproprio di 40 metri quadrati e 40 euro annui per l'occupazione provvisoria di altri 317 metri che comprendono la sua abitazione in pietra, acquistata e ristrutturata con fatica e non senza beghe legali con l'ex proprietario. «Quando mi è arrivata la lettera, temevo una multa per eccesso di velocità. Aperta, scopro invece che mi vogliono portare via la casa». In cambio di cento euro. Pasquale lo racconta con una tranquillità, piena di stupore. Potrebbe riavere le sue pareti dopo (minimo) dieci mesi ma con uno stradone in mezzo al giardino e un finale senza happy end che ricorda un film francese Home (di Ursula Meier, 2008), dove la quiete di una famiglia, che vive in campagna ai margini di un'autostrada mai completata, viene interrotta dall'inaugurazione improvvisa del tratto, isolandola così dal resto del pianeta. «Vado in Comune - continua Pasquale - chiedo delucidazioni, ma non ottengo risposte. Allora, decido di rivolgermi ai comitati. Ed è stato un bene».

Il movimento No Tav - Terzo Valico resuscitato nell'inverno, dopo il sì del governo Monti al rifinanziamento del secondo lotto (un milione e cento mila euro), in queste settimane ha organizzato, per evitare gli espropri, blocchi e presidi nei paesi delle valli. «Il Cociv - racconta Claudio Sanita, comitato Arquata Scrivia - si è presentato scortato a Trasta e Borgo Fornari in Valpolcevera e a Serravalle Scrivia. Ma ha girato i tacchi. Siamo in tanti, la gente è partecipe e solidale». E pensare che a gennaio «eravamo solo io e Luca a volantinare per Arquata, ora siamo in centinaia tra i vari comitati». A Trasta, la Digos ha identificato una quarantina di manifestanti, per loro scatterà una denuncia per interruzione di pubblico servizio. I legali dei No Tav hanno, invece, provato a chiedere una sospensiva delle procedure al Tar. Ricorso bocciato a fine luglio: «Leggendo nel merito la sentenza - spiega Sanita - si dice che il Terzo valico è una grande opera pubblica, mentre i cittadini difendono i loro cortili. La realtà diversa: il Cociv è l'interesse privato, la battaglia dei cittadini è di interesse pubblico. In difesa delle falde acquifere, della salute e della nostra terra».

E chi ha paura è Arquata Scrivia. Teme di rimanere senz'acqua e che le fonti della frazione di Rigoroso, sotto il monte Zuccaro, restino irrimediabilmente compromesse dai lavori per il tunnel. «I danni sarebbero gravi per tutto il territorio. La delibera Cipe prevede che nel caso in cui i lavori intercettassero la falda e il paese rimanesse senz'acqua verrebbe fornito un servizio con autobotti e verrebbe successivamente realizzato un acquedotto alternativo. Significa rimanere per almeno tre anni senz'acqua. Non è ammissibile. Per questo chiediamo una seria analisi idrogeologica» sottolinea il sindaco Paolo Spineto, a capo di una maggioranza di centrodestra. Il rischio è un altro Mugello, dove dopo diciassette anni di lavori per l'alta velocità si sono ritrovati acquedotti fuori uso e sorgenti prosciugate. Spineto è l'unico primo cittadino schierato apertamente contro il Terzo Valico, il Pd alessandrino sul tema è stato spesso silente, ora invoca un Osservatorio e il presidente della provincia, Paolo Filippi, darebbe l'ok solo se scongiurato il rischio amianto. Ma il partito di Bersani paga il doppio filo con cui è legato al potentissimo Fabrizio Palenzona, vicepresidente di Unicredit già presidente della provincia, in quota Margherita, presidente poi, per poche settimane, di Impregilo in quota Gavio, che, dopo aver per anni controllato il gruppo con Ligresti e Benetton, è diventato azionista principale, ma si è visto recentemente soffiare il giocattolo dal romano Salini.

Tanti sono gli interessi attorno all'opera, nonostante le controindicazioni sollevate dai comitati. Come l'impatto paesaggistico e ambientale e i rischi connessi all'amianto, che potrebbe finire nei detriti portati nelle cave di pianura. I sostenitori rassicurano. «Ma queste sono rocce serpentinitiche» racconta Mario Bavastro (Legambiente, memoria storica della lotta contro l'ecomostro) indicando una parete vicino a Voltaggio, antico borgo nel cuore della Val Lemme. Qui, e a Franconalto, stampati indelebilmente nella montagna, ci sono da quindici anni quei fori pilota che rappresentano una storia esemplare quanto grottesca: «Il 9 dicembre del 1996 - continua Bavastro - il Cociv scrive al comune di Fraconalto chiedendo di dichiarare l'ubicazione del foro di proprio gradimento, il sindaco risponde subito di sì. I lavori partono, ma dal sondaggio geodiagnostico come doveva essere, gli scavi diventano quelli per una galleria di servizio. Parte, allora, l'esposto di Wwf Liguria. Nel febbraio del '98 il ministro Edo Ronchi ferma i lavori, mai ripresi. Scatta parallelamente l'indagine della magistratura per truffa aggravata ai danni dello Stato, il processo verrà, però, poi trasferito da Milano a Genova e il reato ipotizzato ridotto a truffa ai danni dello Stato. Gli inquisiti di allora verranno prescritti, grazie alla legge ex Cirielli, e tuttora, vedi il senatore Luigi Grillo (Pdl), continuano a essere i maggiori sponsor del progetto».

Per la gente delle valli, il Terzo Valico assume le forme di un serpente. Sguscia e scompare per anni, poi rispunta mutevole. La linea è per passeggeri? Forse. Per merci? Forse. È per entrambi, seppur difficilmente possano coesistere. Voleva addirittura infilarsi in una scuola elementare, Villa Sanguineti a Trasta, e piazzarci lì gli uffici del Cociv. Pericolo scampato. «Ma rimane una brutta grana» dicono in coro nei presidi, dove tra le balle di fieno si condividono pasti, sorrisi e indignazione. Ci vengono in tanti, giovani e vecchi. In pianura, dove il tratto vedrebbe per la prima volta la luce, preoccupa l'intasamento su Ca' del Sole (Serravalle Scrivia): «La galleria della Crenna verrà chiusa per minimo dieci mesi per adeguare la viabilità - racconta Gianfranco Marchesotti, sindacalista storico, che conosce bene il tessuto socioeconomico della zona - e tutto il traffico si riverserà sulle strade del Rastellino e della Lomellina. Risultato? Inquinamento atmosferico e acustico centuplicato sulle colline coltivate a vigneti doc. Ed è solo uno dei tanti danni di quest'opera inutile». Alla sera, Gianfranco si ritrova nel circolo Lavoro e Libertà di via Berthoud per la riunione del Comitato serravallese. Presenti anche Elio Pollero, che a capo della lista di sinistra Serravalle Futura ha strappato nelle recenti amministrative un incoraggiante 27,5%, e molti "espropriati". Come Jole Perassolo, Sandra Cumo, Adriano Rossi e Martina Accorsi: «Vivendoli direttamente - raccontano - abbiamo capito quanti problemi in comune abbiamo con la Val di Susa. Ci vogliono imporre un'opera assurda con la forza. Non possiamo accettarlo. Dobbiamo stargli addosso come le mosche». Qui si dice, a saià düa!

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Da il manifesto del 7 agosto