TORINO - «La linea 5 non avrebbe mai dovuto essere in funzione viste le condizioni di sicurezza in cui si trovava», ha affermato Massimo Zucchetti, consulente di parte civile. «Nient'affatto: l'impianto installato nel 1990 non era obsoleto, lo testimoniava la volontà della Thyssen di smontarlo dopo la chiusura per portarlo a Terni», ha ribattuto Berardino Queto, consulente della difesa. In Corte d'Assise ieri è andato in scena un duello tra i tecnici, che in fondo delinea la strategia finora adottata dalle parti nel definire le responsabilità: incuranza degli operai o comunque errore umano per i legali degli imputati, e gravi omissioni nella tutela della sicurezza e abbandono della manutenzione da parte dell'azienda secondo la pubblica accusa.
Prima è toccato ai consulenti della difesa con una lunga disamina sul funzionamento della linea che ha suscitato il malumore dei parenti delle vittime: «Fanno vedere come avrebbe dovuto funzionare - hanno detto fuori dall'aula - ma non le condizioni in cui i nostri ragazzi erano costretti a lavorare». Per Vittorio Betta, uno dei consulenti Thyssen, sarebbe bastato schiacciare un pulsante anziché un altro e l'incendio non avrebbe causato la morte degli operai. Ha spiegato che uno di questi, quando si accorse del primo focolaio, premette il pulsante d'arresto della sezione di ingresso: «Ma se avesse schiacciato quello della fermata di emergenza non sarebbe accaduto più nulla, si sarebbe bloccato il flusso dell'olio idraulico e il grande calore non avrebbe determinato l'esplosione della pompa». A causare il focolaio - secondo l'esperto - furono le scintille generate da una non perfetta imboccatura della lamiera all'inizio della linea di scorrimento. Un errore umano dunque. E poi ha aggiunto: «Si è parlato di pressione psicologica sui dipendenti, quasi di sanzioni, ma non risulta ci siano state».
Sull'ultima ricostruzione le parti civili nutrono diversi dubbi. Zucchetti ha osservato che «i consulenti della difesa sostengono che premere il pulsante di emergenza avrebbe evitato la tragedia ma la realtà è che le condizioni della linea erano tali che chiunque fosse entrato nello stabilimento nei giorni precedenti l'incendio avrebbe dovuto premere quel pulsante». L'anormalità era diventata la normalità: carta, olio per terra, guasti continui. «La difesa - ha concluso - ha presentato una situazione ben lontana dall'effettivo funzionamento della linea. Era un impianto che necessitava di 60 mila litri d'olio all'anno per arginare le perdite quindi non si può non definirlo obsoleto e il fatto che si pensasse di trasferirlo non dimostra che non lo era, ma solo l'intenzione di continuare ad usarlo».
Processo Thyssen, tredicesima udienza
Da il manifesto dell'8 aprile
mercoledì 8 aprile 2009
martedì 7 aprile 2009
Eternit, via al processo storico
Prima udienza a Torino: lavoratori e familiari da tutta Europa. Quasi tremila le parti offese. L'Inail chiede risarcimento di 250 milioni
TORINO - «Finalmente giustizia». Nicola Pondrano, segretario della Camera del Lavoro di Casale Monferrato, dice due parole secche, ma forti, per sintetizzare il significato di una giornata storica, l'inizio del processo Eternit. La sua è una storia che arriva da lontano, dal 1974, quando per la prima volta entrò come operaio nello stabilimento di via Oggero. Non sapeva ancora di aver varcato la porta della fabbrica della morte. Anche se le avvisaglie c'erano tutte. Ma non ci mise molto a capire che qualcosa non andava. E da lì a poco, partì la lotta che con Bruno Pesce lo ha visto protagonista fino a oggi. Fino all'udienza preliminare per la strage silenziosa dell'amianto, quella fibra carogna che si infilava ovunque, magari nella tuta del papà che tornava a casa dal lavoro. Ecco perché i bambini degli anni Sessanta, senza aver mai messo piede nello stabilimento, sono i nuovi malati di mesotelioma. A Casale, la città più colpita, ne vengono diagnosticati 40 all'anno. E 1500 morti su una popolazione di 35 mila abitanti sono una cifra che spaventa.
Ieri, al Palagiustizia di Torino, il giorno tanto atteso per chi si è battuto in tutti questi anni: la prima seduta davanti al gup Cristina Palmesino. Per assistervi, da Casale sono arrivati 8 pullman, ma gente è venuta anche da Bagnoli, Cavagnolo e Reggio Emilia. Dalla Francia 200 persone e delegazioni pure da Belgio, Svizzera e Olanda. Basta questo per spiegare come il processo abbia già assunto una dimensione europea. I numeri sono maxi: 2889 le parti offese che potrebbero salire a 5700, in rappresentanza degli oltre duemila morti (dal 1952 in avanti). «E' un'impresa processualmente titanica», ha spiegato qualche giorno fa Raffaelle Guariniello che ha coordinato l'inchiesta contenuta in 200 mila pagine. La sfida è anche contro il tempo, contro il rischio prescrizione. Poco prima dell'inizio, il pm si è augurato che il processo sia giusto per tutti, per le vittime e per gli imputati: gli ex vertici della Eternit, lo svizzero Stephan Schmidheiny, 61 anni, e il barone belga Jean Louis De Cartier, 88 anni. Per entrambi, la procura di Torino ha chiesto il rinvio a giudizio per disastro doloso e omissioni di cautele antinfortunistiche. «L'Inail - ha aggiunto inoltre Guariniello - ha calcolato 246 milioni di euro di spesa sostenuta per indennizzare le vittime dell'Eternit». Per questo motivo, l'Istituto ha deciso di costituirsi parte civile per esercitare un diritto di rivalsa nei confronti della multinazionale.
Fuori dal Tribunale, striscioni e centinaia di persone. Un grande presidio, promosso dai sindacati e dalle varie associazioni impegnate nella lotta, che è stato battezzato Giornata europea per la giustizia delle vittime dell'amianto. «È l'inizio di un'altra grande battaglia. In questi anni ne abbiamo fatte tante anche sotto il profilo giuridico ma questa è senz'altro la più importante», ha commentato Bruno Pesce, coordinatore della Vertenza amianto. Accanto a lui, Romana Blasotti Pavesi, 80 anni, presidente dell'associazione dei familiari delle vittime, che ha perso il marito, la sorella, un nipote, un cugino e, infine, la figlia. Ma non si è mai data per vinta e ha continuato a chiedere giustizia. Al sit-in, c'era anche l'Andeva, l'associazione vittime amianto della Francia, presieduta da Alain Guerif. E poi, Renè Knepper, per 40 anni operaio Eternit, che in Borgogna ha vinto nel 1997 la prima causa civile d'amianto e guarda al processo di Torino come a un esempio, da seguire. Dietro alle bandiere della Cgil, ecco Enrico e Vincenzo da Bagnoli, che raccontano la loro dura vita in fabbrica, quando dei rischi per la salute non si parlava nemmeno. Si troveranno tutti a Parigi il 29 aprile per redigere una «carta europea dei diritti»». Hanno, infatti, costituito una multinazionale delle vittime, in contrapposizione a quella della «cupola» dell'amianto. Intanto, ieri l'Ispesl (Istituto superiore prevenzione e sicurezza sul lavoro) ha comunicato come i tumori da amianto (mesoteliomi) colpiscono 1.350 italiani ogni anno, con un'incidenza pari a circa 3,5 casi ogni 100 mila abitanti negli uomini e a un caso per 100 mila nelle donne.
La prima udienza si è conclusa con la presentazione delle domande di costituzione di parte civile da parte di numerosi enti pubblici, associazioni e di 500 persone. E' solo una prima parte, si continuerà mercoledì. Fra gli enti che hanno chiesto di costituirsi parte civile ci sono le tre Regioni interessate, Piemonte, Emilia Romagna e Campania, le Provincie di Torino e Alessandria, i Comuni piemontesi di Casale e Cavagnolo e il comune emiliano di Rubiera. Inoltre, Cgil e Cisl, Legambiente, Codacons, Medicina democratica, l'associazione famigliari vittime amianto di Casale e l'Associazione italiana esposti amianto. «Si tratta di un processo storico - ha affermato la presidente della Regione Piemonte Mercedes Bresso - in considerazione della grande quantità di danni che abbiamo subito. Non tanto per le produzioni industriali ma per il fatto di non avere detto che queste costituivano un grave danno per la salute. Tutto ciò ha creato danni immensi alla salute delle persone e al territorio e costi enormi di bonifica». Vittorio Agnoletto, europarlamentare Prc, e il consigliere regionale Alberto Deambrogio hanno, infine, denunciato l'assenza di rappresentanti del governo. Sulla stessa lunghezza d'onda Felice Casson del Pd che ha accusato l'esecutivo di versare lacrime di coccodrillo per i morti d'amianto ma poi, nel concreto, bloccare qualsiasi iniziativa per ridare dignità alle vittime.
Da il manifesto del 7 aprile
Sullo stesso numero La procura rimpolpa le accuse. Lo svizzero schiera 23 difensori di Manuela Cartosio
TORINO - «Finalmente giustizia». Nicola Pondrano, segretario della Camera del Lavoro di Casale Monferrato, dice due parole secche, ma forti, per sintetizzare il significato di una giornata storica, l'inizio del processo Eternit. La sua è una storia che arriva da lontano, dal 1974, quando per la prima volta entrò come operaio nello stabilimento di via Oggero. Non sapeva ancora di aver varcato la porta della fabbrica della morte. Anche se le avvisaglie c'erano tutte. Ma non ci mise molto a capire che qualcosa non andava. E da lì a poco, partì la lotta che con Bruno Pesce lo ha visto protagonista fino a oggi. Fino all'udienza preliminare per la strage silenziosa dell'amianto, quella fibra carogna che si infilava ovunque, magari nella tuta del papà che tornava a casa dal lavoro. Ecco perché i bambini degli anni Sessanta, senza aver mai messo piede nello stabilimento, sono i nuovi malati di mesotelioma. A Casale, la città più colpita, ne vengono diagnosticati 40 all'anno. E 1500 morti su una popolazione di 35 mila abitanti sono una cifra che spaventa.Ieri, al Palagiustizia di Torino, il giorno tanto atteso per chi si è battuto in tutti questi anni: la prima seduta davanti al gup Cristina Palmesino. Per assistervi, da Casale sono arrivati 8 pullman, ma gente è venuta anche da Bagnoli, Cavagnolo e Reggio Emilia. Dalla Francia 200 persone e delegazioni pure da Belgio, Svizzera e Olanda. Basta questo per spiegare come il processo abbia già assunto una dimensione europea. I numeri sono maxi: 2889 le parti offese che potrebbero salire a 5700, in rappresentanza degli oltre duemila morti (dal 1952 in avanti). «E' un'impresa processualmente titanica», ha spiegato qualche giorno fa Raffaelle Guariniello che ha coordinato l'inchiesta contenuta in 200 mila pagine. La sfida è anche contro il tempo, contro il rischio prescrizione. Poco prima dell'inizio, il pm si è augurato che il processo sia giusto per tutti, per le vittime e per gli imputati: gli ex vertici della Eternit, lo svizzero Stephan Schmidheiny, 61 anni, e il barone belga Jean Louis De Cartier, 88 anni. Per entrambi, la procura di Torino ha chiesto il rinvio a giudizio per disastro doloso e omissioni di cautele antinfortunistiche. «L'Inail - ha aggiunto inoltre Guariniello - ha calcolato 246 milioni di euro di spesa sostenuta per indennizzare le vittime dell'Eternit». Per questo motivo, l'Istituto ha deciso di costituirsi parte civile per esercitare un diritto di rivalsa nei confronti della multinazionale.
Fuori dal Tribunale, striscioni e centinaia di persone. Un grande presidio, promosso dai sindacati e dalle varie associazioni impegnate nella lotta, che è stato battezzato Giornata europea per la giustizia delle vittime dell'amianto. «È l'inizio di un'altra grande battaglia. In questi anni ne abbiamo fatte tante anche sotto il profilo giuridico ma questa è senz'altro la più importante», ha commentato Bruno Pesce, coordinatore della Vertenza amianto. Accanto a lui, Romana Blasotti Pavesi, 80 anni, presidente dell'associazione dei familiari delle vittime, che ha perso il marito, la sorella, un nipote, un cugino e, infine, la figlia. Ma non si è mai data per vinta e ha continuato a chiedere giustizia. Al sit-in, c'era anche l'Andeva, l'associazione vittime amianto della Francia, presieduta da Alain Guerif. E poi, Renè Knepper, per 40 anni operaio Eternit, che in Borgogna ha vinto nel 1997 la prima causa civile d'amianto e guarda al processo di Torino come a un esempio, da seguire. Dietro alle bandiere della Cgil, ecco Enrico e Vincenzo da Bagnoli, che raccontano la loro dura vita in fabbrica, quando dei rischi per la salute non si parlava nemmeno. Si troveranno tutti a Parigi il 29 aprile per redigere una «carta europea dei diritti»». Hanno, infatti, costituito una multinazionale delle vittime, in contrapposizione a quella della «cupola» dell'amianto. Intanto, ieri l'Ispesl (Istituto superiore prevenzione e sicurezza sul lavoro) ha comunicato come i tumori da amianto (mesoteliomi) colpiscono 1.350 italiani ogni anno, con un'incidenza pari a circa 3,5 casi ogni 100 mila abitanti negli uomini e a un caso per 100 mila nelle donne.
La prima udienza si è conclusa con la presentazione delle domande di costituzione di parte civile da parte di numerosi enti pubblici, associazioni e di 500 persone. E' solo una prima parte, si continuerà mercoledì. Fra gli enti che hanno chiesto di costituirsi parte civile ci sono le tre Regioni interessate, Piemonte, Emilia Romagna e Campania, le Provincie di Torino e Alessandria, i Comuni piemontesi di Casale e Cavagnolo e il comune emiliano di Rubiera. Inoltre, Cgil e Cisl, Legambiente, Codacons, Medicina democratica, l'associazione famigliari vittime amianto di Casale e l'Associazione italiana esposti amianto. «Si tratta di un processo storico - ha affermato la presidente della Regione Piemonte Mercedes Bresso - in considerazione della grande quantità di danni che abbiamo subito. Non tanto per le produzioni industriali ma per il fatto di non avere detto che queste costituivano un grave danno per la salute. Tutto ciò ha creato danni immensi alla salute delle persone e al territorio e costi enormi di bonifica». Vittorio Agnoletto, europarlamentare Prc, e il consigliere regionale Alberto Deambrogio hanno, infine, denunciato l'assenza di rappresentanti del governo. Sulla stessa lunghezza d'onda Felice Casson del Pd che ha accusato l'esecutivo di versare lacrime di coccodrillo per i morti d'amianto ma poi, nel concreto, bloccare qualsiasi iniziativa per ridare dignità alle vittime.
Da il manifesto del 7 aprile
Sullo stesso numero La procura rimpolpa le accuse. Lo svizzero schiera 23 difensori di Manuela Cartosio
sabato 4 aprile 2009
Tanto tocca sempre a Trino
Se scorie, un vecchio inceneritore e due centrali termoelettriche non bastano
TRINO - Magari qualcuno lo trovi che ti dice che può essere conveniente. «Un bel business». Ma per lo più alla gente di Trino Vercellese sembra di essere sottoposta a un esperimento sociologico. «Vogliono vedere quanto resistiamo!». A cosa? «Di alluvioni ne abbiamo avute già due, di crisi non ne parliamo, e ora vogliono piazzarci una seconda centrale nucleare». Non è sindrome nimby (Not in my backyard, insomma: non nel mio cortile), anche se a Roma piace vederla così. Qui dicono di avere già dato. E pure tanto. L’eredità di quel passato, che il governo vorrebbe far tornare, pesa ancora sulle spalle di questa terra dove la risaia diventa prima fiume e poi, superata la riva, collina. È custodita a Saluggia e a Trino in quei depositi, costruiti provvisoriamente (ma ormai non troppo) quasi sul greto di Po e Dora Baltea, che accolgono l’85 per cento delle scorie del nostro paese. Nel 2000, quando l’impianto Eurex fu allagato, si sfiorò, parole di Carlo Rubbia, «una catastrofe planetaria». Ogni ingrossamento del fiume, un allarme.
Così, dopo l’accordo Sarkozy-Berlusconi, la sonnacchiosa politica vercellese si è risvegliata unita, da destra a sinistra, contro «quel ferrovecchio francese». Poi la logica “dei se e dei ma” ha prevalso nella parte di governo: un monocolore di centrodestra ormai indistinto dal capoluogo provinciale a Trino, cittadina di ottomila anime, un tempo tra le più rosse. Anche quando ci fu da votare, nel 1987, per il referendum e il Pci locale era favorevole all’atomo. Pare passata un’eternità. Roberto Rosso era già un giovane rampante democristiano, ancora consigliere comunale ma pronto a spiccare il volo verso Montecitorio, con un perfetto sorriso berlusconiano e un astio esibito nei confronti della sinistra. «Colpa loro, sempre loro», ci tiene a ribadire sul fatto che non si sia fatto il deposito nazionale scorie a Scanzano Jonico, in Basilicata. Se adesso esistesse, non avrebbe remore ad accettare una nuova centrale nella sua Trino che gli ha regalato cifre bulgare (il 40 per cento alle ultime politiche). Invece, le cose non stanno così. E gli tocca andare contro il suo governo: «Intanto risolviamo il problema delle scorie, poi semmai ne parliamo». Lui, che è stato responsabile Energia di Forza Italia, non rileva però differenze di vedute con Berlusconi: «Rimango profondamente nuclearista, confido che si trovi presto il deposito nazionale e non vedrei nemmeno male Leri Cavour come luogo idoneo». Ecco, se lo sentissero gli ambientalisti ci sarebbe più che un moto di rivolta, ma anche se solo lo ascoltasse il presidente della Provincia di Vercelli Renzo Masoero (An, ora Pdl), che il giorno del patto italo-francese aveva lanciato su facebook la provocazione di costruire una centrale in Brianza, anziché dalle sue parti. Dopo ha corretto il tiro: «Se proprio non possiamo farci niente, almeno ci diano in cambio cinquemila posti di lavoro». Risposta considerata illusoria dal trinese Alessandro Portinaro, 30 anni, candidato sindaco del Pd: «Con il nucleare l’economia rimarrà ferma per vent’anni». Portinaro, alle amministrative, potrebbe vedersela proprio con Rosso, che, dopo aver perso a Torino contro Chiamparino, torna alla carica nel suo piccolo feudo.
Se percorri la strada delle Grange (le antiche cascine medievali), a un certo punto, in piena campagna, spuntano due torri che ti fanno sentire quasi nella Springfield dei Simpson. Sono quelle della centrale a ciclo combinato Galileo Ferraris di Leri Cavour (frazione di Trino) ed è il sito a cui tutti alludono, seppur nessuno lo citi direttamente, come al nuovo impianto atomico. Per la verità le istituzioni, spinte da Legambiente e Cgil, volevano farne un polo di ricerca sulle energie alternative. Ma gli ettari inutilizzati sono stati ceduti a privati. Quindi, ipotesi fallita. A pochi chilometri da qui c’è la zona che Rosso vorrebbe lanciare turisticamente: l’abbazia di Lucedio, il centro della sua società Terre d’Acqua, probabile destinataria di parte (un milione e 300mila euro) dei fondi compensativi detti “Scanzano” destinati al Comune di Trino.
È facile dire da fuori che quelli della piana vercellese sono “i soliti che non vogliono niente nel proprio giardino”. Il problema, rispondono loro, è che già hanno troppo: le scorie, un vecchio inceneritore a Vercelli, due impianti termoelettrici sulle Grange e la piaga dell’Eternit a due passi da casa (Casale Monferrato e Cavagnolo). Eppure già si prova a far leva sul nimbysmo, magari di sinistra, di questa comunità. Una ricetta mai invecchiata. Del resto, tutto è comunicazione: «Come una crisi economica risolta col nucleare», sottolinea il candidato sindaco Portinaro. Gian Piero Godio, di Legambiente, che dalle barricate no-nuke non è mai sceso, spera che l’accordo italo-francese sia un bluff. E parla del piano energetico regionale «come tutela». È stato approvato ai tempi del governo Ghigo (che sull’argomento oggi ha cambiato idea): «C’è scritto che il Piemonte dice no al nucleare. In tema energetico la Costituzione precisa che Regione e Stato hanno competenza concorrente. E senza intesa, nulla da fare».
Da Diario del 3 marzo
TRINO - Magari qualcuno lo trovi che ti dice che può essere conveniente. «Un bel business». Ma per lo più alla gente di Trino Vercellese sembra di essere sottoposta a un esperimento sociologico. «Vogliono vedere quanto resistiamo!». A cosa? «Di alluvioni ne abbiamo avute già due, di crisi non ne parliamo, e ora vogliono piazzarci una seconda centrale nucleare». Non è sindrome nimby (Not in my backyard, insomma: non nel mio cortile), anche se a Roma piace vederla così. Qui dicono di avere già dato. E pure tanto. L’eredità di quel passato, che il governo vorrebbe far tornare, pesa ancora sulle spalle di questa terra dove la risaia diventa prima fiume e poi, superata la riva, collina. È custodita a Saluggia e a Trino in quei depositi, costruiti provvisoriamente (ma ormai non troppo) quasi sul greto di Po e Dora Baltea, che accolgono l’85 per cento delle scorie del nostro paese. Nel 2000, quando l’impianto Eurex fu allagato, si sfiorò, parole di Carlo Rubbia, «una catastrofe planetaria». Ogni ingrossamento del fiume, un allarme. Così, dopo l’accordo Sarkozy-Berlusconi, la sonnacchiosa politica vercellese si è risvegliata unita, da destra a sinistra, contro «quel ferrovecchio francese». Poi la logica “dei se e dei ma” ha prevalso nella parte di governo: un monocolore di centrodestra ormai indistinto dal capoluogo provinciale a Trino, cittadina di ottomila anime, un tempo tra le più rosse. Anche quando ci fu da votare, nel 1987, per il referendum e il Pci locale era favorevole all’atomo. Pare passata un’eternità. Roberto Rosso era già un giovane rampante democristiano, ancora consigliere comunale ma pronto a spiccare il volo verso Montecitorio, con un perfetto sorriso berlusconiano e un astio esibito nei confronti della sinistra. «Colpa loro, sempre loro», ci tiene a ribadire sul fatto che non si sia fatto il deposito nazionale scorie a Scanzano Jonico, in Basilicata. Se adesso esistesse, non avrebbe remore ad accettare una nuova centrale nella sua Trino che gli ha regalato cifre bulgare (il 40 per cento alle ultime politiche). Invece, le cose non stanno così. E gli tocca andare contro il suo governo: «Intanto risolviamo il problema delle scorie, poi semmai ne parliamo». Lui, che è stato responsabile Energia di Forza Italia, non rileva però differenze di vedute con Berlusconi: «Rimango profondamente nuclearista, confido che si trovi presto il deposito nazionale e non vedrei nemmeno male Leri Cavour come luogo idoneo». Ecco, se lo sentissero gli ambientalisti ci sarebbe più che un moto di rivolta, ma anche se solo lo ascoltasse il presidente della Provincia di Vercelli Renzo Masoero (An, ora Pdl), che il giorno del patto italo-francese aveva lanciato su facebook la provocazione di costruire una centrale in Brianza, anziché dalle sue parti. Dopo ha corretto il tiro: «Se proprio non possiamo farci niente, almeno ci diano in cambio cinquemila posti di lavoro». Risposta considerata illusoria dal trinese Alessandro Portinaro, 30 anni, candidato sindaco del Pd: «Con il nucleare l’economia rimarrà ferma per vent’anni». Portinaro, alle amministrative, potrebbe vedersela proprio con Rosso, che, dopo aver perso a Torino contro Chiamparino, torna alla carica nel suo piccolo feudo.
Se percorri la strada delle Grange (le antiche cascine medievali), a un certo punto, in piena campagna, spuntano due torri che ti fanno sentire quasi nella Springfield dei Simpson. Sono quelle della centrale a ciclo combinato Galileo Ferraris di Leri Cavour (frazione di Trino) ed è il sito a cui tutti alludono, seppur nessuno lo citi direttamente, come al nuovo impianto atomico. Per la verità le istituzioni, spinte da Legambiente e Cgil, volevano farne un polo di ricerca sulle energie alternative. Ma gli ettari inutilizzati sono stati ceduti a privati. Quindi, ipotesi fallita. A pochi chilometri da qui c’è la zona che Rosso vorrebbe lanciare turisticamente: l’abbazia di Lucedio, il centro della sua società Terre d’Acqua, probabile destinataria di parte (un milione e 300mila euro) dei fondi compensativi detti “Scanzano” destinati al Comune di Trino.
È facile dire da fuori che quelli della piana vercellese sono “i soliti che non vogliono niente nel proprio giardino”. Il problema, rispondono loro, è che già hanno troppo: le scorie, un vecchio inceneritore a Vercelli, due impianti termoelettrici sulle Grange e la piaga dell’Eternit a due passi da casa (Casale Monferrato e Cavagnolo). Eppure già si prova a far leva sul nimbysmo, magari di sinistra, di questa comunità. Una ricetta mai invecchiata. Del resto, tutto è comunicazione: «Come una crisi economica risolta col nucleare», sottolinea il candidato sindaco Portinaro. Gian Piero Godio, di Legambiente, che dalle barricate no-nuke non è mai sceso, spera che l’accordo italo-francese sia un bluff. E parla del piano energetico regionale «come tutela». È stato approvato ai tempi del governo Ghigo (che sull’argomento oggi ha cambiato idea): «C’è scritto che il Piemonte dice no al nucleare. In tema energetico la Costituzione precisa che Regione e Stato hanno competenza concorrente. E senza intesa, nulla da fare».
Da Diario del 3 marzo
sabato 28 marzo 2009
Marchionne: fabbriche da «razionalizzare, ma non ora»
L'assemblea degli azionisti approva il bilancio 2008. Sindacato preoccupato per Pomigliano e Termini
TORINO - Cinque anni fa la Fiat disse che non avrebbe toccato nessuno stabilimento. Ora, questa certezza non è più così salda. L'amministratore delegato Sergio Marchionne, davanti all'assemblea azionisti del gruppo, fa notare come «una necessità di razionalizzazione sia evidente». Causa una sovracapacità produttiva nell'industria dell'auto, con cui l'Europa deve fare i conti. Cosa questo significhi non è chiaro. Ma c'è chi teme possa presupporre l'accorpamento di Cassino con Pomigliano o la chiusura di Termini Imerese. Marchionne, però, butta acqua sul fuoco: «Un riassetto produttivo delle fabbriche non è all'ordine del giorno». Una ristrutturazione complessiva, invece, sì. E si preferisce estenderla a un livello globale: «L'obiettivo è portare l'industria automobilistica a un livello di sostenibilità economica». E, a chi chiede se «salterà» qualche stabilimento nel nostro Paese, Marchionne risponde: «Non si può parlare di Italia e basta, è un problema di sistema e non di sola Fiat. Ma c'è il rischio in Europa che più di un sito chiuda». L'unico in salvo - garantisce - è quello di Mirafiori, essendo il «centro pensante».
In verità, l'assemblea al Lingotto si era aperta con un proclama d'ottimismo, da far sembrare il tunnel della crisi quasi finito. «Ci stiamo preparando a giocare un ruolo da protagonista nel lungo periodo, in ogni settore» ha detto il presidente Luca Cordero di Montezemolo. «Nonostante le difficoltà del quadro economico internazionale - ha aggiunto Marchionne - confidiamo di poter chiudere l'anno con un risultato della gestione ordinaria di oltre un miliardo di euro». I primi veri segnali della ripresa si dovrebbero vedere nella seconda metà dell'anno, prima negli Usa, poi in Asia e in Europa.
Ieri, gli azionisti hanno approvato il bilancio 2008, chiuso con una gestione ordinaria di 3,4 miliardi di euro (+4% rispetto al 2007). «La migliore di sempre» ha sottolineato Montezemolo. Ma anche con un significativo calo dell'utile netto, che si è fermato a 1,7 miliardi di euro (-16,2%). Il quarto semestre del 2008 è stato, infatti, drammatico: -17,2% dei ricavi, compensati solo in parte dai primi nove mesi (+8,4%). Alla fine, un totale di 59,4 miliardi di euro (+1,5% rispetto il 2007). L'ottimismo, un po' di facciata, è motivato comunque dall'accordo Chrysler, le cui voci di salvataggio da parte del governo americano insieme agli effetti degli incentivi alla rottamazione in Italia (Montezemolo ha elogiato il governo) hanno fatto salire il titolo in borsa. «Se l'accordo con Chrysler si farà - ha detto Marchionne - porterà grandi benefici e vedremo la prima macchina nel 2011». I sindacati esprimono preoccupazione. In mattinata hanno distribuito una lettera aperta a Marchionne. «Loro fanno i conti - osserva Airaudo della Fiom - ma i conti non tornano mai per i lavoratori. La Fiat si deve impegnare a mantenere la produzione in Italia e il governo, oltre agli incentivi, che non sono risolutivi, deve aumentare l'assegno della cassa ed estenderla».
Da il manifesto del 28 marzo
TORINO - Cinque anni fa la Fiat disse che non avrebbe toccato nessuno stabilimento. Ora, questa certezza non è più così salda. L'amministratore delegato Sergio Marchionne, davanti all'assemblea azionisti del gruppo, fa notare come «una necessità di razionalizzazione sia evidente». Causa una sovracapacità produttiva nell'industria dell'auto, con cui l'Europa deve fare i conti. Cosa questo significhi non è chiaro. Ma c'è chi teme possa presupporre l'accorpamento di Cassino con Pomigliano o la chiusura di Termini Imerese. Marchionne, però, butta acqua sul fuoco: «Un riassetto produttivo delle fabbriche non è all'ordine del giorno». Una ristrutturazione complessiva, invece, sì. E si preferisce estenderla a un livello globale: «L'obiettivo è portare l'industria automobilistica a un livello di sostenibilità economica». E, a chi chiede se «salterà» qualche stabilimento nel nostro Paese, Marchionne risponde: «Non si può parlare di Italia e basta, è un problema di sistema e non di sola Fiat. Ma c'è il rischio in Europa che più di un sito chiuda». L'unico in salvo - garantisce - è quello di Mirafiori, essendo il «centro pensante».
In verità, l'assemblea al Lingotto si era aperta con un proclama d'ottimismo, da far sembrare il tunnel della crisi quasi finito. «Ci stiamo preparando a giocare un ruolo da protagonista nel lungo periodo, in ogni settore» ha detto il presidente Luca Cordero di Montezemolo. «Nonostante le difficoltà del quadro economico internazionale - ha aggiunto Marchionne - confidiamo di poter chiudere l'anno con un risultato della gestione ordinaria di oltre un miliardo di euro». I primi veri segnali della ripresa si dovrebbero vedere nella seconda metà dell'anno, prima negli Usa, poi in Asia e in Europa.
Ieri, gli azionisti hanno approvato il bilancio 2008, chiuso con una gestione ordinaria di 3,4 miliardi di euro (+4% rispetto al 2007). «La migliore di sempre» ha sottolineato Montezemolo. Ma anche con un significativo calo dell'utile netto, che si è fermato a 1,7 miliardi di euro (-16,2%). Il quarto semestre del 2008 è stato, infatti, drammatico: -17,2% dei ricavi, compensati solo in parte dai primi nove mesi (+8,4%). Alla fine, un totale di 59,4 miliardi di euro (+1,5% rispetto il 2007). L'ottimismo, un po' di facciata, è motivato comunque dall'accordo Chrysler, le cui voci di salvataggio da parte del governo americano insieme agli effetti degli incentivi alla rottamazione in Italia (Montezemolo ha elogiato il governo) hanno fatto salire il titolo in borsa. «Se l'accordo con Chrysler si farà - ha detto Marchionne - porterà grandi benefici e vedremo la prima macchina nel 2011». I sindacati esprimono preoccupazione. In mattinata hanno distribuito una lettera aperta a Marchionne. «Loro fanno i conti - osserva Airaudo della Fiom - ma i conti non tornano mai per i lavoratori. La Fiat si deve impegnare a mantenere la produzione in Italia e il governo, oltre agli incentivi, che non sono risolutivi, deve aumentare l'assegno della cassa ed estenderla».
Da il manifesto del 28 marzo
Etichette:
economia,
fiat,
fiom,
il manifesto,
lavoro
venerdì 27 marzo 2009
La strage alla Thyssen ricostruita in digitale
TORINO - Si tratta di una breve sequenza, una manciata di minuti che finiscono con una vampata. Ritrae i primi attimi del rogo della Thyssen. Tutto ricostruito in digitale, con un'animazione 3D. Fiction, certo. Ma l'impatto emotivo è assolutamente realistico. Il video è stato mostrato ieri mattina in Corte d'Assise. Racconta la notte del 6 dicembre 2007: siamo sulla linea 5 e un gruppo di operai imbraccia gli estintori per spegnere delle fiamme. Antonio Boccuzzi si inginocchia per prendere la manichetta dell'acqua, un suo collega lo guarda e, improvvisamente, un'onda di fuoco lo inghiotte. Durante la proiezione, alcuni parenti delle vittime hanno lasciato l'aula, altri sono rimasti con le lacrime agli occhi.
A illustrare il video è stato il professor Norberto Piccinini, consulente della procura, che ha ricostruito insieme a due colleghi la dinamica dell'incendio. Secondo i periti dell'accusa, tutto è partito da una lamiera: scorrendo lungo la linea, sbandò e fece attrito su un sedimento, producendo scintille che caddero su della carta abbandonata. «La carta che brucia - ha spiegato Piccinini - fa fiamme piuttosto modeste però pezzi di questa sono scesi verso il basso e hanno trovato dell'olio che è evaporato e ha preso fuoco». L'olio si trovava in una gabbia metallica di due metri per due e mezzo, posta sotto la spianatrice e accumulato per l'incuria.
Le fiamme si alzarono per più di un metro. Gli operai, come in altre occasioni, intervennero con gli estintori. «Nessuno pensò che i flessibili non potevano resistere al fuoco oltre i cinque, dieci minuti. I lavoratori, quindi, non si allontanarono». Ma a un certo punto proprio un tubo flessibile d'olio idraulico si ruppe: il liquido scaraventato fuori ad altissima pressione nebulizzò e venendo a contatto con il fuoco generò la fiammata. Una nuvola incandescente di dieci metri di diametro che si abbatté sugli operai, rimanendo sospesa a un'altezza di circa un metro. Lo si nota dalle fotografie, ecco perché fu risparmiata la parte inferiore del muletto che salvò la pelle a Boccuzzi.
«Dopo questa prima esplosione, sono scoppiati altri dieci o dodici tubi», ha fatto notare un altro consulente, l'ingegner Allamano, che ha spiegato come l'impianto della linea 5 non avesse un sistema di centraggio automatico delle lamiere. L'azienda che lo costruì non lo installò, seppur fosse un dispositivo poco costoso: «È roba da ventimila euro». Avrebbe potuto limitare lo sbandamento del nastro trasportatore e la produzione di scintille. Dalle immagini scattate si vede infatti come le strutture di carpenteria della linea fossero tutte segnate: «Il nastro sbandava e andava sempre a grattare contro le pareti».
Rispondendo alle domande del procuratore aggiunto Raffaele Guariniello, Allamano ha sottolineato poi che «la manutenzione su una linea come questa fosse indispensabile, perché problemi su impianti del genere si verificano quasi quotidianamente». Ma gli ultimi mesi della Thyssen sapevano solo di abbandono. Se agli operai fosse almeno stato indicato di schiacciare in circostanze simili il temuto pulsante d'emergenza, questo non avrebbe attivato alcun impianto antincendio ma avrebbe sicuramente limitato il flusso dell'olio.
Processo Thyssen, dodicesima udienza
Da il manifesto del 26 marzo
A illustrare il video è stato il professor Norberto Piccinini, consulente della procura, che ha ricostruito insieme a due colleghi la dinamica dell'incendio. Secondo i periti dell'accusa, tutto è partito da una lamiera: scorrendo lungo la linea, sbandò e fece attrito su un sedimento, producendo scintille che caddero su della carta abbandonata. «La carta che brucia - ha spiegato Piccinini - fa fiamme piuttosto modeste però pezzi di questa sono scesi verso il basso e hanno trovato dell'olio che è evaporato e ha preso fuoco». L'olio si trovava in una gabbia metallica di due metri per due e mezzo, posta sotto la spianatrice e accumulato per l'incuria.
Le fiamme si alzarono per più di un metro. Gli operai, come in altre occasioni, intervennero con gli estintori. «Nessuno pensò che i flessibili non potevano resistere al fuoco oltre i cinque, dieci minuti. I lavoratori, quindi, non si allontanarono». Ma a un certo punto proprio un tubo flessibile d'olio idraulico si ruppe: il liquido scaraventato fuori ad altissima pressione nebulizzò e venendo a contatto con il fuoco generò la fiammata. Una nuvola incandescente di dieci metri di diametro che si abbatté sugli operai, rimanendo sospesa a un'altezza di circa un metro. Lo si nota dalle fotografie, ecco perché fu risparmiata la parte inferiore del muletto che salvò la pelle a Boccuzzi.
«Dopo questa prima esplosione, sono scoppiati altri dieci o dodici tubi», ha fatto notare un altro consulente, l'ingegner Allamano, che ha spiegato come l'impianto della linea 5 non avesse un sistema di centraggio automatico delle lamiere. L'azienda che lo costruì non lo installò, seppur fosse un dispositivo poco costoso: «È roba da ventimila euro». Avrebbe potuto limitare lo sbandamento del nastro trasportatore e la produzione di scintille. Dalle immagini scattate si vede infatti come le strutture di carpenteria della linea fossero tutte segnate: «Il nastro sbandava e andava sempre a grattare contro le pareti».
Rispondendo alle domande del procuratore aggiunto Raffaele Guariniello, Allamano ha sottolineato poi che «la manutenzione su una linea come questa fosse indispensabile, perché problemi su impianti del genere si verificano quasi quotidianamente». Ma gli ultimi mesi della Thyssen sapevano solo di abbandono. Se agli operai fosse almeno stato indicato di schiacciare in circostanze simili il temuto pulsante d'emergenza, questo non avrebbe attivato alcun impianto antincendio ma avrebbe sicuramente limitato il flusso dell'olio.
Processo Thyssen, dodicesima udienza
Da il manifesto del 26 marzo
martedì 24 marzo 2009
Shoegaze 1. Ri/scoperte

Questa rubrica - con una dedica un po’ retrò - la chiamo così (Shoegaze, appunto), perché ai concerti anche se non stavo sul palco mi guardavo le scarpe. L’intento è parlare degli ascolti del momento, provando – senza grandi pretese - a tirarne le fila. E a raggrupparli con un po' di senno.
Per le riscoperte di ciò che valeva (tanto) e non si era approfondito: Sylvain Chauveau e Lighting Bolt. Del primo, pianista e compositore francese, è uscita la ristampa de Le Livre Noir Du Capitalisme (2000, ora pubblicato con titolo in inglese): incantevole mix tra ricerca sperimentale e tradizione classica. Dei secondi, duo noise basso e batteria, basta farsi travolgere dal muro del suono che sia Wonderful Rainbow (2003) o Hypermagic Mountain (2005).
Poi, una nuova scena lo-fi. Le coordinate musicali sono più o meno nei paraggi dei No Age. Ma ogni noiser ha la sua forma e il bello è che puoi trovare d'un tratto piccole gemme come l’esordio dei canadesi Women, registrati da Chad Van Galeen in luoghi anomali come una stazione ferroviaria o un fiume gelato: dieci tracce umorali tra melodia e rumore. O scovare Abe Vigoda, non l'attore ma una band di giovanissimi ispanici losangelini, che con Skeleton spremono in mezz’ora le loro ottime doti art(tropical?)punk. Altri nomi: Wavves (pseudonimo di Nathan Williams) e il terzetto Times New Viking.
Max Richter ti fa scoprire un mondo. Sia perché di cose ne fa tante, muovendosi con nonchalance da suoni d’avanguardia ad atmosfere più pop fino al cinema (la sincopata e avvolgente colonna sonora di Valzer con Bashir). Dietro a lui, allievo di Luciano Berio, esiste un mondo ambient-drone-noise. E i percorsi per scoprirlo, sono dei più vari. Si va dai più assimilabili al suo stile Worrytrain e Julien Neto (con il giovane spagnolo Bosques de mi Mente), autori di paesaggi noir, romantici e melanconici , al mininimalismo oltranzista di Alva Noto (in uscita Xerrox VOl.2), passando per il post-rock rachelsiano dei Balmorhea. Se ai passaggi elettronici più dilatati si sovrappongono strati di noise incontriamo Tim Hecker (An Imaginary Country). E, proprio a proposito di rumore, non si può che citare la techno noise dei Black Dice (anche loro di Providence come i Lighting Bolt) e il lavoro solista di uno dei suoi membri Eric Copeland, Hermaphrodite.
Infine, esce in questi giorni Beware di Bonnie ‘Prince’ Billie (di cui ancora non so), allora ripasso i Mountains Goats. E dall’anno passato: la cantautrice Larkin Grimm, gli islandesi Hiijatalin (più Sufjan Stevens che Sigur Ros) e la psichedelia pesante dei Black Angels. In giro, anche il live casalingo di Daniel Johnston e la fantastica raccolta Dark Was The Night con la supervisione dei National e fondi destinati alla Red Hot Organization (contro l'Aids). A maggio arriveranno, invece, gli album di Grizzly Bear e Akron Family. Il primo (grazie bolachas), insieme a quello degli Animal Collective, sembra già uno dei dischi dell’anno. E’ tutto. Pure troppo.
sto qui: last.fm
Etichette:
arti,
indie rock,
musica,
shoegaze
mercoledì 18 marzo 2009
Al processo Thyssen in scena silenzi e contraddizioni degli operai
Un ex capoturno si contraddice in aula. E i pm indagheranno per capire se ha ricevuto qualche «favore» dall'azienda
Silenzi, contraddizioni e pure un lapsus in aula. Alla domanda della pm Francesca Traverso se si fosse tenuto in contatto con qualcuno degli imputati, Giuseppe Caravelli, ex capoturno della manutenzione, ha prima risposto «sì» e subito dopo «no», precisando che non ha più rapporti con i sei dirigenti. Sull'attendibilità della sua testimonianza, la pubblica accusa nutre diversi dubbi: nella scorsa udienza le sue dichiarazioni erano apparse in netto contrasto rispetto a quelle rilasciate durante le indagini. Aveva sostenuto, per esempio, che la manutenzione programmata continuava ad essere fatta anche dopo l'annuncio di chiusura. Contrariamente a ciò che avevano detto gli operai testimoni e a quello che lui stesso riferì nel febbraio del 2008. Ecco perché la pubblica accusa ha voluto riascoltarlo.
Ieri mattina, nella decima udienza del processo Thyssen, la pm Traverso ha esordito mostrandogli la riproduzione del verbale che aveva firmato un anno fa. L'interrogatorio non ha, però, sciolto i dubbi: né sui guasti ai flessibili (uno degli apparecchi che causò la vampata), né sulle ispezioni di sicurezza eseguite nell'ultimo periodo. Il teste, che la volta scorsa aveva detto di averne fatte una o due di ispezioni, ieri ha risposto di averne fatta forse una con il nuovo responsabile «o almeno - ha poi puntualizzato - ci eravamo parlati». Il suo esame è comunque durato meno del previsto, perché gli avvocati della difesa hanno dato consenso ad acquisire i verbali delle deposizioni. Quasi sorprendendo la presidente della Corte d'Assise, Maria Iannibelli, che rivolgendosi ai legali ha sottolineato: «Naturalmente siete consapevoli del fatto che così hanno valenza probatoria».
Una versione in contrasto, dunque, in una seduta tesa, interrotta pure da un allarme antincendio, scattato per sbaglio nei corridoi del Palagiustizia. Ma Caravelli, licenziatosi qualche settimana prima del rogo, non è stato il solo che si è discostato dalle precedenti dichiarazioni. Seppur in modo meno palese e più titubante, anche Roberto Chiarolla, l'ultimo dei quattro capiturno manutenzione a dimettersi, non ha confermato tutte le deposizioni: «Non è vero - ha detto questo volta - che i lavoratori venivano sempre avvertiti prima della visita di ispettori Asl». Le parole dei capiturno - soprattutto quelle di Caravelli - invece di chiarire il quadro sulle condizioni di sicurezza nello stabilimento hanno destato le perplessità dei pm, lasciando irrisolti parecchi interrogativi. I magistrati intendono verificare se alcuni lavoratori, dopo aver lasciato la Thyssen, si siano impiegati in aziende in qualche modo collegate.
È toccato a Rocco Morano, addetto alla linea 5, ricostruire le condizioni dell'impianto che prese fuoco: «Aveva 15 anni e cadeva a pezzi, mentre in una delle sedi Thyssen in Germania lavorai su uno che ne aveva 50 e sembrava nuovo». Ha poi spiegato alla Corte che gli incendi erano frequenti e gli operai dovevano intervenire subito, senza chiamare i vigili del fuoco, per evitare noie con l'assicurazione. Una volta fu pure rimproverato dal direttore Salerno (imputato), perché nello spegnere le fiamme non riuscì a evitare danni. L'avvocato difensore Ezio Audisio ha, infine, evidenziato un giallo che Morano non ha potuto risolvere. «Quando me ne andai - ha riferito l'operaio - la linea 5 era ferma per un guasto a una fotocellula. Erano le ventidue». Il legale ha fatto invece notare che secondo i computer interni lo stop durò dalle 20.06 alle 21.39. Il 25 marzo un filmato digitale di quattro minuti, realizzato da due consulenti della procura, ricostruirà in aula le fasi più drammatiche di quella notte maledetta.
Processo Thyssen, decima udienza
Da il manifesto del 18 marzo
Silenzi, contraddizioni e pure un lapsus in aula. Alla domanda della pm Francesca Traverso se si fosse tenuto in contatto con qualcuno degli imputati, Giuseppe Caravelli, ex capoturno della manutenzione, ha prima risposto «sì» e subito dopo «no», precisando che non ha più rapporti con i sei dirigenti. Sull'attendibilità della sua testimonianza, la pubblica accusa nutre diversi dubbi: nella scorsa udienza le sue dichiarazioni erano apparse in netto contrasto rispetto a quelle rilasciate durante le indagini. Aveva sostenuto, per esempio, che la manutenzione programmata continuava ad essere fatta anche dopo l'annuncio di chiusura. Contrariamente a ciò che avevano detto gli operai testimoni e a quello che lui stesso riferì nel febbraio del 2008. Ecco perché la pubblica accusa ha voluto riascoltarlo.
Ieri mattina, nella decima udienza del processo Thyssen, la pm Traverso ha esordito mostrandogli la riproduzione del verbale che aveva firmato un anno fa. L'interrogatorio non ha, però, sciolto i dubbi: né sui guasti ai flessibili (uno degli apparecchi che causò la vampata), né sulle ispezioni di sicurezza eseguite nell'ultimo periodo. Il teste, che la volta scorsa aveva detto di averne fatte una o due di ispezioni, ieri ha risposto di averne fatta forse una con il nuovo responsabile «o almeno - ha poi puntualizzato - ci eravamo parlati». Il suo esame è comunque durato meno del previsto, perché gli avvocati della difesa hanno dato consenso ad acquisire i verbali delle deposizioni. Quasi sorprendendo la presidente della Corte d'Assise, Maria Iannibelli, che rivolgendosi ai legali ha sottolineato: «Naturalmente siete consapevoli del fatto che così hanno valenza probatoria».
Una versione in contrasto, dunque, in una seduta tesa, interrotta pure da un allarme antincendio, scattato per sbaglio nei corridoi del Palagiustizia. Ma Caravelli, licenziatosi qualche settimana prima del rogo, non è stato il solo che si è discostato dalle precedenti dichiarazioni. Seppur in modo meno palese e più titubante, anche Roberto Chiarolla, l'ultimo dei quattro capiturno manutenzione a dimettersi, non ha confermato tutte le deposizioni: «Non è vero - ha detto questo volta - che i lavoratori venivano sempre avvertiti prima della visita di ispettori Asl». Le parole dei capiturno - soprattutto quelle di Caravelli - invece di chiarire il quadro sulle condizioni di sicurezza nello stabilimento hanno destato le perplessità dei pm, lasciando irrisolti parecchi interrogativi. I magistrati intendono verificare se alcuni lavoratori, dopo aver lasciato la Thyssen, si siano impiegati in aziende in qualche modo collegate.
È toccato a Rocco Morano, addetto alla linea 5, ricostruire le condizioni dell'impianto che prese fuoco: «Aveva 15 anni e cadeva a pezzi, mentre in una delle sedi Thyssen in Germania lavorai su uno che ne aveva 50 e sembrava nuovo». Ha poi spiegato alla Corte che gli incendi erano frequenti e gli operai dovevano intervenire subito, senza chiamare i vigili del fuoco, per evitare noie con l'assicurazione. Una volta fu pure rimproverato dal direttore Salerno (imputato), perché nello spegnere le fiamme non riuscì a evitare danni. L'avvocato difensore Ezio Audisio ha, infine, evidenziato un giallo che Morano non ha potuto risolvere. «Quando me ne andai - ha riferito l'operaio - la linea 5 era ferma per un guasto a una fotocellula. Erano le ventidue». Il legale ha fatto invece notare che secondo i computer interni lo stop durò dalle 20.06 alle 21.39. Il 25 marzo un filmato digitale di quattro minuti, realizzato da due consulenti della procura, ricostruirà in aula le fasi più drammatiche di quella notte maledetta.
Processo Thyssen, decima udienza
Da il manifesto del 18 marzo
Iscriviti a:
Post (Atom)