Ad aspettarli ci sarebbe stato ancora l'amianto. Superarono quel confine tra Italia e Jugoslavia che aveva pochi giorni e lasciarono il loro paese, Salona d'Isonzo, che stava cambiando il nome in Anhovo. Era da poco finita la guerra, quando il 3 marzo del 1947, Romana Blasotti, che quel giorno compiva 18 anni, e i suoi familiari partirono, con pochi averi, alla volta del Piemonte. Papà Ottavio lasciava il lavoro in una fabbrica di manufatti a base d'amianto. Arrivarono a Casale Monferrato e lì fu assunto all'Eternit. Non subito (era sempre comunque un profugo), dopo cinque mesi. Stesse modalità produttive, stesso veleno. Romana si sposò un anno dopo con il Mario (Pavesi): «Lo conobbi una domenica pomeriggio, non credevo guardasse proprio me. Invece, scattò qualcosa. Ancora adesso penso sia stata una persona a cui valeva la pena volere bene. Entrò anche lui all'Eternit nel 1958. E fu la sua fine».
sabato 1 giugno 2013
Casale Monferrato, l'amianto non perdona
Ad aspettarli ci sarebbe stato ancora l'amianto. Superarono quel confine tra Italia e Jugoslavia che aveva pochi giorni e lasciarono il loro paese, Salona d'Isonzo, che stava cambiando il nome in Anhovo. Era da poco finita la guerra, quando il 3 marzo del 1947, Romana Blasotti, che quel giorno compiva 18 anni, e i suoi familiari partirono, con pochi averi, alla volta del Piemonte. Papà Ottavio lasciava il lavoro in una fabbrica di manufatti a base d'amianto. Arrivarono a Casale Monferrato e lì fu assunto all'Eternit. Non subito (era sempre comunque un profugo), dopo cinque mesi. Stesse modalità produttive, stesso veleno. Romana si sposò un anno dopo con il Mario (Pavesi): «Lo conobbi una domenica pomeriggio, non credevo guardasse proprio me. Invece, scattò qualcosa. Ancora adesso penso sia stata una persona a cui valeva la pena volere bene. Entrò anche lui all'Eternit nel 1958. E fu la sua fine».
martedì 7 maggio 2013
Hanno ancora senso gli inviati di guerra?
[CONTINUA]
Da Linkiesta del 6 maggio
domenica 5 maggio 2013
Schwazer, la condanna di dover essere felici e vincenti
E un giorno succede che il ritratto della felicità finisca. Bionda lei, biondo lui, belli. E vincenti. Bravi ragazzi, con al collo luccicanti medaglie, qualche copertina patinata nel palmarès, spot pubblicitari per entrambi e discrezione nel raccontarsi. Finisce per colpa di lui. E, gli amanti dell’agiografia manichea, lo spediscono nell’altro campo, quello dei cattivi, perché spesso nella semplificazione mediatica non c’è spazio per le sfumature o per la complessità.
[CONTINUA]
Da Linkiesta del 5 maggio
mercoledì 1 maggio 2013
Italia disoccupata, ha ancora senso il Primo maggio?
Adriano Olivetti pensava che la fabbrica dovesse diffondere intorno a sé bellezza. Luciano Gallino, classe 1927, uno dei più autorevoli sociologi italiani, ha iniziato la sua formazione proprio nella storica azienda di Ivrea, studiando i processi economici, l’impresa, il lavoro e gli operai. Condivideva l’utopia di Olivetti e quel modo di pensare che ora sembra così lontano. In seguito, Gallino ha continuato ad analizzare – all’Università (è professore emerito a Torino), su giornali e riviste, attraverso convegni e saggi – l’evoluzione del mercato del lavoro, sottolineandone le distorsioni, le disuguaglianze nella globalizzazione, la crisi, e proponendo soluzioni. Il suo ultimo libro, La lotta di classe dopo la lotta di classe (Laterza, 2012, 222 pp., 12 euro), indaga come questa, negli ultimi decenni, venga esercitata – rispetto a quella classica – dall’alto al basso; da parte dei vincitori a danno dei perdenti; a scapito, quindi della classe operaia ma anche delle classi medie. Oggi, il lavoro sembra svanire, tra cassa integrazione, licenziamenti e imprese in difficoltà. E questo Primo maggio, non appare una festa come le altre.
[CONTINUA]
Da Linkiesta del 1 maggio
giovedì 25 aprile 2013
Il partigiano, 98 anni: «Giovani, ribellarsi è giusto»
Scuote i fogli sopra una scrivania piena di libri. Sospira. «Sono un ragazzo del 1915, un vecchio testardo, figlio del secolo della pianificazione della morte e della desertificazione di tutti i valori. Sono stato e resto un resistente, un democratico in servizio permanente. I partigiani? Non siamo degni di ricordali. E se mi chiedete perché, ve lo spiego. Perché si è pensato a ricostruire il benessere e non gli uomini, si è perdonato tutto. Non si è epurato, si è lasciato che le istituzioni venissero occupate dai partiti, colonizzate dalle caste e dalle mafie. Si è concepita la politica come una carriera, il lavoro come una merce e si è umiliata la Costituzione. Si è, infine, fatto sprezzo e gioco della giustizia, esautorandola e mettendola alla berlina».
[CONTINUA]
Da Linkiesta del 25 aprile
domenica 31 marzo 2013
Non siate ingenui, internet non sarà mai la democrazia
domenica 24 marzo 2013
Così la Valle si scopre di lotta e di governo
Un giovane – trent’anni scarsi, la spilletta con scritto «A sara dura» e un inconfondibile accento del sud – tira giù il finestrino, allunga la mano e stringe quella di Marisa Meyer, le dice «lei è come Ghandi». Marisa, pensionata valsusina di 68 anni, lo scorso anno si incatenò per tre ore ai cancelli. «Io, lì dentro non entro, non voglio vedere lo sfacelo – sottolinea – ma è giusto che lo facciano questi parlamentari». E, così, il misterioso cantiere del tunnel esplorativo, circondato dal filo spinato, è stato svelato: «Resta una vergogna. Tutta questa militarizzazione non ha senso. Non è un cantiere, è un fortino» tuona Alberto Perino, leader storico della lotta, che li ha accompagnati.
Nel pomeriggio, una folla davvero oceanica, decine di migliaia di persone (ottantamila per gli organizzatori), invade, sotto la pioggia battente, le strade della Val di Susa, da Susa a Bussoleno. Famiglie con bambini – alcuni travestiti da trenini – ragazzi e pensionati, una marcia eterogenea e lunghissima, aperta dallo striscione «Difendi il tuo futuro». Ambientalisti, Fiom e sindacati di base, centri sociali, bandiere dei partiti di sinistra e tantissime spille a Cinque Stelle appuntate sulle giacche. «Una manifestazione che chiede cambiamento, nessun governo può andare contro questo popolo anzi ne deve raccogliere la spinta» sintetizza Giorgio Airaudo, uno dei dodici parlamentari di Sel in visita alla Maddalena; i deputati e senatori del M5S sono, invece, sessanta, capitanati da Vito Crimi, capogruppo al Senato, che lancia la «richiesta di una commissione d’inchiesta» sulla Tav. «Sempre più certi che possa venire bloccato» aggiunge il senatore valsusino Marco Scibona. «Spesa insopportabile» concorda Sel.
I parlamentari sono scesi fino a quei 40 metri scavati nella roccia, verso quella che considerano un’inutile devastazione. Tecnici del movimento hanno messo in difficoltà quelli di Lyon Turin Ferroviaire (Ltf), ancora sprovvisti del progetto esecutivo. Alberto Airola, senatore torinese del M5S, si è avvicinato ai poliziotti che difendono il sito: «Siamo qui anche per liberare voi». Oltre a Perino, presenti alla visita al cantiere gli esponenti No Tav Luca Abbà e Lele Rizzo, che, a fine manifestazione, ha descritto «il fortino come un set cinematografico dove i ruoli non si riconoscono», aggiungendo: «Abbiamo preso le misure per smontarlo». Alla Maddalena è arrivato solitario anche Stefano Esposito, senatore Pd ultrà Sì Tav, che ha lanciato una provocazione ai grillini: «Se votate la fiducia al governo, blocchiamo la Tav». Dura risposta di Ivan Della Valle, M5S: «Non facciamo inciuci con chi ha rovinato il Paese negli ultimi 20 anni».
Poche ore dopo, un fiume festoso di ombrelli e striscioni ha travolto ogni polemica raccontando il movimento nel suo aspetto più popolare e trasversale. «Una manifestazione così grossa non l’avevo mai vista» ha detto Perino. Solo una contestazione a Crimi, da parte di militanti Usb al grido: «Siamo tutti antifascisti». Dietro alle mamme e ai bambini, i gonfaloni di comuni piemontesi, di Napoli e di Corciano (Viterbo), qualche politico o sindacalista fuori dal Parlamento (Ferrero e Cremaschi), i No Tav francesi e quelli contro il Terzo Valico, i No Muos e i sindaci avvolti dal tricolore: «All’Italia non serve un grande cantiere per un’opera inutile – è il commento di Nilo Durbiano, sindaco di Venaus – ma tante piccole opere».
Da il manifesto del 24 marzo
venerdì 22 marzo 2013
Please please me, il primo disco dei Beatles ha 50 anni
Da Linkiesta del 22 marzo
venerdì 15 marzo 2013
Eternit, Guariniello chiede 20 anni per i «big» Schmidheiny e de Cartier
Un disastro che, secondo l'accusa, è conseguenza cosciente della condotta imprenditoriale dei due imputati, condannati in primo grado per disastro ambientale doloso e omissione dolosa di cautele. «Hanno accettato e continuano ad accettare questo immane disastro - ha aggiunto Guariniello - che ha colpito e colpisce cittadini, non solo lavoratori. È un disastro che non può essere ridotto ai luoghi di lavoro ma si sta consumando ai danni della popolazione, di tutti noi. Continua a seminare morte e continuerà a farlo chissà fino a quando». Basta alzare lo sguardo, oltre via Oggero, per capire che il lascito di quella storia maledetta non è debellato; costeggiare le baracche sul Po con i tetti coperti dal grigio ondulato, attraversare Casale (dove la bonifica pubblica è stata la più avanzata) e dare un'occhiata ai soffitti delle fabbriche abbandonate o abbassare gli occhi e osservare il battuto dei cortili di Casale Popolo, realizzati con il polverino (il materiale di scarto).
Tutto, qui, sapeva di polvere, lo racconta Nicola Pondrano, ex operaio e poi sindacalista, che da giovane ancora inconsapevole era rimasto stupito dalle scie che le biciclette degli operai lasciavano per strada. Scie bianche. Lui è uno dei protagonisti di questa lotta trentennale, insieme a Bruno Pesce, sindacalista e coordinatore vertenza amianto, l'oncologa Daniela Degiovanni e Romana Blasotti, presidente dell'Afeva, che con i suoi occhi chiari e una volontà di ferro ha reagito alle morti in famiglia, cinque in tutto, il marito Mario, la figlia Maria Rosa, poi una sorella, una cugina e un nipote.
«Oggi - ha ammonito Guariniello - stiamo facendo un processo, ma domani ci saranno altri morti. E avviene anche in altre parti del mondo, tutto sotto un'unica regia. Questa tragedia si è consumata senza che mai fino a oggi nessun tribunale abbia chiamato a rispondere i veri responsabili». I parametri per cui sono stati chiesti 20 anni sono «l'enorme gravità del danno, l'eccezionale intensità dell'elemento soggettivo e il dolo diretto. Non siamo - ha sostenuto - al cospetto di titolari di un'officina metalmeccanica, ma dei vertici di un'enorme multinazionale, con un'alta capacità economica. Gli imputati, per anni, hanno negato la pericolosità e la cancerogenicità dell'amianto e sono stati mossi da una volontà precisa di proseguire l'attività a tutti i costi mettendo a repentaglio la salute dei lavoratori e della popolazione». Infine, «Schmidheiny ha mascherato attività di spionaggio e attività lobbistica dietro l'attività filantropica per evitare di rispondere della sua condotta davanti ai giudici».
Familiari, attivisti, ex lavoratori (i pochi rimasti) sono arrivati al Palagiustizia in pullman come a ogni udienza del maxi-processo iniziato l'11 dicembre 2009. I numeri sono significativi: 3000 vittime (2200 morti e 800 malati, dati in aumento) e 6300 parti civili costituite. Il pm ha chiesto, inoltre, che gli imputati siano condannati anche per le vittime da amianto degli impianti di Rubiera e Bagnoli. Un capo di imputazione che la sentenza di primo grado aveva considerato prescritto. «Riteniamo che la loro responsabilità sia ancora attuale anche per quanto riguarda quei due siti». La sentenza è attesa per fine maggio, nella speranza che non sia un remake di quella Thyssen. Poi, probabilmente, ci saranno un Eternit bis e un tris. È una storia lunga cent'anni, che avrà ancora dolore da consumare, ma pretende giustizia.
Da il manifesto, 14 marzo
martedì 27 novembre 2012
“Fateci un regalo per Natale: pena di morte per i gay”
giovedì 22 novembre 2012
Il gran rifiuto di Ken Loach a Torino: “Sfruttate i lavoratori”
TORINO – In genere ci si limita ad attestati di solidarietà,alla stretta dimano al lavoratore, al minuto di microfono, alloslogan lanciato afavore di telecamera, allo striscione ospitato sulpalco. Però al premio, alla comparsata sul tappeto più o meno rosso, spesso non si rinuncia. Si tratti di un regista, di un attore, di un drammaturgo, di uno scrittore o di un intellettuale impegnato. Ecco perché il gran rifiuto del Gran Premio Torino di Ken Loach fa un certo effetto. Buca la società dell’eccitazione, crea un vuoto. Sullo sfondo non c’è un grande conflitto o paladini da sostenere, ma una piccola storia cittadina (le condizioni dei lavoratori di una cooperativa), che però descrive bene il Sistema Torino, un tempo – quello dei fasti chiampariniani – era un vanto, ora – nell’epoca del debito – un’impalcatura che barcolla insieme alle sue contraddizioni.
[CONTINUA]
Da Linkiesta del 22 novembre
sabato 15 settembre 2012
Referendum, per Yuri e altri. Storia di sei operai scomodi
È successo a Vittorio, Yuri, Mirko, Martino, Daniele e Paolo. Cinque sono iscritti alla Fiom, uno è un ex iscritto. Sono, tra i metalmeccanici, le prime vittime della riforma Fornero, che ha modificato, svuotandolo, l’articolo 18. D’altronde la legge è in vigore dal 18 luglio, perché non applicarla si sarà detto qualche imprenditore (nei giorni scorsi ad approfittarne è stato il colosso cinese delle telecomunicazioni Huawei, che ha lasciato a casa due lavoratori).
Questa è la storia di sei lavoratori scomodi. I primi tre lavorano in un’azienda dell’astigiano, gli altri in una ditta di Moncalieri, sessanta chilometri di distanza lungo le strade di un Piemonte sempre più marchionizzato. Partiamo da Cerro Tanaro, in provincia di Asti, dalla Lagor, che produce nuclei per trasformatori elettrici. Vittorio Gaffodio ha 45 anni e ci lavora dal ’91. «L’ho vista crescere». È membro della segreteria provinciale delle tute blu della Cgil, eletto la prima volta Rsu nel 2003: «L’anno successivo chiediamo all’azienda un’analisi della polveri. Risulta la presenza di silicio e cromo esavalente. Preoccupati, chiediamo di fare installare degli aspiratori, ma la risposta è picche. Sono percentuali inique, dicono. Successivamente facciamo denuncia allo Spresal dell’Asl, che nell’ottobre del 2010 si presenta per le indagini. Da quel momento inizia nei miei confronti un duro attacco e continue pressioni. In bacheca compare un documento aziendale che parla di un rapporto di fiducia rotto, la direzione minaccia di togliere i premi aziendali». Vince la paura. «La Fim decide di raccogliere le firme per far decadere le Rsu». La Fiom che per sette anni era stata maggioranza alle elezioni perde. «E così, nei due anni successivi, ogni volta, che spuntava la cassa integrazione ero il primo a essere lasciato a casa, con il salario ridotto a 750-800 euro al mese, una moglie attualmente disoccupata e un mutuo da pagare».
Arriviamo a venerdì scorso, alle 12. «Stavo facendo il primo turno, mi chiama il direttore e mi dà un foglio. Da quel momento vengo licenziato per motivi oggettivi. In una recente visita, richiesta dal medico aziendale, sono stato considerato inidoneo nello svolgere il turno di notte». Il pretesto. «E pensare che in tutta la mia carriera in Lagor l’avrò fatto una settimana tanti anni fa». Vittorio si domanda: «Questi sarebbero licenziamenti economici? Si risolve la crisi mandando a casa tre lavoratori in uno stabilimento che ne conta cento? Non sono altro che discriminatori contro chi ha alzato la testa. Prima della riforma Fornero si sarebbe aperta una procedura di mobilità. Ora, non ho nemmeno il diritto agli ammortizzatori». Ma rimane ottimista e spera nel referendum contro la riforma.
Insieme a Gaffodio, il licenziamento è stato notificato a Mirko Passalacqua e a Yuri Cravanzola: «Non sarò un rompiscatole come Vittorio – racconta Cravanzola – ma da quando decisi di non firmare il documento che fece decadere le Rsu, anch’io ho subito pressioni e l’offerta di una buonuscita di 7 mila euro. Non l’ho accettata. Venerdì è stata una doccia fredda. Vogliono toglierci ogni diritto, renderci schiavi. Il ministro Fornero diceva che con la riforma ci avrebbe fatto un favore, mi chiedo ora, che avrebbe fatto se voleva farci un torto».
Sta seguendo da vicino la vicenda Giuseppe Morabito, segretario Fiom Asti: «C’è stato un calo di commesse, ma l’azienda non ha mai chiesto cassa straordinaria o mobilità. Impugneremo i licenziamenti e dimostreremo che i motivi non sussistono. Purtroppo, i lavoratori rischiano di vedersi riconosciuto solo l’indennizzo e non il reintegro».
A Moncalieri, alla Model Master, azienda di design con 150 addetti, stesso copione: tre lavoratori, iscritti alla Fiom e il pretesto della crisi. Martino Grisorio, ex Rsu entrato in fabbrica 25 anni fa, racconta la sua vicenda e quella dei colleghi, Daniele Giordanino e Paolo Bauducco, modellatori di stile: «Il 3 settembre, alle 16,30, veniamo convocati e ci viene data lettera di licenziamento con motivazioni oggettive di natura economica».
Per Giordanino non è una prima volta: anni fa era stato licenziato senza giusta causa e poi riammesso dal giudice, grazie all’articolo 18. Come alla Lagor, c’è un passaggio determinante: «Nei mesi scorsi ci siamo opposti all’adozione di un contratto stile Fiat, con l’uscita da Confindustria e dal contratto nazionale. E da quel momento l’azienda ha evitato ogni dialogo con noi, anche quando è stata decisa una quarta settimana di chiusura di alcuni reparti. Non sono veri i motivi economici: mesi fa sono stati assunti alcuni addetti nel nostro reparto. Noi siamo i primi a subire la riforma, c’è bisogno di un argine. Dobbiamo convincere i giudici della discriminazione». Mercoledì ci sono state due ore di sciopero. Secondo Edi Lazzi, funzionario Fiom, «questa vicenda testimonia come sia una legge sbagliata e da cambiare».
Da il manifesto del 14 settembre
venerdì 17 agosto 2012
Nucleare, grandi annunci ma la bonifica è “all’italiana”
martedì 7 agosto 2012
No Tav, il Terzo fronte
E, ora, dopo alti e bassi, "fori pilota" bloccati dalla magistratura nel 1998, legge obiettivo (che nel 2001 la inserì nelle infrastrutture ferroviarie strategiche), delibera Cipe (2006) e primi due lotti finanziati, siamo arrivati - senza ancora nessun progetto esecutivo - agli espropri, più precisamente agli iter di immissione in possesso che ne sono il preludio, in vista dell'adeguamento della viabilità propedeutica ai lavori di scavo (primo lotto, Berlusconi: 500 mila euro). Così, per far posto a gallerie, rotonde, strade - in un contesto naturalistico scomposto e sventrato - viene tolto spazio a campi, giardini, garage e case. Niente deve essere d'intralcio in Val Lemme come in Valle Scrivia, nell'alessandrino, o in Valpolcevera, sull'altro versante genovese. Le lettere ai proprietari sono arrivate a fine giugno. Il movimento contro il Terzo Valico, forte della manifestazione che il 26 maggio ha portato 2500 persone ad Arquata Scrivia, non si è fatto trovare impreparato. E da Libarna, già città romana lungo la via Postumia, in su, le strade si sono riempite di bandiere No Tav, quelle bianche e rosse della Val di Susa. Anche Pasquale, che vive a Crenna, nel comune di Serravalle Scrivia, in una casetta ex cantoniera poco prima della galleria, l'ha appesa alla finestra. Gli hanno proposto 60 euro per l'esproprio di 40 metri quadrati e 40 euro annui per l'occupazione provvisoria di altri 317 metri che comprendono la sua abitazione in pietra, acquistata e ristrutturata con fatica e non senza beghe legali con l'ex proprietario. «Quando mi è arrivata la lettera, temevo una multa per eccesso di velocità. Aperta, scopro invece che mi vogliono portare via la casa». In cambio di cento euro. Pasquale lo racconta con una tranquillità, piena di stupore. Potrebbe riavere le sue pareti dopo (minimo) dieci mesi ma con uno stradone in mezzo al giardino e un finale senza happy end che ricorda un film francese Home (di Ursula Meier, 2008), dove la quiete di una famiglia, che vive in campagna ai margini di un'autostrada mai completata, viene interrotta dall'inaugurazione improvvisa del tratto, isolandola così dal resto del pianeta. «Vado in Comune - continua Pasquale - chiedo delucidazioni, ma non ottengo risposte. Allora, decido di rivolgermi ai comitati. Ed è stato un bene».
Il movimento No Tav - Terzo Valico resuscitato nell'inverno, dopo il sì del governo Monti al rifinanziamento del secondo lotto (un milione e cento mila euro), in queste settimane ha organizzato, per evitare gli espropri, blocchi e presidi nei paesi delle valli. «Il Cociv - racconta Claudio Sanita, comitato Arquata Scrivia - si è presentato scortato a Trasta e Borgo Fornari in Valpolcevera e a Serravalle Scrivia. Ma ha girato i tacchi. Siamo in tanti, la gente è partecipe e solidale». E pensare che a gennaio «eravamo solo io e Luca a volantinare per Arquata, ora siamo in centinaia tra i vari comitati». A Trasta, la Digos ha identificato una quarantina di manifestanti, per loro scatterà una denuncia per interruzione di pubblico servizio. I legali dei No Tav hanno, invece, provato a chiedere una sospensiva delle procedure al Tar. Ricorso bocciato a fine luglio: «Leggendo nel merito la sentenza - spiega Sanita - si dice che il Terzo valico è una grande opera pubblica, mentre i cittadini difendono i loro cortili. La realtà diversa: il Cociv è l'interesse privato, la battaglia dei cittadini è di interesse pubblico. In difesa delle falde acquifere, della salute e della nostra terra».
E chi ha paura è Arquata Scrivia. Teme di rimanere senz'acqua e che le fonti della frazione di Rigoroso, sotto il monte Zuccaro, restino irrimediabilmente compromesse dai lavori per il tunnel. «I danni sarebbero gravi per tutto il territorio. La delibera Cipe prevede che nel caso in cui i lavori intercettassero la falda e il paese rimanesse senz'acqua verrebbe fornito un servizio con autobotti e verrebbe successivamente realizzato un acquedotto alternativo. Significa rimanere per almeno tre anni senz'acqua. Non è ammissibile. Per questo chiediamo una seria analisi idrogeologica» sottolinea il sindaco Paolo Spineto, a capo di una maggioranza di centrodestra. Il rischio è un altro Mugello, dove dopo diciassette anni di lavori per l'alta velocità si sono ritrovati acquedotti fuori uso e sorgenti prosciugate. Spineto è l'unico primo cittadino schierato apertamente contro il Terzo Valico, il Pd alessandrino sul tema è stato spesso silente, ora invoca un Osservatorio e il presidente della provincia, Paolo Filippi, darebbe l'ok solo se scongiurato il rischio amianto. Ma il partito di Bersani paga il doppio filo con cui è legato al potentissimo Fabrizio Palenzona, vicepresidente di Unicredit già presidente della provincia, in quota Margherita, presidente poi, per poche settimane, di Impregilo in quota Gavio, che, dopo aver per anni controllato il gruppo con Ligresti e Benetton, è diventato azionista principale, ma si è visto recentemente soffiare il giocattolo dal romano Salini.
Tanti sono gli interessi attorno all'opera, nonostante le controindicazioni sollevate dai comitati. Come l'impatto paesaggistico e ambientale e i rischi connessi all'amianto, che potrebbe finire nei detriti portati nelle cave di pianura. I sostenitori rassicurano. «Ma queste sono rocce serpentinitiche» racconta Mario Bavastro (Legambiente, memoria storica della lotta contro l'ecomostro) indicando una parete vicino a Voltaggio, antico borgo nel cuore della Val Lemme. Qui, e a Franconalto, stampati indelebilmente nella montagna, ci sono da quindici anni quei fori pilota che rappresentano una storia esemplare quanto grottesca: «Il 9 dicembre del 1996 - continua Bavastro - il Cociv scrive al comune di Fraconalto chiedendo di dichiarare l'ubicazione del foro di proprio gradimento, il sindaco risponde subito di sì. I lavori partono, ma dal sondaggio geodiagnostico come doveva essere, gli scavi diventano quelli per una galleria di servizio. Parte, allora, l'esposto di Wwf Liguria. Nel febbraio del '98 il ministro Edo Ronchi ferma i lavori, mai ripresi. Scatta parallelamente l'indagine della magistratura per truffa aggravata ai danni dello Stato, il processo verrà, però, poi trasferito da Milano a Genova e il reato ipotizzato ridotto a truffa ai danni dello Stato. Gli inquisiti di allora verranno prescritti, grazie alla legge ex Cirielli, e tuttora, vedi il senatore Luigi Grillo (Pdl), continuano a essere i maggiori sponsor del progetto».
Per la gente delle valli, il Terzo Valico assume le forme di un serpente. Sguscia e scompare per anni, poi rispunta mutevole. La linea è per passeggeri? Forse. Per merci? Forse. È per entrambi, seppur difficilmente possano coesistere. Voleva addirittura infilarsi in una scuola elementare, Villa Sanguineti a Trasta, e piazzarci lì gli uffici del Cociv. Pericolo scampato. «Ma rimane una brutta grana» dicono in coro nei presidi, dove tra le balle di fieno si condividono pasti, sorrisi e indignazione. Ci vengono in tanti, giovani e vecchi. In pianura, dove il tratto vedrebbe per la prima volta la luce, preoccupa l'intasamento su Ca' del Sole (Serravalle Scrivia): «La galleria della Crenna verrà chiusa per minimo dieci mesi per adeguare la viabilità - racconta Gianfranco Marchesotti, sindacalista storico, che conosce bene il tessuto socioeconomico della zona - e tutto il traffico si riverserà sulle strade del Rastellino e della Lomellina. Risultato? Inquinamento atmosferico e acustico centuplicato sulle colline coltivate a vigneti doc. Ed è solo uno dei tanti danni di quest'opera inutile». Alla sera, Gianfranco si ritrova nel circolo Lavoro e Libertà di via Berthoud per la riunione del Comitato serravallese. Presenti anche Elio Pollero, che a capo della lista di sinistra Serravalle Futura ha strappato nelle recenti amministrative un incoraggiante 27,5%, e molti "espropriati". Come Jole Perassolo, Sandra Cumo, Adriano Rossi e Martina Accorsi: «Vivendoli direttamente - raccontano - abbiamo capito quanti problemi in comune abbiamo con la Val di Susa. Ci vogliono imporre un'opera assurda con la forza. Non possiamo accettarlo. Dobbiamo stargli addosso come le mosche». Qui si dice, a saià düa!
l'articolo in pagina
Da il manifesto del 7 agosto
sabato 7 luglio 2012
Migranti e sans papiers invadono Torino e la Val Susa
La marcia europea dei sans papiers e dei migranti fa tappa a Torino e in Val di Susa. Partita il 2 giugno da Bruxelles sta attraversando a piedi sette diversi Paesi: Belgio, Olanda, Lussemburgo, Francia, Germania, Svizzera e, appunto, Italia. Per rivendicare la libera circolazione delle persone sul territorio continentale e per chiedere l’esercizio totale dei diritti degli oltre 20 milioni e 200 mila cittadini migranti residenti nell’Unione Europea. Martedì, la carovana ha invaso il centro cittadino – un serpentone di storie, denunce, passioni, colori e musica -, ieri ha discusso di diritto di asilo a San Salvario, oggi andrà invece nella valle dei No Tav, “terra di lotte e di frontiera”. Domenica, al parco del Valentino, in riva al Po, ci sarà la grande festa della solidarietà. Ultima tappa della marcia sarà Strasburgo, il 2 luglio, dove i migranti porteranno le proprie richieste al Parlamento europeo.
Da Il fatto quotidiano, 28 giugno
lunedì 4 giugno 2012
Siamo tutti figli della società eccitata
Inquieto, nevrotico, affamato di stimoli anche momentanei, assuefatto da un profluvio di choc emotivi (che non hanno tempo di sedimentarsi nella coscienza), sovraeccitato ma non appagato: ecco l’homo sapiens del XXI secolo, preda di un sovraccarico di sensazioni audiovisive. A tutti i costi. Perché, a tutti i costi, bisogna esserci, anzi essere percepiti. E sgomitare per non rischiare la dannazione all’oblio eterno. Lo spiega bene Christoph Türcke, professore di filosofia all’Accademia di arti visive di Lipsia, nel suo La società eccitata; Filosofia della sensazione (Bollati Boringhieri, 2012, pagine 342), un’imponente e complessa analisi della contemporanea società della sensazione: «Una società che non è nuova per niente, bensì in costruzione da secoli». Türcke elabora una (post)moderna declinazione, un’estrema propaggine, della Società dello spettacolo di Guy Debord, lo fa in modo serio, attualizzando le intuizioni del teorico del situazionismo e ancorandole a un terreno storico. Ha costruito così un’archeologia del concetto di sensazione, dal Rinascimento all’Illuminismo a oggi. Lungo secoli in cui il significato fisiologico di sensazione ha subito uno slittamento semantico: «Dalla percezione più comune alla percezione dell’inconsueto per disegnare, da ultimo, l’inconsueto stesso». Il sensazionale, che dovrebbe essere raro oltre che sconvolgente, da caso limite diventa norma.
[CONTINUA]
mercoledì 9 maggio 2012
Le cartucce del governatore Cota contro il referendum anti-caccia
Una battaglia lunga 25 anni scippata in una manciata di minuti. Quelli impiegati per approvare un emendamento alla finanziaria proposto dall'assessore piemontese Claudio Sacchetto (Lega Nord) per abrogare la legge regionale sulla caccia e, così, cancellare il referendum previsto per il prossimo 3 giugno. Ebbene sì, in Piemonte si doveva votare per limitare la caccia, proteggere 25 specie (alcune a rischio di estinzione), impedirla la domenica e su terreni innevati. Un appuntamento atteso dal 1987, quando le associazioni animaliste e ambientaliste raccolsero 60mila firme ma furono poi trascinate in un'estenuante battaglia legale attraverso 9 gradi di giudizio e ostacolate da un ostruzionismo istituzionale, di ogni colore politico (tanto è forte la piccola lobby dei cacciatori, 0,6% dei piemontesi).
Dopo un quarto di secolo, in attesa di esercitare un diritto di voto, all'inizio di quest'anno il Tar aveva imposto alla Regione l'indizione del referendum. L'appello per il voto era stato firmato dal presidente emerito della Corte costituzionale Gustavo Zagrebelsky e si era rimesso in moto il vecchio comitato promotore (Pro Natura, Lav, Lac, Lipu, Wwf, Italia Nostra, Legambiente, Radicali), che ora attacca: «Uno schiaffo alla democrazia». L'abrogazione «è un espediente per evitare il referendum, senza che vengano assunti in legge i quesiti referendari». Ma non si dà per vinto: è pronto a nuovi ricorsi. E il 3 giugno, il movimento sarà in piazza a Torino per una manifestazione nazionale.
Piero Belletti, professore universitario di genetica agraria, è stato uno dei primi firmatari del referendum, ora è il portavoce del comitato: «Sono stati calpestati i diritti dei cittadini: hanno abrogato la legge oggetto di referendum con l'accordo di farne un'altra appena passato il rischio di una consultazione. E hanno giustificato il tutto con il risparmio delle spese (malgrado il comitato avesse chiesto l'accorpamento alle amministrative, ndr)». «Saluto positivamente il risparmio di 22 milioni - ha detto il presidente Roberto Cota - che, in un momento così delicato, potranno essere impegnati a sostegno delle categorie più deboli». Colpo di mano contestato dall'opposizione: Sel, Fds, Idv, M5s e, in modo più sfumato, dal Pd . Ieri, bagarre in aula. E, mentre manca ancora il parere del Collegio di garanzia e il disegno di una nuova legge rimane per Cota «un augurio», Andrea Stara (Insieme per Bresso) avverte che l'escamotage dell'abrogazione «non basta a evitare le urne».
«È grave che le iniziative che favoriscono la partecipazione diretta vengano liquidate come uno spreco. Ovvio che abbiano un costo, se no aboliamo le elezioni?», denuncia Belletti. «Quello che è successo - aggiunge il portavoce - dimostra come in Italia non esista più la certezza del diritto, la classe politica può fare ciò che vuole». Il vuoto normativo è stato coperto dalla legge nazionale sull'attività venatoria, più permissiva (44 specie cacciabili contro le 29 della legge piemontese). Ma il comitato non considera persa la partita: «Oltre a ricorsi amministravi, non escludiamo una denuncia penale. Riteniamo si sia configurata una violazione ai diritti costituzionali dei cittadini».
E, sul tema democrazia, interviene Daniela Bauduin, avvocato e studiosa di diritto: «Ci sono profili di possibile illegittimità costituzionale: hanno abrogato la legge oggetto di referendum ma non l'hanno sostituita con un'altra di diversi principi ispiratori, hanno invece applicato quella nazionale, con principi uguali».
Da il manifesto del 9 maggio
sabato 21 aprile 2012
Alenia, il "covo" Fiom che ha invitato la Fornero
Torino. Corso Marche ha il passo svelto della periferia. Una lunga arteria di scorrimento, anonima come tante, che dovrebbe diventare un nodo residenziale della Torino del futuro. Strade (forse il raccordo urbano della Tav), verde e palazzi al posto dell'area industriale Alenia. Attualmente però, al numero 41, smantellate le officine, ci lavorano ancora 1500 dipendenti, quasi tutti impiegati: il cervello dell'aeronautica militare. È una sede storica, centenaria (fondata nel 1916), prima col marchio Pomilio, poi Ansaldo, Fiat, Aeritalia e, infine, Alenia Aeronautica (dal primo gennaio ribattezzata Alenia Aermacchi), controllata da Finmeccanica. [CONTINUA]
giovedì 8 marzo 2012
Tav, Plano: «Compensazioni? Solo frasi a effetto»

Genova - Sandro Plano è il presidente della Comunità montana della Val di Susa e Val Sangone. Persona mite ma ferma. Cattolico, Pd eterodosso: è contro l’alta velocità Torino-Lione. Una posizione che spesso l’ha portato a duri contrasti con il resto del partito oltre la Valle. Da anni, Plano e la sua giunta si battono contro il progetto Tav a colpi di ricorsi e delibere. E chiedono «un dialogo e un ascolto che non c’è mai stato».
Presidente Plano, il governo sostiene che siano solo due le amministrazioni contrarie al progetto, lei ribadisce che sono, invece, 23 comuni. Perché questa discrepanza sui numeri?
«La Val di Susa ha da sempre un fronte compatto di amministratori contrari al progetto. Sono ventitré i Comuni che hanno approvato una delibera contro la Tav. E non ce ne sono che si siano espressi chiaramente a favore. Il numero “due” (Chiusa San Michele e Sant’Ambrogio, ndr) è riferito a quelli direttamente toccati dal cosiddetto progetto low cost, che, in realtà, non si sa bene cosa sia. Ripeto, se si vogliono considerare le amministrazioni contrarie sono 23 non 2».
Nel documento del governo sulla Torino-Lione, pubblicato oggi sul sito del governo , si parla, tra l’altro, di 135 milioni di euro di opere compensative per il territorio. La considerate una contropartita equa?
«Il governo aveva già sottoscritto un impegno con Regione Piemonte, Provincia e Comune di Torino per 300 milioni (Accordo di Pracatinat, ndr) di investimenti sul trasporto pubblico locale. Nessuno ha visto un euro. L’ultima proposta è stata un futuro stanziamento da parte del Cipe di 20 milioni di euro. Ora come allora riteniamo siano solo dichiarazioni a effetto»
Il Pd non partecipa alla manifestazione della Fiom perché ci sono i No Tav. In realtà, il No Tav invitato dai metalmeccanici della Cgil è lei, che tra l’altro è iscritto al Pd.
«Mi dispiace che la nostra segreteria abbia deciso questa linea. La Fiom ha vissuto ultimamente molte difficoltà, credo che un partito di centrosinistra debba stare vicino ai problemi sollevati dalle tute blu della Cgil e alla gente che la Fiom rappresenta. E non allontanarsene».
Cosa ne pensa della “campagna di de tesseramento” promossa dal Pd di Torino, ovvero non rinnovare la tessera a chi è filo No Tav?
«Mi sembra paradossale. In un mondo dove tutti tesserano tutti, pure i fantasmi, il Pd vuole escludere dalla sua organizzazione chi la pensa diversamente non sui valori del partito ma su una linea ferroviaria».
Come si può uscire dal “muro contro muro”?
«Se il governo continuerà a mostrare muscoli difficilmente se ne potrà uscire. Mi auguro che, finalmente, ci si fermi per riflettere. Insieme a ventitré sindaci ho lanciato un appello ai partiti per l’apertura immediata di un tavolo istituzionale che permetta un confronto nel merito della Torino-Lione partendo da posizioni non precostituite».
lunedì 23 gennaio 2012
E il governo liberalizza le scorie radioattive

Sedata dopo il referendum, la bagarre sul nucleare sta per riaprirsi per un articolo contenuto nel decreto del governo Monti sulle liberalizzazioni. Nascosto tra articoli che hanno avuto finora più eco, c’è infatti spazio anche per l’atomo. Anzi, per i suoi scarti, le scorie. L’articolo 25 (accelerazione delle attività di disattivazione e smantellamento dei siti nucleari) vorrebbe dare impulso al decommissioning e rendere più facile l’autorizzazione di nuovi depositi nucleari, in deroga – se necessario – a procedure ordinarie. «Se fosse approvato autorizzerebbe i nuovi depositi nucleari nei siti a rischio», denuncia Gian Piero Godio, instancabile antinuclearista piemontese di Legambiente, che se non avesse setacciato ogni angolo del decreto non avrebbe scovato una norma sfuggita ai più. [CONTINUA]
Da Linkiesta del 23 gennaio

