sabato 1 giugno 2013

Casale Monferrato, l'amianto non perdona

Processo Eternit, lunedì prossimo a Torino è attesa la sentenza di appello. Con la morte del barone belga Louis De Cartier, sul banco degli imputati rimane il magnate svizzero Stephan Schmidheiny, condannato in primo grado a 16 anni


Ad aspettarli ci sarebbe stato ancora l'amianto. Superarono quel confine tra Italia e Jugoslavia che aveva pochi giorni e lasciarono il loro paese, Salona d'Isonzo, che stava cambiando il nome in Anhovo. Era da poco finita la guerra, quando il 3 marzo del 1947, Romana Blasotti, che quel giorno compiva 18 anni, e i suoi familiari partirono, con pochi averi, alla volta del Piemonte. Papà Ottavio lasciava il lavoro in una fabbrica di manufatti a base d'amianto. Arrivarono a Casale Monferrato e lì fu assunto all'Eternit. Non subito (era sempre comunque un profugo), dopo cinque mesi. Stesse modalità produttive, stesso veleno. Romana si sposò un anno dopo con il Mario (Pavesi): «Lo conobbi una domenica pomeriggio, non credevo guardasse proprio me. Invece, scattò qualcosa. Ancora adesso penso sia stata una persona a cui valeva la pena volere bene. Entrò anche lui all'Eternit nel 1958. E fu la sua fine».
Nel 1956 Bruno Pesce iniziava, a soli 14 anni, il lavoro da garsunin in un laboratorio orafo a Valenza. «Una delle prime cose che mi dissero fu “prendi quella lastra d'amianto e usala per saldare”. Sembrava cartone, grigiastro, era crisotilo pressato, meno pericoloso dell'amianto blu che si lavorava nello stabilimento di Casale, ma sempre cancerogeno. Certo, ai tempi non lo sapevo». A 22 anni era già sindacalista, Fiom. Nel 1969, Nicola Pondrano, una notte - mentre tornava dalla visita per il servizio di leva all'ospedale militare di Genova e prima di riprendere il cammino verso Vercelli, dove abitava - si fermò vicino allo stadio insieme a due amici: «A un certo punto veniamo abbagliati dai fanali di centinaia di biciclette. Operai. Girano l'angolo e vanno verso il Ronzone. Passano e lasciano per terra una scia bianca. Polvere, tanta polvere. Li seguiamo, pedalano in fretta, riusciamo solo a vedere una scritta, «Eternit». Poi, il buio riprende il sopravvento. Quelle scie bianche, senza comprendere cosa fossero, non lo dimenticherò più».
Romana, presidente dell'Afeva (l'associazione dei familiari), Bruno, coordinatore della vertenza amianto, a lungo segretario della Camera del lavoro di Casale, e Nicola, ex operaio Eternit, sindacalista e presidente del Fondo vittime amianto, sono i tre principali protagonisti di una lotta più che trentennale. Lunedì sarà il giorno della sentenza d'appello nei confronti della testa della multinazionale dell'amianto, al maxi processo di Torino che è seguito all'indagine del pool di Raffaele Guariniello: 3000 vittime fino al 2008 (2200 morti e 800 malati), tuttora in aumento (sono oltre 50 i casi annuali di mesotelioma solo a Casale). Con la recente morte di uno dei due imputati, il barone belga Louis De Cartier, che non ha mai sborsato un euro per risarcire le vittime (a rischio, infatti, i risarcimenti di 1500 parti civili sulle 2800 totali), sul banco degli imputati rimane il magnate svizzero Stephan Schmidheiny, condannato in primo grado a 16 anni per disastro ambientale doloso permanente e per omissione volontaria di cautele antinfortunistiche.
Da Casale arriveranno, come a ogni udienza, i pullman carichi di familiari e attivisti. Pure da Cavagnolo, dove c'era uno dei quattro stabilimenti Eternit italiani, e molto probabilmente da Rubiera, che, in primo grado, aveva visto, come Bagnoli, prescritti i reati riferiti al proprio territorio. Ci saranno le Voci della memoria, una giovane associazione di Casale che con Luca e Diego e tanti altri ha messo in connessione storie di lavoro, di movimento, di lotta. Partendo dall'Eternit, una fabbrica in cui un tempo trovare lavoro era come entrare in banca: «Ti regalava pure il polverino, gli scarti per pavimentare i cortili. Altro veleno».
Dello stabilimento di via Oggero, dove la pianura lascia spazio alla collina e la scritta rossa «Eternit» si vedeva da lontano, non c'è più nulla, se non la palazzina degli uffici, lasciata in piedi quasi come monito perché una tragedia simile non si ripeta. Nicola ci entrò per la prima volta l'11 settembre 1974. Nato il 12 giugno, lo stesso giorno – 28 anni dopo - di Mario Pavesi, ne raccoglierà il testimone da delegato sindacale. Comunista un po' anarchico, era un ragazzone che non stava zitto. «Sei venuto a morire anche tu?» gli disse un giorno, seduto su un sacco di amianto, uno dei facchini più anziani, Piero Marengo. Capì presto di non trovarsi in un posto normale. I manifesti da morto che ogni giorno vedeva ai cancelli della fabbrica, il rapporto con il prete operaio Bernardino Zanella – con cui aveva mappato i problemi dell'azienda - fecero crescere in Nicola una nuova consapevolezza. «Era venuto il momento di lottare contro la fabbrica della morte. Non si poteva più morire di lavoro». L'incontro con Bruno, nel 1979, diede il via alla vertenza amianto. Nel sollevare problemi ambientali, spesso tabù, furono un'avanguardia nel sindacato: Pesce alla Camera del Lavoro e Pondrano all'Inca Cgil, che andò a dirigere nel 1980, dove era consulente medico una giovane e tenace oncologa Daniela Degiovanni, tuttora figura cardine nella lotta. Iniziarono esposti, denunce, convegni, indagini epidemiologiche. La richiesta di giustizia, bonifica e ricerca. E la fabbrica chiuse nel 1986.
Ci vollero anni prima che Casale, nel suo letargo prettamente piemontese, si accorgesse della strage in corso. Romana divenne presidente dell'associazione dopo la morte del marito, per mesotelioma,ò nel 1983. Il primo, l'unico che aveva lavorato all'Eternit, dei cinque suoi familiari che la bestia (come a Casale chiamano questo tumore) le ha portato via: Libera, la sorella; Giorgio, il nipote; Anna, la cugina che viveva in Slovenia, e, infine, la figlia Maria Rosa. «È stata la più dura. Era triste, capitava che litigassimo. L'ultimo giorno ci siamo guardate negli occhi, i suoi erano grandi e belli, non ci siamo parlate, ma ci siamo dette tutto». Nonostante il dolore le abbia asciugato le lacrime, Romana lotta ogni giorno con una forza incredibile, perché ci sia giustizia. E perché «lunedì venga confermato il dolo».
«Non ci siamo mai persi d'animo – racconta Pesce - il processo di Torino ha una lunga storia. Bisogna tornare ai primi anni Duemila quando l'epidemiologo padovano, Enzo Merler, impegnato in un'indagine sugli immigrati in Svizzera ammalatisi una volta tornati in Italia (dopo aver lavorato nella fabbrica Eternit di Niederurnen), segnalò al pm Guariniello, un magistrato esperto, il caso di un torinese. A Casale, dove un processo dieci anni prima aveva portato magri risultati, si accese la speranza. Partì una mobilitazione che coinvolse anche le altre località dove risiedeva l'Eternit, come Cavagnolo, su cui ha competenza la Procura di Torino. Costruimmo un maxiesposto con un migliaio di nomi di ammalati e morti per l’amianto che depositammo in Procura nel 2004. Finalmente ci sarebbe stato un processo sul ruolo della multinazionale e in grado di considerare anche le vittime tra i cittadini».
Il 6 aprile 2009 è iniziata l'udienza preliminare. Pondrano è stato nel processo il teste principale dell'accusa. Il 13 febbraio del 2012 è arrivata la sentenza di primo grado per un disastro immane che, secondo l'accusa, è conseguenza cosciente della condotta imprenditoriale dei due imputati.

martedì 7 maggio 2013

Hanno ancora senso gli inviati di guerra?

Dopo la sparizione di Domenico Quirico in Siria, ne parliamo con Mimmo Càndito, il decano dei reporter

Se il giornalista contemporaneo può essere comunemente ritratto seduto al desk, Mimmo Càndito, ancorato a fili e cavi, non c’è mai voluto stare. Per raccontare soprattutto la guerra e raccogliere le storie di uomini, donne e bambini devastati dal conflitto. Perché prima dei rischi delle pallottole, per il buon reporter viene quell’empatia profonda con le sofferenze dei popoli di cui parlava Ryszard Kapuscinski. Inviato speciale, commentatore di politica internazionale e corrispondente di guerra de La Stampa, Càndito, classe 1941, ha una esperienza quarantennale da reporter e ha attraversato le ultime crisi più drammatiche della storia del mondo. Dall’Afghanistan all’Iraq, dal Kosovo alla Libia.


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Da Linkiesta del 6 maggio

domenica 5 maggio 2013

Schwazer, la condanna di dover essere felici e vincenti

A colloquio con Michele Didoni, l’ex allenatore del marciatore: «Ho perdonato Alex. Metabolizzare è difficile, comprendere si deve. Vorrei ricontattarlo»

E un giorno succede che il ritratto della felicità finisca. Bionda lei, biondo lui, belli. E vincenti. Bravi ragazzi, con al collo luccicanti medaglie, qualche copertina patinata nel palmarès, spot pubblicitari per entrambi e discrezione nel raccontarsi. Finisce per colpa di lui. E, gli amanti dell’agiografia manichea, lo spediscono nell’altro campo, quello dei cattivi, perché spesso nella semplificazione mediatica non c’è spazio per le sfumature o per la complessità.

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Da Linkiesta del 5 maggio

mercoledì 1 maggio 2013

Italia disoccupata, ha ancora senso il Primo maggio?

Festa dei lavoratori. Intervista al sociologo Luciano Gallino: «Sui precari i sindacati poco efficaci. Ma il capitalismo si fa autogol con la riduzione dei salari»
 
Adriano Olivetti pensava che la fabbrica dovesse diffondere intorno a sé bellezza. Luciano Gallino, classe 1927, uno dei più autorevoli sociologi italiani, ha iniziato la sua formazione proprio nella storica azienda di Ivrea, studiando i processi economici, l’impresa, il lavoro e gli operai. Condivideva l’utopia di Olivetti e quel modo di pensare che ora sembra così lontano. In seguito, Gallino ha continuato ad analizzare – all’Università (è professore emerito a Torino), su giornali e riviste, attraverso convegni e saggi – l’evoluzione del mercato del lavoro, sottolineandone le distorsioni, le disuguaglianze nella globalizzazione, la crisi, e proponendo soluzioni. Il suo ultimo libro, La lotta di classe dopo la lotta di classe (Laterza, 2012, 222 pp., 12 euro), indaga come questa, negli ultimi decenni, venga esercitata – rispetto a quella classica – dall’alto al basso; da parte dei vincitori a danno dei perdenti; a scapito, quindi della classe operaia ma anche delle classi medie. Oggi, il lavoro sembra svanire, tra cassa integrazione, licenziamenti e imprese in difficoltà. E questo Primo maggio, non appare una festa come le altre.

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Da Linkiesta del 1 maggio

giovedì 25 aprile 2013

Il partigiano, 98 anni: «Giovani, ribellarsi è giusto»

25 Aprile, Festa della Liberazione. Intervista a Massimo Ottolenghi del Partito d’Azione. «Speravo che l’indignazione portasse a ripulire le istituzioni dalle caste, non a distruggerle»

Scuote i fogli sopra una scrivania piena di libri. Sospira. «Sono un ragazzo del 1915, un vecchio testardo, figlio del secolo della pianificazione della morte e della desertificazione di tutti i valori. Sono stato e resto un resistente, un democratico in servizio permanente. I partigiani? Non siamo degni di ricordali. E se mi chiedete perché, ve lo spiego. Perché si è pensato a ricostruire il benessere e non gli uomini, si è perdonato tutto. Non si è epurato, si è lasciato che le istituzioni venissero occupate dai partiti, colonizzate dalle caste e dalle mafie. Si è concepita la politica come una carriera, il lavoro come una merce e si è umiliata la Costituzione. Si è, infine, fatto sprezzo e gioco della giustizia, esautorandola e mettendola alla berlina».


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Da Linkiesta del 25 aprile


domenica 31 marzo 2013

Non siate ingenui, internet non sarà mai la democrazia

Internet & potere: le idee di Evgeny Morozov: "La rete non è neutrale. Un algoritmo non risolve le ingiustizie. Il web ottimismo fa comodo ai forti"

Un algoritmo salverà il mondo? Internet è libertà, rivoluzione e democrazia? La rete spazzerà via criminalità e corruzione politica? Aprirà i palazzi del potere come una scatoletta di tonno? Secondo Evgeny Morozov sono ingenuità. È da alcuni anni che il giovane (1984) sociologo e giornalista bielorusso ribalta i più assodati luoghi comuni del cyber-ottimismo, minando il mito che Internet sia di per sé una forza per il cambiamento sociale, che elevi l’istruzione, salvi l’economia o rovesci un dittatore.
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Da Linkiesta del 31 marzo

domenica 24 marzo 2013

Così la Valle si scopre di lotta e di governo

Il defender bianco attende fuori dal cancello della strada dell’Avanà. Dentro ci sono stipati, stretti stretti, alcuni parlamentari del M5s, insieme ai collaboratori. Saranno gli ultimi a superare i cancelli del cantiere della Maddalena, quelli di Sel sono più avanti, con altri grillini, nei due pullman appena transitati.
Un giovane – trent’anni scarsi, la spilletta con scritto «A sara dura» e un inconfondibile accento del sud – tira giù il finestrino, allunga la mano e stringe quella di Marisa Meyer, le dice «lei è come Ghandi». Marisa, pensionata valsusina di 68 anni, lo scorso anno si incatenò per tre ore ai cancelli. «Io, lì dentro non entro, non voglio vedere lo sfacelo – sottolinea – ma è giusto che lo facciano questi parlamentari». E, così, il misterioso cantiere del tunnel esplorativo, circondato dal filo spinato, è stato svelato: «Resta una vergogna. Tutta questa militarizzazione non ha senso. Non è un cantiere, è un fortino» tuona Alberto Perino, leader storico della lotta, che li ha accompagnati.
Nel pomeriggio, una folla davvero oceanica, decine di migliaia di persone (ottantamila per gli organizzatori), invade, sotto la pioggia battente, le strade della Val di Susa, da Susa a Bussoleno. Famiglie con bambini – alcuni travestiti da trenini – ragazzi e pensionati, una marcia eterogenea e lunghissima, aperta dallo striscione «Difendi il tuo futuro». Ambientalisti, Fiom e sindacati di base, centri sociali, bandiere dei partiti di sinistra e tantissime spille a Cinque Stelle appuntate sulle giacche. «Una manifestazione che chiede cambiamento, nessun governo può andare contro questo popolo anzi ne deve raccogliere la spinta» sintetizza Giorgio Airaudo, uno dei dodici parlamentari di Sel in visita alla Maddalena; i deputati e senatori del M5S sono, invece, sessanta, capitanati da Vito Crimi, capogruppo al Senato, che lancia la «richiesta di una commissione d’inchiesta» sulla Tav. «Sempre più certi che possa venire bloccato» aggiunge il senatore valsusino Marco Scibona. «Spesa insopportabile» concorda Sel.
I parlamentari sono scesi fino a quei 40 metri scavati nella roccia, verso quella che considerano un’inutile devastazione. Tecnici del movimento hanno messo in difficoltà quelli di Lyon Turin Ferroviaire (Ltf), ancora sprovvisti del progetto esecutivo. Alberto Airola, senatore torinese del M5S, si è avvicinato ai poliziotti che difendono il sito: «Siamo qui anche per liberare voi». Oltre a Perino, presenti alla visita al cantiere gli esponenti No Tav Luca Abbà e Lele Rizzo, che, a fine manifestazione, ha descritto «il fortino come un set cinematografico dove i ruoli non si riconoscono», aggiungendo: «Abbiamo preso le misure per smontarlo». Alla Maddalena è arrivato solitario anche Stefano Esposito, senatore Pd ultrà Sì Tav, che ha lanciato una provocazione ai grillini: «Se votate la fiducia al governo, blocchiamo la Tav». Dura risposta di Ivan Della Valle, M5S: «Non facciamo inciuci con chi ha rovinato il Paese negli ultimi 20 anni».
Poche ore dopo, un fiume festoso di ombrelli e striscioni ha travolto ogni polemica raccontando il movimento nel suo aspetto più popolare e trasversale. «Una manifestazione così grossa non l’avevo mai vista» ha detto Perino. Solo una contestazione a Crimi, da parte di militanti Usb al grido: «Siamo tutti antifascisti». Dietro alle mamme e ai bambini, i gonfaloni di comuni piemontesi, di Napoli e di Corciano (Viterbo), qualche politico o sindacalista fuori dal Parlamento (Ferrero e Cremaschi), i No Tav francesi e quelli contro il Terzo Valico, i No Muos e i sindaci avvolti dal tricolore: «All’Italia non serve un grande cantiere per un’opera inutile – è il commento di Nilo Durbiano, sindaco di Venaus – ma tante piccole opere».

Da il manifesto del 24 marzo

venerdì 22 marzo 2013

Please please me, il primo disco dei Beatles ha 50 anni

Oggi l’anniversario, ad aprile il Record Store Day. È l’occasione giusta per riprendere in mano il vecchio album e fareil punto sulla stato del vinile


Il produttore George Martin convocò i quattro ragazzotti di Liverpool nella sede della Emi, a Londra in Manchester Square, e gli chiese di sporgersi dalla ringhiera della tromba delle scale. Sorriso. Clic! Ecco, in due righe, la copertina dell’album Please Please Me, nello scatto di Angus McBean, fotografo surrealista gallese. Da sinistra a destra, Ringo, da poco entrato nel gruppo, Paul, George e John. Il 22 marzo del 1963 uscìil primo Lp dei Beatles. Venne registrato, un mese prima, in sole quindici ore di lavoro, a eccezione dei singoli che erano stati suonati in studio nell’autunno precedente (Love me do e il brano che dà il titolo all’album). [CONTINUA]

Da Linkiesta del 22 marzo

venerdì 15 marzo 2013

Eternit, Guariniello chiede 20 anni per i «big» Schmidheiny e de Cartier

Dello stabilimento di via Oggero, dove la pianura lascia spazio alla collina e la scritta rossa «Eternit» si vedeva da lontano, non c'è più nulla, se non la palazzina degli uffici, lasciata in piedi quasi come monito perché una tragedia simile non si ripeta. Perché «una così grande non l'ho mai vista» ha detto, ieri, il pm Raffaele Guariniello a termine della requisitoria del processo d'appello, a Torino, in cui ha chiesto la condanna a 20 anni per il magnate svizzero Stephan Schmidheiny e per il barone belga Louis de Cartier, la testa del colosso dell'amianto, che a Casale Monferrato come a Cavagnolo, Rubiera, Bagnoli (e in tanti luoghi d'Italia e del mondo) continua a provocare morti.
Un disastro che, secondo l'accusa, è conseguenza cosciente della condotta imprenditoriale dei due imputati, condannati in primo grado per disastro ambientale doloso e omissione dolosa di cautele. «Hanno accettato e continuano ad accettare questo immane disastro - ha aggiunto Guariniello - che ha colpito e colpisce cittadini, non solo lavoratori. È un disastro che non può essere ridotto ai luoghi di lavoro ma si sta consumando ai danni della popolazione, di tutti noi. Continua a seminare morte e continuerà a farlo chissà fino a quando». Basta alzare lo sguardo, oltre via Oggero, per capire che il lascito di quella storia maledetta non è debellato; costeggiare le baracche sul Po con i tetti coperti dal grigio ondulato, attraversare Casale (dove la bonifica pubblica è stata la più avanzata) e dare un'occhiata ai soffitti delle fabbriche abbandonate o abbassare gli occhi e osservare il battuto dei cortili di Casale Popolo, realizzati con il polverino (il materiale di scarto).
Tutto, qui, sapeva di polvere, lo racconta Nicola Pondrano, ex operaio e poi sindacalista, che da giovane ancora inconsapevole era rimasto stupito dalle scie che le biciclette degli operai lasciavano per strada. Scie bianche. Lui è uno dei protagonisti di questa lotta trentennale, insieme a Bruno Pesce, sindacalista e coordinatore vertenza amianto, l'oncologa Daniela Degiovanni e Romana Blasotti, presidente dell'Afeva, che con i suoi occhi chiari e una volontà di ferro ha reagito alle morti in famiglia, cinque in tutto, il marito Mario, la figlia Maria Rosa, poi una sorella, una cugina e un nipote.
«Oggi - ha ammonito Guariniello - stiamo facendo un processo, ma domani ci saranno altri morti. E avviene anche in altre parti del mondo, tutto sotto un'unica regia. Questa tragedia si è consumata senza che mai fino a oggi nessun tribunale abbia chiamato a rispondere i veri responsabili». I parametri per cui sono stati chiesti 20 anni sono «l'enorme gravità del danno, l'eccezionale intensità dell'elemento soggettivo e il dolo diretto. Non siamo - ha sostenuto - al cospetto di titolari di un'officina metalmeccanica, ma dei vertici di un'enorme multinazionale, con un'alta capacità economica. Gli imputati, per anni, hanno negato la pericolosità e la cancerogenicità dell'amianto e sono stati mossi da una volontà precisa di proseguire l'attività a tutti i costi mettendo a repentaglio la salute dei lavoratori e della popolazione». Infine, «Schmidheiny ha mascherato attività di spionaggio e attività lobbistica dietro l'attività filantropica per evitare di rispondere della sua condotta davanti ai giudici».
Familiari, attivisti, ex lavoratori (i pochi rimasti) sono arrivati al Palagiustizia in pullman come a ogni udienza del maxi-processo iniziato l'11 dicembre 2009. I numeri sono significativi: 3000 vittime (2200 morti e 800 malati, dati in aumento) e 6300 parti civili costituite. Il pm ha chiesto, inoltre, che gli imputati siano condannati anche per le vittime da amianto degli impianti di Rubiera e Bagnoli. Un capo di imputazione che la sentenza di primo grado aveva considerato prescritto. «Riteniamo che la loro responsabilità sia ancora attuale anche per quanto riguarda quei due siti». La sentenza è attesa per fine maggio, nella speranza che non sia un remake di quella Thyssen. Poi, probabilmente, ci saranno un Eternit bis e un tris. È una storia lunga cent'anni, che avrà ancora dolore da consumare, ma pretende giustizia.  

Da il manifesto, 14 marzo

martedì 27 novembre 2012

“Fateci un regalo per Natale: pena di morte per i gay”

Questo chiederebbero, secondo ilpresidente del Parlamento, i cittadini dell’Uganda. Dove rischia di essere approvata a breve una legge che prevede la pena di morte o l’ergastolo per i gay (ora rischiano 14 anni). Tra liste di proscrizione e predicatori americani, va in scena in Africa un pogrom anti-omosessuali. 

Da Linkiesta del 27 novembre

giovedì 22 novembre 2012

Il gran rifiuto di Ken Loach a Torino: “Sfruttate i lavoratori”

Ken Loach ha platealmente rifiutato il Gran Premio Torino. Motivazione? Per il regista, il Museo del Cinema, o meglio, la cooperativa Rear (che smentisce e, con il presidente Laus, consigliere regionale Pd, minaccia querele) sfrutta i lavoratori. Brutta tegola per la Torinodi Fassino alla vigilia del Film Festival

TORINO – In genere ci si limita ad attestati di solidarietà,alla stretta dimano al lavoratore, al minuto di microfono, alloslogan lanciato afavore di telecamera, allo striscione ospitato sulpalco. Però al premio, alla comparsata sul tappeto più o meno rosso, spesso non si rinuncia. Si tratti di un regista, di un attore, di un drammaturgo, di uno scrittore o di un intellettuale impegnato. Ecco perché il gran rifiuto del Gran Premio Torino di Ken Loach fa un certo effetto. Buca la società dell’eccitazione, crea un vuoto. Sullo sfondo non c’è un grande conflitto o paladini da sostenere, ma una piccola storia cittadina (le condizioni dei lavoratori di una cooperativa), che però descrive bene il Sistema Torino, un tempo – quello dei fasti chiampariniani – era un vanto, ora – nell’epoca del debito – un’impalcatura che barcolla insieme alle sue contraddizioni.
[CONTINUA]



Da Linkiesta del 22 novembre

sabato 15 settembre 2012

Referendum, per Yuri e altri. Storia di sei operai scomodi

Ti chiamano alle 12 o alle 16,30, poco cambia. Sei appena tornato dalle ferie o, peggio, dalla cassa integrazione. Non hai nemmeno il tempo di pensare cosa vorranno dirti che ti avvisano subito: vai in ufficio, ti vuole il direttore o la segretaria del capo del personale. Pochi dettagli non cambiano una storia che si ripete quasi in fotocopia. Percorri i corridoi della fabbrica e quando si apre la porta della stanza, l’atteggiamento di chi ti accoglie è ogni volta identico: freddo ma educato. Il motivo della chiamata è lo stesso, per tutti, licenziamento per «motivi economici».
È successo a Vittorio, Yuri, Mirko, Martino, Daniele e Paolo. Cinque sono iscritti alla Fiom, uno è un ex iscritto. Sono, tra i metalmeccanici, le prime vittime della riforma Fornero, che ha modificato, svuotandolo, l’articolo 18. D’altronde la legge è in vigore dal 18 luglio, perché non applicarla si sarà detto qualche imprenditore (nei giorni scorsi ad approfittarne è stato il colosso cinese delle telecomunicazioni Huawei, che ha lasciato a casa due lavoratori).
Questa è la storia di sei lavoratori scomodi. I primi tre lavorano in un’azienda dell’astigiano, gli altri in una ditta di Moncalieri, sessanta chilometri di distanza lungo le strade di un Piemonte sempre più marchionizzato. Partiamo da Cerro Tanaro, in provincia di Asti, dalla Lagor, che produce nuclei per trasformatori elettrici. Vittorio Gaffodio ha 45 anni e ci lavora dal ’91. «L’ho vista crescere». È membro della segreteria provinciale delle tute blu della Cgil, eletto la prima volta Rsu nel 2003: «L’anno successivo chiediamo all’azienda un’analisi della polveri. Risulta la presenza di silicio e cromo esavalente. Preoccupati, chiediamo di fare installare degli aspiratori, ma la risposta è picche. Sono percentuali inique, dicono. Successivamente facciamo denuncia allo Spresal dell’Asl, che nell’ottobre del 2010 si presenta per le indagini. Da quel momento inizia nei miei confronti un duro attacco e continue pressioni. In bacheca compare un documento aziendale che parla di un rapporto di fiducia rotto, la direzione minaccia di togliere i premi aziendali». Vince la paura. «La Fim decide di raccogliere le firme per far decadere le Rsu». La Fiom che per sette anni era stata maggioranza alle elezioni perde. «E così, nei due anni successivi, ogni volta, che spuntava la cassa integrazione ero il primo a essere lasciato a casa, con il salario ridotto a 750-800 euro al mese, una moglie attualmente disoccupata e un mutuo da pagare».
Arriviamo a venerdì scorso, alle 12. «Stavo facendo il primo turno, mi chiama il direttore e mi dà un foglio. Da quel momento vengo licenziato per motivi oggettivi. In una recente visita, richiesta dal medico aziendale, sono stato considerato inidoneo nello svolgere il turno di notte». Il pretesto. «E pensare che in tutta la mia carriera in Lagor l’avrò fatto una settimana tanti anni fa». Vittorio si domanda: «Questi sarebbero licenziamenti economici? Si risolve la crisi mandando a casa tre lavoratori in uno stabilimento che ne conta cento? Non sono altro che discriminatori contro chi ha alzato la testa. Prima della riforma Fornero si sarebbe aperta una procedura di mobilità. Ora, non ho nemmeno il diritto agli ammortizzatori». Ma rimane ottimista e spera nel referendum contro la riforma.
Insieme a Gaffodio, il licenziamento è stato notificato a Mirko Passalacqua e a Yuri Cravanzola: «Non sarò un rompiscatole come Vittorio – racconta Cravanzola – ma da quando decisi di non firmare il documento che fece decadere le Rsu, anch’io ho subito pressioni e l’offerta di una buonuscita di 7 mila euro. Non l’ho accettata. Venerdì è stata una doccia fredda. Vogliono toglierci ogni diritto, renderci schiavi. Il ministro Fornero diceva che con la riforma ci avrebbe fatto un favore, mi chiedo ora, che avrebbe fatto se voleva farci un torto».
Sta seguendo da vicino la vicenda Giuseppe Morabito, segretario Fiom Asti: «C’è stato un calo di commesse, ma l’azienda non ha mai chiesto cassa straordinaria o mobilità. Impugneremo i licenziamenti e dimostreremo che i motivi non sussistono. Purtroppo, i lavoratori rischiano di vedersi riconosciuto solo l’indennizzo e non il reintegro».
A Moncalieri, alla Model Master, azienda di design con 150 addetti, stesso copione: tre lavoratori, iscritti alla Fiom e il pretesto della crisi. Martino Grisorio, ex Rsu entrato in fabbrica 25 anni fa, racconta la sua vicenda e quella dei colleghi, Daniele Giordanino e Paolo Bauducco, modellatori di stile: «Il 3 settembre, alle 16,30, veniamo convocati e ci viene data lettera di licenziamento con motivazioni oggettive di natura economica».
Per Giordanino non è una prima volta: anni fa era stato licenziato senza giusta causa e poi riammesso dal giudice, grazie all’articolo 18. Come alla Lagor, c’è un passaggio determinante: «Nei mesi scorsi ci siamo opposti all’adozione di un contratto stile Fiat, con l’uscita da Confindustria e dal contratto nazionale. E da quel momento l’azienda ha evitato ogni dialogo con noi, anche quando è stata decisa una quarta settimana di chiusura di alcuni reparti. Non sono veri i motivi economici: mesi fa sono stati assunti alcuni addetti nel nostro reparto. Noi siamo i primi a subire la riforma, c’è bisogno di un argine. Dobbiamo convincere i giudici della discriminazione». Mercoledì ci sono state due ore di sciopero. Secondo Edi Lazzi, funzionario Fiom, «questa vicenda testimonia come sia una legge sbagliata e da cambiare».

Da il manifesto del 14 settembre

venerdì 17 agosto 2012

Nucleare, grandi annunci ma la bonifica è “all’italiana”

«Trino Vercellese sarà la prima delle quattro centrali nucleari italiane a essere completamente smantellata», ha annunciato la scorsa settimana la Sogin (la società di Stato incaricata delle bonifiche atomiche). Il ministero dello Sviluppo economico ha infatti approvato il decreto di “disattivazione dell’impianto”. Ma c’è un particolare che rovina la festa: il deposito nazionale delle scorie ancora è di là da venire. E così l’operazione è più di facciata che di sostanza. 

Trino Vercellese è una zattera galleggiante immersa nella pianura padana, appoggiata al Po e al Monferrato. Da oltre mezzo secolo, la sua storia è legata al nucleare, nonostante in 23 anni di attività (1964-1987) la centrale Enrico Fermi abbia prodotto 26 miliardi di kWh di elettricità, allo stato attuale dei consumi in Italia, pari a circa 26 giorni di fabbisogno.

Da Linkiesta del 17 agosto

martedì 7 agosto 2012

No Tav, il Terzo fronte

Tra espropri, blocchi e presìdi, in val Lemme, valle Scrivia e Valpolcevera, cresce un altro movimento contro l'alta velocità: quello che non vuole il Terzo valico tra Piemonte e Liguria. Rifinanziato dal governo Monti
In alta Val Lemme gli alberi si fanno fitti e non c'è spazio per i rumori della pianura, come quelli che si orchestrano stonati attorno al mega outlet di Serravalle Scrivia. Qui, il Piemonte diventa quasi Liguria, ma prima di scollinare si arrampica sulla ripida cresta degli Appennini. Tra queste rocce vogliono farci passare il Terzo Valico dei Giovi, 53 chilometri di linea ferroviaria ad alta velocità e alta capacità (per ora un ibrido senza precisa destinazione), 39 dei quali in galleria, da Genova a Tortona, anzi a Rivalta Scrivia, parte del corridoio 24, tra il porto della Lanterna e quello di Rotterdam. Sono 115 milioni di euro al chilometro per una spropositata cifra totale di 6,2 miliardi di euro, quanto il taglio alle pensioni del governo Monti, che come il precedente esecutivo Berlusconi, sostiene l'opera considerata strategica (seppur non giustificata dal punto di vista della domanda del trasporto). Per non parlar dei problemi relativi all'amianto e alle falde acquifere. Del Terzo Valico se ne discute da oltre 20 anni, un progetto capostipite risaliva addirittura al 1988 (linea veloce Genova-Milano), ma è nel 1991 che prende - seppur mutevole - un'astratta forma. L'anno in cui nasce il general contractor che dovrebbe realizzare la grande opera e dividersi la torta: il Cociv. Il consorzio, guidato da Impregilo (tra gli azionisti, Gavio, che a Tortona ha sempre fatto il bello e il cattivo tempo) con Tecnimont, Condotte d'Acqua e Civ, ha redatto il progetto per conto della Tav spa di Rfi.

E, ora, dopo alti e bassi, "fori pilota" bloccati dalla magistratura nel 1998, legge obiettivo (che nel 2001 la inserì nelle infrastrutture ferroviarie strategiche), delibera Cipe (2006) e primi due lotti finanziati, siamo arrivati - senza ancora nessun progetto esecutivo - agli espropri, più precisamente agli iter di immissione in possesso che ne sono il preludio, in vista dell'adeguamento della viabilità propedeutica ai lavori di scavo (primo lotto, Berlusconi: 500 mila euro). Così, per far posto a gallerie, rotonde, strade - in un contesto naturalistico scomposto e sventrato - viene tolto spazio a campi, giardini, garage e case. Niente deve essere d'intralcio in Val Lemme come in Valle Scrivia, nell'alessandrino, o in Valpolcevera, sull'altro versante genovese. Le lettere ai proprietari sono arrivate a fine giugno. Il movimento contro il Terzo Valico, forte della manifestazione che il 26 maggio ha portato 2500 persone ad Arquata Scrivia, non si è fatto trovare impreparato. E da Libarna, già città romana lungo la via Postumia, in su, le strade si sono riempite di bandiere No Tav, quelle bianche e rosse della Val di Susa. Anche Pasquale, che vive a Crenna, nel comune di Serravalle Scrivia, in una casetta ex cantoniera poco prima della galleria, l'ha appesa alla finestra. Gli hanno proposto 60 euro per l'esproprio di 40 metri quadrati e 40 euro annui per l'occupazione provvisoria di altri 317 metri che comprendono la sua abitazione in pietra, acquistata e ristrutturata con fatica e non senza beghe legali con l'ex proprietario. «Quando mi è arrivata la lettera, temevo una multa per eccesso di velocità. Aperta, scopro invece che mi vogliono portare via la casa». In cambio di cento euro. Pasquale lo racconta con una tranquillità, piena di stupore. Potrebbe riavere le sue pareti dopo (minimo) dieci mesi ma con uno stradone in mezzo al giardino e un finale senza happy end che ricorda un film francese Home (di Ursula Meier, 2008), dove la quiete di una famiglia, che vive in campagna ai margini di un'autostrada mai completata, viene interrotta dall'inaugurazione improvvisa del tratto, isolandola così dal resto del pianeta. «Vado in Comune - continua Pasquale - chiedo delucidazioni, ma non ottengo risposte. Allora, decido di rivolgermi ai comitati. Ed è stato un bene».

Il movimento No Tav - Terzo Valico resuscitato nell'inverno, dopo il sì del governo Monti al rifinanziamento del secondo lotto (un milione e cento mila euro), in queste settimane ha organizzato, per evitare gli espropri, blocchi e presidi nei paesi delle valli. «Il Cociv - racconta Claudio Sanita, comitato Arquata Scrivia - si è presentato scortato a Trasta e Borgo Fornari in Valpolcevera e a Serravalle Scrivia. Ma ha girato i tacchi. Siamo in tanti, la gente è partecipe e solidale». E pensare che a gennaio «eravamo solo io e Luca a volantinare per Arquata, ora siamo in centinaia tra i vari comitati». A Trasta, la Digos ha identificato una quarantina di manifestanti, per loro scatterà una denuncia per interruzione di pubblico servizio. I legali dei No Tav hanno, invece, provato a chiedere una sospensiva delle procedure al Tar. Ricorso bocciato a fine luglio: «Leggendo nel merito la sentenza - spiega Sanita - si dice che il Terzo valico è una grande opera pubblica, mentre i cittadini difendono i loro cortili. La realtà diversa: il Cociv è l'interesse privato, la battaglia dei cittadini è di interesse pubblico. In difesa delle falde acquifere, della salute e della nostra terra».

E chi ha paura è Arquata Scrivia. Teme di rimanere senz'acqua e che le fonti della frazione di Rigoroso, sotto il monte Zuccaro, restino irrimediabilmente compromesse dai lavori per il tunnel. «I danni sarebbero gravi per tutto il territorio. La delibera Cipe prevede che nel caso in cui i lavori intercettassero la falda e il paese rimanesse senz'acqua verrebbe fornito un servizio con autobotti e verrebbe successivamente realizzato un acquedotto alternativo. Significa rimanere per almeno tre anni senz'acqua. Non è ammissibile. Per questo chiediamo una seria analisi idrogeologica» sottolinea il sindaco Paolo Spineto, a capo di una maggioranza di centrodestra. Il rischio è un altro Mugello, dove dopo diciassette anni di lavori per l'alta velocità si sono ritrovati acquedotti fuori uso e sorgenti prosciugate. Spineto è l'unico primo cittadino schierato apertamente contro il Terzo Valico, il Pd alessandrino sul tema è stato spesso silente, ora invoca un Osservatorio e il presidente della provincia, Paolo Filippi, darebbe l'ok solo se scongiurato il rischio amianto. Ma il partito di Bersani paga il doppio filo con cui è legato al potentissimo Fabrizio Palenzona, vicepresidente di Unicredit già presidente della provincia, in quota Margherita, presidente poi, per poche settimane, di Impregilo in quota Gavio, che, dopo aver per anni controllato il gruppo con Ligresti e Benetton, è diventato azionista principale, ma si è visto recentemente soffiare il giocattolo dal romano Salini.

Tanti sono gli interessi attorno all'opera, nonostante le controindicazioni sollevate dai comitati. Come l'impatto paesaggistico e ambientale e i rischi connessi all'amianto, che potrebbe finire nei detriti portati nelle cave di pianura. I sostenitori rassicurano. «Ma queste sono rocce serpentinitiche» racconta Mario Bavastro (Legambiente, memoria storica della lotta contro l'ecomostro) indicando una parete vicino a Voltaggio, antico borgo nel cuore della Val Lemme. Qui, e a Franconalto, stampati indelebilmente nella montagna, ci sono da quindici anni quei fori pilota che rappresentano una storia esemplare quanto grottesca: «Il 9 dicembre del 1996 - continua Bavastro - il Cociv scrive al comune di Fraconalto chiedendo di dichiarare l'ubicazione del foro di proprio gradimento, il sindaco risponde subito di sì. I lavori partono, ma dal sondaggio geodiagnostico come doveva essere, gli scavi diventano quelli per una galleria di servizio. Parte, allora, l'esposto di Wwf Liguria. Nel febbraio del '98 il ministro Edo Ronchi ferma i lavori, mai ripresi. Scatta parallelamente l'indagine della magistratura per truffa aggravata ai danni dello Stato, il processo verrà, però, poi trasferito da Milano a Genova e il reato ipotizzato ridotto a truffa ai danni dello Stato. Gli inquisiti di allora verranno prescritti, grazie alla legge ex Cirielli, e tuttora, vedi il senatore Luigi Grillo (Pdl), continuano a essere i maggiori sponsor del progetto».

Per la gente delle valli, il Terzo Valico assume le forme di un serpente. Sguscia e scompare per anni, poi rispunta mutevole. La linea è per passeggeri? Forse. Per merci? Forse. È per entrambi, seppur difficilmente possano coesistere. Voleva addirittura infilarsi in una scuola elementare, Villa Sanguineti a Trasta, e piazzarci lì gli uffici del Cociv. Pericolo scampato. «Ma rimane una brutta grana» dicono in coro nei presidi, dove tra le balle di fieno si condividono pasti, sorrisi e indignazione. Ci vengono in tanti, giovani e vecchi. In pianura, dove il tratto vedrebbe per la prima volta la luce, preoccupa l'intasamento su Ca' del Sole (Serravalle Scrivia): «La galleria della Crenna verrà chiusa per minimo dieci mesi per adeguare la viabilità - racconta Gianfranco Marchesotti, sindacalista storico, che conosce bene il tessuto socioeconomico della zona - e tutto il traffico si riverserà sulle strade del Rastellino e della Lomellina. Risultato? Inquinamento atmosferico e acustico centuplicato sulle colline coltivate a vigneti doc. Ed è solo uno dei tanti danni di quest'opera inutile». Alla sera, Gianfranco si ritrova nel circolo Lavoro e Libertà di via Berthoud per la riunione del Comitato serravallese. Presenti anche Elio Pollero, che a capo della lista di sinistra Serravalle Futura ha strappato nelle recenti amministrative un incoraggiante 27,5%, e molti "espropriati". Come Jole Perassolo, Sandra Cumo, Adriano Rossi e Martina Accorsi: «Vivendoli direttamente - raccontano - abbiamo capito quanti problemi in comune abbiamo con la Val di Susa. Ci vogliono imporre un'opera assurda con la forza. Non possiamo accettarlo. Dobbiamo stargli addosso come le mosche». Qui si dice, a saià düa!

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Da il manifesto del 7 agosto

sabato 7 luglio 2012

Migranti e sans papiers invadono Torino e la Val Susa



La marcia europea dei sans papiers e dei migranti fa tappa a Torino e in Val di Susa. Partita il 2 giugno da Bruxelles sta attraversando a piedi sette diversi Paesi: Belgio, Olanda, Lussemburgo, Francia, Germania, Svizzera e, appunto, Italia. Per rivendicare la libera circolazione delle persone sul territorio continentale e per chiedere l’esercizio totale dei diritti degli oltre 20 milioni e 200 mila cittadini migranti residenti nell’Unione Europea. Martedì, la carovana ha invaso il centro cittadino – un serpentone di storie, denunce, passioni, colori e musica -, ieri ha discusso di diritto di asilo a San Salvario, oggi andrà invece nella valle dei No Tav, “terra di lotte e di frontiera”. Domenica, al parco del Valentino, in riva al Po, ci sarà la grande festa della solidarietà. Ultima tappa della marcia sarà Strasburgo, il 2 luglio, dove i migranti porteranno le proprie richieste al Parlamento europeo.

Da Il fatto quotidiano,  28 giugno

lunedì 4 giugno 2012

Siamo tutti figli della società eccitata

Grande è l’eccitazione sotto il cielo, ma la situazione è tutto fuorché eccellente. Lo spettacolare, lo sconvolgente, il sensazionale sono diventati normalità. Una studentessa ustionata sulla copertina di un quotidiano, nome e indirizzo del presunto mostro di Brindisi pubblicati su Twitter, le settanta foto del ritrovamento del cadavere di Sarah Scazzi scaricabili da un sito. Tutto a portata di un clic, perché se negli anni Sessanta, a mo’ di freddura, si diceva che la Bild (il vendutissimo tabloid tedesco) «è stato il primo a parlare con il cadavere», negli ultimi anni il sensazionalismo è diventato paradigma del sistema dei media (e non solo).
Inquieto, nevrotico, affamato di stimoli anche momentanei, assuefatto da un profluvio di choc emotivi (che non hanno tempo di sedimentarsi nella coscienza), sovraeccitato ma non appagato: ecco l’homo sapiens del XXI secolo, preda di un sovraccarico di sensazioni audiovisive. A tutti i costi. Perché, a tutti i costi, bisogna esserci, anzi essere percepiti. E sgomitare per non rischiare la dannazione all’oblio eterno. Lo spiega bene Christoph Türcke, professore di filosofia all’Accademia di arti visive di Lipsia, nel suo La società eccitata; Filosofia della sensazione (Bollati Boringhieri, 2012, pagine 342), un’imponente e complessa analisi della contemporanea società della sensazione: «Una società che non è nuova per niente, bensì in costruzione da secoli». Türcke elabora una (post)moderna declinazione, un’estrema propaggine, della Società dello spettacolo di Guy Debord, lo fa in modo serio, attualizzando le intuizioni del teorico del situazionismo e ancorandole a un terreno storico. Ha costruito così un’archeologia del concetto di sensazione, dal Rinascimento all’Illuminismo a oggi. Lungo secoli in cui il significato fisiologico di sensazione ha subito uno slittamento semantico: «Dalla percezione più comune alla percezione dell’inconsueto per disegnare, da ultimo, l’inconsueto stesso». Il sensazionale, che dovrebbe essere raro oltre che sconvolgente, da caso limite diventa norma.
[CONTINUA]

Da Linkiesta del 3 giugno

mercoledì 9 maggio 2012

Le cartucce del governatore Cota contro il referendum anti-caccia

 Il "tranello" della Regione Piemonte: abrogata la legge oggetto di consultazione, ma le norme restano uguali

Una battaglia lunga 25 anni scippata in una manciata di minuti. Quelli impiegati per approvare un emendamento alla finanziaria proposto dall'assessore piemontese Claudio Sacchetto (Lega Nord) per abrogare la legge regionale sulla caccia e, così, cancellare il referendum previsto per il prossimo 3 giugno. Ebbene sì, in Piemonte si doveva votare per limitare la caccia, proteggere 25 specie (alcune a rischio di estinzione), impedirla la domenica e su terreni innevati. Un appuntamento atteso dal 1987, quando le associazioni animaliste e ambientaliste raccolsero 60mila firme ma furono poi trascinate in un'estenuante battaglia legale attraverso 9 gradi di giudizio e ostacolate da un ostruzionismo istituzionale, di ogni colore politico (tanto è forte la piccola lobby dei cacciatori, 0,6% dei piemontesi).
Dopo un quarto di secolo, in attesa di esercitare un diritto di voto, all'inizio di quest'anno il Tar aveva imposto alla Regione l'indizione del referendum. L'appello per il voto era stato firmato dal presidente emerito della Corte costituzionale Gustavo Zagrebelsky e si era rimesso in moto il vecchio comitato promotore (Pro Natura, Lav, Lac, Lipu, Wwf, Italia Nostra, Legambiente, Radicali), che ora attacca: «Uno schiaffo alla democrazia». L'abrogazione «è un espediente per evitare il referendum, senza che vengano assunti in legge i quesiti referendari». Ma non si dà per vinto: è pronto a nuovi ricorsi. E il 3 giugno, il movimento sarà in piazza a Torino per una manifestazione nazionale.
Piero Belletti, professore universitario di genetica agraria, è stato uno dei primi firmatari del referendum, ora è il portavoce del comitato: «Sono stati calpestati i diritti dei cittadini: hanno abrogato la legge oggetto di referendum con l'accordo di farne un'altra appena passato il rischio di una consultazione. E hanno giustificato il tutto con il risparmio delle spese (malgrado il comitato avesse chiesto l'accorpamento alle amministrative, ndr)». «Saluto positivamente il risparmio di 22 milioni - ha detto il presidente Roberto Cota - che, in un momento così delicato, potranno essere impegnati a sostegno delle categorie più deboli». Colpo di mano contestato dall'opposizione: Sel, Fds, Idv, M5s e, in modo più sfumato, dal Pd . Ieri, bagarre in aula. E, mentre manca ancora il parere del Collegio di garanzia e il disegno di una nuova legge rimane per Cota «un augurio», Andrea Stara (Insieme per Bresso) avverte che l'escamotage dell'abrogazione «non basta a evitare le urne».
«È grave che le iniziative che favoriscono la partecipazione diretta vengano liquidate come uno spreco. Ovvio che abbiano un costo, se no aboliamo le elezioni?», denuncia Belletti. «Quello che è successo - aggiunge il portavoce - dimostra come in Italia non esista più la certezza del diritto, la classe politica può fare ciò che vuole». Il vuoto normativo è stato coperto dalla legge nazionale sull'attività venatoria, più permissiva (44 specie cacciabili contro le 29 della legge piemontese). Ma il comitato non considera persa la partita: «Oltre a ricorsi amministravi, non escludiamo una denuncia penale. Riteniamo si sia configurata una violazione ai diritti costituzionali dei cittadini».
E, sul tema democrazia, interviene Daniela Bauduin, avvocato e studiosa di diritto: «Ci sono profili di possibile illegittimità costituzionale: hanno abrogato la legge oggetto di referendum ma non l'hanno sostituita con un'altra di diversi principi ispiratori, hanno invece applicato quella nazionale, con principi uguali».

Da il manifesto del 9 maggio

sabato 21 aprile 2012

Alenia, il "covo" Fiom che ha invitato la Fornero

Viaggio nell’azienda torinese che lunedì ospiterà la ministra già aspramente contestata oggi dagli studenti. 3.300 dipendenti, la metà impiegati, il cervello dell’aeronautica militare. A marzo bloccarono corso Francia per protestare contro la riforma del lavoro. Ora vogliono confrontarsi. È stata la Fiom a chiedere l’incontro

Torino. Corso Marche ha il passo svelto della periferia. Una lunga arteria di scorrimento, anonima come tante, che dovrebbe diventare un nodo residenziale della Torino del futuro. Strade (forse il raccordo urbano della Tav), verde e palazzi al posto dell'area industriale Alenia. Attualmente però, al numero 41, smantellate le officine, ci lavorano ancora 1500 dipendenti, quasi tutti impiegati: il cervello dell'aeronautica militare. È una sede storica, centenaria (fondata nel 1916), prima col marchio Pomilio, poi Ansaldo, Fiat, Aeritalia e, infine, Alenia Aeronautica (dal primo gennaio ribattezzata Alenia Aermacchi), controllata da Finmeccanica. [CONTINUA]

Da Linkiesta del 21 aprile

giovedì 8 marzo 2012

Tav, Plano: «Compensazioni? Solo frasi a effetto»


Genova - Sandro Plano è il presidente della Comunità montana della Val di Susa e Val Sangone. Persona mite ma ferma. Cattolico, Pd eterodosso: è contro l’alta velocità Torino-Lione. Una posizione che spesso l’ha portato a duri contrasti con il resto del partito oltre la Valle. Da anni, Plano e la sua giunta si battono contro il progetto Tav a colpi di ricorsi e delibere. E chiedono «un dialogo e un ascolto che non c’è mai stato».

Presidente Plano, il governo sostiene che siano solo due le amministrazioni contrarie al progetto, lei ribadisce che sono, invece, 23 comuni. Perché questa discrepanza sui numeri?

«La Val di Susa ha da sempre un fronte compatto di amministratori contrari al progetto. Sono ventitré i Comuni che hanno approvato una delibera contro la Tav. E non ce ne sono che si siano espressi chiaramente a favore. Il numero “due” (Chiusa San Michele e Sant’Ambrogio, ndr) è riferito a quelli direttamente toccati dal cosiddetto progetto low cost, che, in realtà, non si sa bene cosa sia. Ripeto, se si vogliono considerare le amministrazioni contrarie sono 23 non 2».

Nel documento del governo sulla Torino-Lione, pubblicato oggi sul sito del governo , si parla, tra l’altro, di 135 milioni di euro di opere compensative per il territorio. La considerate una contropartita equa?

«Il governo aveva già sottoscritto un impegno con Regione Piemonte, Provincia e Comune di Torino per 300 milioni (Accordo di Pracatinat, ndr) di investimenti sul trasporto pubblico locale. Nessuno ha visto un euro. L’ultima proposta è stata un futuro stanziamento da parte del Cipe di 20 milioni di euro. Ora come allora riteniamo siano solo dichiarazioni a effetto»

Il Pd non partecipa alla manifestazione della Fiom perché ci sono i No Tav. In realtà, il No Tav invitato dai metalmeccanici della Cgil è lei, che tra l’altro è iscritto al Pd.

«Mi dispiace che la nostra segreteria abbia deciso questa linea. La Fiom ha vissuto ultimamente molte difficoltà, credo che un partito di centrosinistra debba stare vicino ai problemi sollevati dalle tute blu della Cgil e alla gente che la Fiom rappresenta. E non allontanarsene».

Cosa ne pensa della “campagna di de tesseramento” promossa dal Pd di Torino, ovvero non rinnovare la tessera a chi è filo No Tav?

«Mi sembra paradossale. In un mondo dove tutti tesserano tutti, pure i fantasmi, il Pd vuole escludere dalla sua organizzazione chi la pensa diversamente non sui valori del partito ma su una linea ferroviaria».

Come si può uscire dal “muro contro muro”?

«Se il governo continuerà a mostrare muscoli difficilmente se ne potrà uscire. Mi auguro che, finalmente, ci si fermi per riflettere. Insieme a ventitré sindaci ho lanciato un appello ai partiti per l’apertura immediata di un tavolo istituzionale che permetta un confronto nel merito della Torino-Lione partendo da posizioni non precostituite».

lunedì 23 gennaio 2012

E il governo liberalizza le scorie radioattive

Un piccolo comma nel decreto sulle liberalizzazioni riapre la questione delle scorie nucleari, stabilendo che il governo può installare dove vuole i depositi senza il parere ora discriminante delle istituzioni locali. Effetto nimby a parte, il problema è che così si rischia di andare verso la creazione di tanti depositi (in gran parte rendendo stabili quelli ora provvisori). Intanto i deputati del Pd della zona più sensibile, il vercellese (a Saluggia c’è l’85% delle scorie italiane) pur restando fedeli a Monti promettono battaglia, bollando la decisione come «inaccettabile».



Sedata dopo il referendum, la bagarre sul nucleare sta per riaprirsi per un articolo contenuto nel decreto del governo Monti sulle liberalizzazioni. Nascosto tra articoli che hanno avuto finora più eco, c’è infatti spazio anche per l’atomo. Anzi, per i suoi scarti, le scorie. L’articolo 25 (accelerazione delle attività di disattivazione e smantellamento dei siti nucleari) vorrebbe dare impulso al decommissioning e rendere più facile l’autorizzazione di nuovi depositi nucleari, in deroga – se necessario – a procedure ordinarie. «Se fosse approvato autorizzerebbe i nuovi depositi nucleari nei siti a rischio», denuncia Gian Piero Godio, instancabile antinuclearista piemontese di Legambiente, che se non avesse setacciato ogni angolo del decreto non avrebbe scovato una norma sfuggita ai più. [CONTINUA]

Da Linkiesta del 23 gennaio