domenica 24 gennaio 2010

Tornano gli ostinati no Tav: «Resisteremo altri 20 anni»

In 40 mila dicono no alla Torino-Lione. Slogan contro Chiamparino

SUSA - Li sentiranno fino a fondo valle, forse pure a Torino. A vederli sembrano una grande orchestra, senza il bisogno di un direttore. I campanacci dei montanari risuonano come i tamburi della Bugiard band («dedicata alle frottole che raccontano i governanti») e il battere a ritmo sul guardrail della statale è una di quelle melodie che si fissa in testa. Per nulla fastidiosa. E se ci sei in mezzo non ti accorgi nemmeno del freddo di un sabato alpino, ti fai trasportare dal fiume di gente che invade Susa, 40 mila persone per dire ancora una volta no alla Tav. Alberto Perino, leader storico, è raggiante, sale sul trattore che apre il corteo, prende il microfono: «Diranno che siamo quattro gatti», esclama con un sorriso sornione. E il primo spezzone della marcia gli risponde con un sonoro «Miao». Quella della Val Susa è una lotta radicale ma piena di ironia. «Dicevano - commenta Perino - che il movimento era diventato minoritario, che i sindaci non c'erano più. Ecco il movimento più vivo che mai, ecco i sindaci. In Francia e Spagna ci sono altre due manifestazioni. E qui c'è tutta la nostra valle. Siamo solo un po' matti e davvero ostinati. Abbiamo resistito vent'anni e vedrete che ne resisteremo altri venti». E propone una sua teoria: «In un mondo che si suicida, che devasta l'ambiente, solo i matti possono salvarlo».

In testa al corteo due asini, sul dorso una scritta: «Sono sempre un po' depresso continuano a chiamarmi Chiamparino e Bresso». D'altronde, sulla manifestazione «Sì Tav» con Pd e Pdl al caldo del Lingotto (oggi, ndr) i commenti dei manifestanti non possono che essere negativi, spesso mugugni. Segue il grande striscione «La Valle che resiste» con stampati Asterix e Obelix, beniamini del movimento. Di gente ne è venuta proprio tanta, il presidio Maiero-Meyer si riempie subito. «Ci siamo mobilitati perché non vogliamo che il nostro territorio diventi preda della mafia» racconta una signora, con una bandiera No Tav al collo. Lo dice senza retorica, di 'ndrangheta la valle ha già patito (il consiglio comunale di Bardonecchia commissariato per infiltrazione mafiosa). «Oggi è una giornata importante, dobbiamo continuare in modo coeso e pacifico» spiega Giorgio, elettricista. Francesco Siro è un consigliere della Comunità montana: «Gli amministratori locali sono in maggioranza contrari. Nell'ultimo mese abbiamo votato una delibera contro la Tav sottolineando l'esaurimento del ruolo dell'Osservatorio. Ventitré sindaci l'hanno capito e si sono ritirati dall'organismo». Poco più avanti spunta Gianni Vattimo, europarlamentare Idv: «Ho sollevato al Parlamento europeo la palese irregolarità dei sondaggi geognostici. Senza il consenso della popolazione e senza informare i sindaci». Delle trivelle che hanno sconvolto l'ultima settimana al costo di 6 milioni di euro (il doppio rispetto al previsto) non c'è traccia. «Ma torneranno e vedrete noi saremo di nuovo lì a bloccarle», rassicura un ragazzo. Nel corteo che si snoda fino al centro di Susa un gruppo di bambini canta «La valle è bella non vogliamo la trivella». Altri: «No alle trivelle, col buco vogliamo solo le ciambelle».Il cielo è coperto, ma la marcia non perde l'entusiasmo.

Lele Rizzo è uno degli esponenti più rappresentativi della lunga lotta, è stato il fondatore di uno dei primi comitati, quello di Bussoleno. Arriva dall'Askatasuna: «Senza mai voler mettere la nostra bandiera, a noi interessa che la valle vinca». E continua: «I presidi dei giorni scorsi non sono altro che la punta di un iceberg. Oggi è la risposta politica e la partecipazione testimonia quanto è grande il consenso». A esprimere una vicinanza diretta ai no Tav sono venuti spezzoni di tante battaglie a difesa dell'ambiente. C'è Giancarlo che la provenienza la scrive a caratteri cubitali su un cartello: Friuli, Palmanova. «La Val Susa è un esempio di civiltà. Anche da noi vogliono costruire un tunnel di 25 chilometri». Aldo arriva, invece, da più vicino, Alice Castello, vercellese, con il movimento Valledora: «Il nostro è un territorio da colonizzare, perché spesso silente. Oltre alle scorie nucleari, ogni nuova cava diventa una discarica».

La manifestazione scorre rumorosa e vivace. Tutto tranquillo. Tranne una macchina carica di caschi e manganelli, avvistata dai manifestanti alla partenza: «Una provocazione, abbiamo avvisato il questore ed è sparita». In mezzo alle bandiere no Tav sono sparse quelle della Fiom. Per Giorgio Airaudo, segretario torinese, «in tempi di crisi non si capisce perché spendere soldi per un'opera non prioritaria, si deve investire su una produzione compatibile». E la Tav sarà sul tavolo delle regionali. «I due candidati, Bresso e Cota - spiega Paolo Ferrero, Prc - sono entrambi pro Tav. Certo, tra i due c'è differenza. Però l'unico accordo possibile con il centrosinistra è tecnico. A noi interessa stare nel movimento». La marcia arriva in centro che è già buio. Ma il suo ritmo si sentirà a lungo.

Da il manifesto del 24 gennaio

giovedì 21 gennaio 2010

La Tav nel recinto

Bloccato, per quarantacinque minuti, il Tgv diretto a Parigi. La protesta della Val di Susa non si ferma. Mentre proseguono, sotto scorta della polizia, i carotaggi dei terreni, gli abitanti si riuniscono in presidio: «Da qui non ce ne andremo». E per sabato sono attese ventimila persone in corteo

Gli occhi si stropicciano dalle notti insonni. «Ma il morale è altissimo» assicura Giorgio al presidio di Susa. Il cellulare può squillare alle tre o alle quattro. E devi partire. Per questo lo tieni vicino al letto, con le scarpe ai bordi. In valle, se qualcuno avvista strani spostamenti, lancia subito un messaggio, un sms, una mail: «Una trivella a Susa», «Un'altra a Condove». E il tam tam corre da Venaus ad Avigliana. Non fai in tempo a vestirti, che vedi già i compagni di lotta salutarti: «Sarà düra», il motto dei No Tav. Martedì erano corsi a Susa, per il settimo sondaggio, ieri invece si sono diretti a Chiusa San Michele, dove nelle prime ore del mattino è iniziato l'ottavo dei 91 carotaggi previsti dall'Osservatorio sulla Torino-Lione guidato da Mario Virano. Militarizzato come il precedente. Ancora una volta, la trivella scortata da centinaia di forze dell'ordine. Ma non si sono lasciati sorprendere: hanno allestito presidi, bloccato il Tgv e, alla sera, respinto l'arrivo di nuovi blindati occupando la statale del Moncenisio.

Un'altra giornata di lotta lungo tutta la valle. «Sono solo sondaggi mediatici, non trivellano nemmeno. È una prova di forza per sbloccare i fondi di Bruxelles», rincara Giorgio: «Non è come la raccontano i giornali, il movimento è forte. Pensi che ha appena chiamato una signora da Genova, ci invita a resistere e sabato sarà con noi». Ci sarà una grande manifestazione a Susa contro la Tav e contro tutte le mafie, attese più di ventimila persone.

Al presidio, vicino all'autoporto, fa freddo e ci si scalda con il fuoco e il tè. «Avevano detto che i carotaggi sarebbero stati alla luce del sole, trasparenti, avvisando i sindaci. Invece sono venuti di notte, come i ladri» racconta Pupi che di mestiere fa l'edicolante ed è appena tornato dai due presidi di Condove e Chiusa San Michele, più a valle. Li hanno allestiti in mattinata, uno vicino alla rotonda della statale 24, quella del Monginevro, l'altro dall'altra parte dei binari. In mezzo uno spiegamento massiccio di carabinieri che hanno impedito l'accesso alla stazione. «Sono le forze dell'ordine a bloccare il passaggio» recita un cartellone dei manifestanti lungo la strada. Momenti anche di tensione con una carica dei carabinieri. «Abbiamo cercato di forzare il blocco - racconta Alberto Perino del movimento - perché le forze dell'ordine facevano passare solo chi aveva l'abbonamento mentre l'accesso alla stazione deve essere garantito a tutti. Sono stato colpito da una ginocchiata e sono stato gettato a terra».

A mezzogiorno, la lotta si sposta a Sant'Antonino, il comune di cui è sindaco Antonio Ferrentino, che nel 2005 era uno dei leader dei No Tav. Tempo n'è passato: è rimasto l'unico tra i sindaci della Valle a rimanere nell'Osservatorio. Gli altri si sono ritirati. Dopo un'assemblea, i manifestanti si dirigono alla stazione. Sta per arrivare il Tgv. Non scendono tra i binari, agitano le bandiere, quelle classiche bianche e rosse. Ci sono anziani e giovanissimi. Chi ha la barba bianca e chi va ancora a scuola, non vogliono che la Tav devasti un territorio già fin troppo martoriato. Il Tgv arriva, si ferma. Una ragazzina dice sottovoce «con tutti i ritardi per motivi futili, finalmente una giusta causa». Scende il macchinista, i manifestanti gli offrono un trancio di pizza. Lui sorride, si dimostra solidale: «Se non fossi sopra, sarei lì con voi». Un nastro lanciato da un marciapiede all'altro inaugura un'immaginaria stazione: «Sant'Antonino la Trippa». Al megafono, sarcastici: «Sarà contento il sindaco Ferrentino, Sant'Antonino ha la sua stazione internazionale dove si fermano pure i Tgv». Passano più di quaranta minuti. «Giusto il tempo per far rimborsare i biglietti ai passeggeri».

A Condove più a Valle il presidio continua, tra panettone e vin brulé. Arriva gente. C'è Simone che è stato buttato giù dal letto da un sms alle 6, c'è Elisa che viene a dar man forte compatibalmente al ruolo di mamma di una bimba di quattro mesi. I carabinieri, invece, rimangono in posizione, a piedi stretti. Dei sondaggi non è stato nemmeno avvertito il sindaco Domenico Usseglio che si è presentato all'alba: «Il prefetto Paolo Padoin aveva assicurato di informarci, è stata una grave scorrettezza». I No Tav vogliono la valle libera, scandiscono cori: «Giù le mani dalla Val Susa», «Fuori le truppe di occupazione». Intanto, alle spalle delle forze dell'ordine arriva un regionale. È «la beffa dei manifestanti». Una quarantina, partiti da Sant'antonino, scendono alla stazione in mezzo ai due cordoni, aggirarando il blocco. Qualcuno si avvicina alla trivella. Un ragazzo ci rimedia una manganellata e finisce all'ospedale di Susa.

Proprio a Susa avevamo lasciato Giorgio e Pupi. Si avvicina anche Emilio: «I media ci dipingono come egoisti. Noi lottiamo per tutti, perché i soldi della Tav e quelli per le forze dell'ordine sono di tutti gli italiani. Dicono che siamo isolati, non è vero qui passano i principali collegamenti con la Francia». Roberto riassume le infrastrutture: «Due statali, una ferrovia internazionale e una locale, più un'autostrada, il traforo del Frejus, oltre alla Dora. Concentrati in una valle stretta, con una forte incidenza tumorale». Emilio: «Tu ce li faresti vivere i tuoi figli?». Sono decisi, uniti. Anche se non riusciranno a bloccare tutti i sondaggi, l'obiettivo principale è fermare la Tav: «Passeran nen».

Da il manifesto del 21 gennaio

mercoledì 13 gennaio 2010

Ricostruzione di paglia

Un paesino distrutto dal terremoto, 45 abitanti testardi. E 60 volontari visionari: un piccolo miracolo italiano a Pescomaggiore, un borgo di origine medioevale a 12 chilometri da L'Aquila

L'AQUILA - Piero ha il volto sporco d’intonaco, sta completando gli ultimi ritocchi della nuova casa. Fuori fa già freddo, eppure la neve non lo spaventa. Lui vive qui da sempre, in questo paesino alle pendici del Gran Sasso. Nemmeno il terremoto gli ha fatto cambiare idea: “Sono stanco di stare in roulotte. Ormai sono otto mesi da quando la mia casa è inagibile. Ma la mia terra non la voglio abbandonare”. I 45 abitanti di Pescomaggiore, un borgo di origine medievale a 12 chilometri da L’Aquila e a quasi mille metri sul livello del mare, si sarebbero dovuti spostare a Camarda, in una delle tante new town previste dal piano di ricostruzione del Governo, nove chilometri più a valle. Non se ne sono andati.

Quattro per ora le case che stanno prendendo forma. I loro muri sono fatti di paglia. Balle rettangolari, accatastate anche negli angoli del cantiere. “Al di là di quello che si possa pensare, la paglia è un materiale ottimo per la costruzione: solido, capace di non disperdere il calore e isolare dai rumori. E soprattutto economico ed ecologico”, spiegano Paolo Robazza e Fabrizio Savini, fondatori del “Beyond architecture group studio mobile”, team di architetti che si propone di dare il proprio contributo al recupero del patrimonio architettonico dell’Abruzzo. Hanno alle spalle diverse esperienze di “architettura sostenibile e partecipata”: Robazza in Sudafrica, Savini in Spagna e Brasile.

Sono loro la mente del progetto Eva (Eco villaggio autocostruito), un’idea che avevano in mente da tempo e che nella tragedia del terremoto ha trovato vita. “Avevamo il desiderio di realizzare progetti partecipati con il coinvolgimento dei cittadini. Cercavamo chi ascoltasse le nostre soluzioni”, raccontano gli architetti. A Pescomaggiore c’era invece chi, come i ragazzi del Comitato per la rinascita del paese (nato ben prima del sisma, nel settembre del 2007), pensava si potesse ricostruire usando materiali poveri, appunto la paglia. Volevano provare, ma non sapevano come.

E così, via. Si è unito al gruppo Caleb Murray Bourdeau, irlandese, lunghi capelli rossi e sorriso sornione. Un esperto nella costruzione con materiali di recupero. E dopo 133 giorni dal terremoto, un paio di mesi di progettazione e le assemblee (non sempre unanimi) per definire i particolari, il 20 agosto il cantiere si è aperto. A 160 metri dal vecchio borgo, su terreni dati in concessione da due abitanti, sono stati prima costruiti i basamenti di cemento e poi innalzati i pali in legno, scheletro per le abitazioni. Alla fine saranno sette, per 22 persone. “Abbiamo previsto due modelli fondamentali -racconta Paolo-: uno da 40 metri quadri con una sola camera da letto, l’altro da 56 per famiglie più numerose. Entrambe con un ampio salone cucina, spazio della socialità, attorno a un caminetto che con la legna scalderà l’ambiente”. Dettaglio di un piano di ecosostenibilità, che si completa con i panelli fotovoltaici per la produzione di energia elettrica e un impianto di fitodepurazione per il trattamento delle acque di scarico. E poi grandi finestre e una veranda che dà sulla vallata, perché chi ha vissuto il terremoto deve avere la sicurezza di uscire con facilità. “Così sarò anche più vicino alle mie pecore”, ride Piero.

In tutto finora sono stati spesi 70mila euro, provenienti da donazioni e dall’autofinanziamento dei residenti. “Se il piano Case (Complessi antisismici sostenibili ecocompatibili, ndr) del Governo costa 2.700 euro al metro quadro, noi siamo stati più bravi, ne spendiamo solo 500”, spiega Fabrizio.

Ma la vera forza del progetto è nei volontari. Sessanta, da ogni parte d’Italia e pure dall’estero. C’è Max da Trieste, dove ha fondato una banca del tempo e fa il traslocatore, era già stato in Thailandia dopo lo tsunami del 2004: “Volevo venire giù subito, appena dopo il sisma. Quando ho letto su internet l’appello per salvare Pescomaggiore, mi sono precipitato”. Luciano, marchigiano, senza smettere di fumare “arriccia” il muro della casa di Piero: è uno dei pochi con esperienza in ambito edilizio, restaura volte a crociera.

Arianna, 27 anni, ha studiato filosofia e vorrebbe fare l’insegnante steineriana: “Sono arrivata qui ad agosto, poco dopo l’inizio dei lavori”. È grazie a lei che si sono uniti anche gli alpini di Caoria (Tn), il suo paese. “Loro sì che ci hanno dato un grande aiuto, in pochi giorni hanno tirato su una casa”. E poi Silvia, Ines e tanti altri ancora. Vivono in una piccola casa del paese, una delle poche agibili, come in una comune. Tra i gatti e i sughi al pomodoro, i libri e i materassi incrociati. In primavera sarà tutto pronto e Pescomaggiore sarà di nuovo in vita.

Ilaria Leccardi e Mauro Ravarino
Da Terre di mezzo di gennaio

martedì 5 gennaio 2010

I lavoratori Agile alla Rai: «Ingiusto sottrarre le commesse»

Senza stipendio da quasi sei mesi si sono sdraiati davanti alla sede della tv pubblica, l'ultimo cliente perso dall'ex Eutelia. E domani l'«Arancia metalmeccanica» scende in piazza per raccogliere fondi


TORINO - Le maschere che indossano sono bianche. Ormai ne simboleggiano la lotta. Per terra, su un telo nero, sono disegnate alcune sagome. Rappresentano «i loro corpi assassinati». Quelli dei lavoratori di Agile (ex Eutelia) che non percepiscono lo stipendio da quasi sei mesi e ogni giorno si vedono scippare le commesse: «Non per mancanza di lavoro, ma perché dopo essere finiti nel caos Omega, ora siamo vittime di uno sciacallaggio tra concorrenti». L'ultima commessa persa è quella Rai, dove erano impiegati in 54.

E così, ieri, hanno deciso di protestare proprio sotto la sede torinese della tv pubblica, che ha deciso di rescindere il contratto con Agile (in vigore fino al prossimo settembre) e passarlo a Ibm. Infischiandosene della raccomandazione del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, che il 27 novembre aveva invitato i clienti a mantenere le commesse. Invito disatteso. Non l'hanno rispettato la Camera dei deputati (48 lavoratori) né le Poste italiane (120). Nemmeno la Fiat, l'Asl 9 di Ivrea e la Coop Adriatica. «Le parole di Letta sono una barzelletta», commentano i lavoratori. «Dal giorno del suo appello, lo stillicidio della più grande azienda italiana di Information Technology (nata dalla fusione di Olivetti e Bull) ha colpito altri 342 lavoratori».

Sotto la sede Rai si sono sdraiati in 50. Portavano uno striscione: «Agile non deve morire». Alcuni hanno scandito i numeri dei tagli. Ad ascoltarli non si finisce più: 1191 quelli coinvolti nella procedura di licenziamento collettivo del 22 ottobre. In Piemonte, i dipendenti sono quasi 300, tra la sede di Torino e quella di Ivrea, l'80% in esubero. Ma tutti rischiano. C'è poi un elemento che li indigna maggiormente: «La decisione della Rai - spiega Paolo Celi, che in tv si occupava di hardware e software - non è avvenuta a giugno, con il passaggio di Eutelia a Agile e poi a Omega, ma alla vigilia del 23 dicembre». Si tratta del giorno in cui il Tribunale civile di Roma ha deciso il sequestro dei beni di Agile e la nomina di tre custodi a gestire l'ordinaria amministrazione. La Rai si è, invece, giustificata dicendo che nel passaggio societario di giugno non ha ricevuto le dovute garanzie, assicurando che l'Ibm si impegnerà ad assorbire la maggior parte dei lavoratori della commessa Agile. Al momento, mai contattati. «E' un gesto grave, in spregio al sacrificio di 50 nostri colleghi che per mesi hanno lavorato senza stipendio», dice Luciano Pilone. E aggiunge: «Ora aspettiamo il 17 febbraio, quando il giudice si pronuncerà sull'amministrazione controllata».

Durante il presidio i dipendenti di Agile hanno chiesto che «la giustizia fermi gli imprenditori del malaffare». Nel mirino, Samuele Landi, ex amministratore delegato di Eutelia (quello dell'irruzione squadrista a Roma), Claudio Marcello Massa e Sebastiano Liori, la testa della fantomatica Omega, che negli scorsi mesi ha acquisito un'altra azienda in crisi, Phonemedia.

Ma il bisogno più impellente è un sostegno al reddito. «Il nostro status di stipendiati ma non retribuiti non ci permette di accedere ad alcun ammortizzatore». La Regione Piemonte ha da poco firmato un accordo con le banche per anticipare lo stipendio. «E noi - spiega Marco Tracinà - abbiamo costituito un fondo di solidarietà che ha raggiunto quota 12 mila euro». Troppi, però, sono ancora in difficoltà. Domani sarà la volta, in piazza Castello, dell'«Arancia metalmeccanica»: per tutta la giornata i lavoratori Agile raccoglieranno fondi con la vendita di arance biologiche provenienti dai campi confiscati alla mafia in Sicilia.

Da il manifesto del 5 gennaio

giovedì 24 dicembre 2009

La ruspa di sinistra

Rischio cemento sotto la Mole. Si chiama Bor.Set.to dal nome dei comuni coinvolti: Borgaro, Settimo e Torino. E' un'area verde grande come Central Park su cui da anni puntano gli speculatori - dal Vaticano a Sindona a Ligresti - che riescono a imporre alla politica (di centrosinistra) «utili» modifiche

TORINO - Fortuna che c'è la crisi a placare un po' il pressing delle ruspe. Se no, non si fermerebbero mai. Già che di suolo se ne mangiano, in Italia, quasi 250 mila ettari l'anno. E in 16 hanno costruito un'altra Torino ai margini della città, con un aumento di superficie edificata in provincia di 7.500 ettari. Dati che raccontano di un progressivo prevalere della grande e media proprietà immobiliare sui poteri di controllo degli enti locali. Di una politica non più attenta alle esigenze della collettività. Niente di nuovo, è una spirale che affonda le radici negli anni Ottanta e ha contaminato anche la sinistra. Ma ciò che emerge nell'ultimo periodo è la capacità dei privati di imporre alle assemblee elettive la propria visione urbana (il proprio tornaconto). Mega progetti di cittadelle sportive, parchi divertimenti, villaggi residenziali in stile berlusconiano, che fanno leva sul simbolico, ma non rispondono mai a una reale domanda. Sintomo di una «bolla culturale» da cui non riusciamo a scuoterci. E, a tutto questo, si aggiungono gli strumenti di programmazione territoriale che si sostituiscono alla pianificazione urbanistica e ai vincoli che impone.

Ai tempi della giunta Novelli
«I progetti dei grandi potentati sono presentati come occasione irripetibile per assicurare un vantaggio alla collettività in termini di sviluppo economico e sociale». Lo spiega Raffaele Radicioni, uno che di urbanistica se ne intende: è stato assessore delle giunte Novelli dal 1975 al 1985. Quando si pensava a una Torino dalla struttura «a griglia» invece che radiocentrica, a rompere i confini tra centro e periferia, a trasformazioni urbane svincolate dalla rendita fondiaria, ad aprire a tutti l'elitaria collina e a ridurre il costo della casa. Allo stato delle cose, ha perso, ma alle sue idee ci tiene. E negli ultimi anni, oltre a essere l'autore del libro Torino invisibile, è stato protagonista di una lotta contro un progetto che racchiude lo scarto culturale di un'epoca. E anche le contraddizioni: «Un baratto tra pubblico e privato per costruire dove non si poteva». È il caso Bor.Set.to, acronimo che prende il nome dai comuni che in quest'area, nella zona nord di Torino vicino alla tange nziale, si incontrano: Borgaro, Settimo e Torino. Un territorio conteso da 40 anni, che ciclicamente torna a far parlare di sé. Un polmone verde grande quanto Central Park, tre milioni e 200 mila metri quadri; l'unico spazio agricolo ai confini della metropoli. Nel passato ha fatto gola a Sogene, l'immobiliare prima del Vaticano poi di Michele Sindona, che sul terreno voleva dar luce a una «Città Satellite» da 60 mila abitanti e, negli ultimi anni, alletta Salvatore Ligresti. Il re del mattone, nonché della finanza, che - gettati alle spalle i guai giudiziari di Tangentopoli (condanna a 2 anni e 4 mesi per lo scandalo Eni Sai) - ha allungato le mani, o meglio il cemento, su Torino. Nel 2007 fu accolto con fasti dal sindaco Sergio Chiamparino. Arrivò in elicottero per la conferenza del MiTo, la manifestazione musicale tra Milano e Torino, e si incontrò in gran segreto con le istituzioni sabaude. Se ne fece un gran parlare. Sembrava che Totò avesse le mani sulla città: un grattacielo vicino a Porta Susa (accanto alla contestata Torre Intesa-Sanpaolo di Piano), dove insediare il quartiere generale di Sai Fondiaria di cui è presidente onorario, un altro lungo la Spina, la realizzazione della Biblioteca civica e il «gran baratto» del Bor.Set.to.

L'Expo di Milano sposta gli interessi
Ligresti, in quest'area, vorrebbe costruire una Falchera 2 (una delle ipotesi era di 1500 alloggi al posto del futuro parco dei laghetti). Diciamo un'edizione più à la page dell'attuale quartiere popolare, o forse per ironia della sorte una Milano 4, per la vicinanza con la futura stazione dell'Alta velocità, Torino Stura, che la renderebbe più appetibile ai palati meneghini. Adesso è tutto fermo: non è più il 2007, c'è la crisi e c'è anche l'Expo di Milano, dove si stanno concentrando le mire del patron di Sai. Il progetto rimane congelato ma non si sa fino a quando: «Probabilmente aspettano, con la fine del passante ferroviario nel 2012, le migliori opportunità immobiliari - pungola Emilio Soave, Pro Natura - perché, come ama ripetere l'assessore all'urbanistica del comune di Torino, Mario Viano, al privato si devono sempre fornire le più agevoli condizioni per investire». Ma anche nella tregua, meglio tenere le attenne ritte: «Un leitmotiv entra nel subconscio della gente come un mantra. Dicono, tanto non lo faranno mai, poi, appena l'attenzione scema, ecco le ruspe» sbotta Lucia Saglia, consigliere comunale Prc di Borgaro e animatrice del Coordinamento per la difesa delle aree Bor.Set.To.

All'inizio fu il Vaticano
Meglio raccontarla dall'inizio questa storia. «È uno dei più significativi casi di subalternità degli interessi pubblici rispetto a quelli privati», spiega Radicioni, storico membro del Collettivo d'architettura (Coar). Correva l'anno 1962 quando nacque la Urbanistica sociale torinese controllata al 71% dalla Sogene, l'immobiliare del Vaticano che nel 1963 acquistò i terreni al confine tra i 3 comuni, oltre 320 ettari, con l'intenzione - lo dimostrano gli atti d'acquisto - di costruirci la «città satellite». In aree di prima fascia agricola. Il progetto fu contrastato per 15 anni dal Pci e dalla sinistra Dc, fino a far saltare la testa del sindaco comunista Edoardo Defassi, invece favorevole. «Erano altri tempi» dice Radicioni, senza nostalgia né la celebrazione di un passato d'illusioni. Ma spiega: «Nei Settanta c'era un conflitto tra il privato, da una parte, e la cultura più qualificata e le amministrazioni di sinistra, dall'altra, che tentavano una politica di controllo e gestione del territorio». Il cambio è nei primi Ottanta: «Maturò al termine del governo di unità nazionale e, in concomitanza, ci fu la sentenza del 1980 della Corte costituzionale: un colpo al governo delle città. Fu, infatti, rigettata la legge del 1977 sull'edificabilità dei suoli, sancendo l'illegittimità della separazione fra proprietà dei suoli e diritto di edificare». Erano anni rampanti.

Lo sbarco di Ligresti
Nel 1991 fallisce Sogene, i liquidatori vendono i terreni alla neocostituita Bor.Set.To. Azionisti sono le acciaierie Ferrero, la Coop Antonelliana (poi uscita di scena) e Valorizzazioni edili moderne, ovvero Salvatore Ligresti, che ne tirerà le fila. Prendono contatto con le amministrazioni e sondano le possibilità edificatorie. Nel 1996, le istituzioni coordinate dall'assessore provinciale Luigi Rivalta provano ad acquisire l'area per 30 miliardi. Tentativo fallito. Nel 1999, la Provincia stabilisce che, nel Piano territoriale di coordinamento, quel lembo di area metropolitana sia preservato allo sviluppo edilizio, rimanendo agricolo. Il Piano deve però essere approvato dalla Regione. E prima di essere votato passano quattro anni in cui capita un po' di tutto. Nell'«attesa» entrano in vigore due nuovi strumenti di programmazione che permettono di aggirare la pianificazione. Il primo è Urban (finanziato dal Fondo europeo) per lo sviluppo sostenibile di quartieri in crisi con l'insediamento di infrastrutture e attività produttive. Il secondo è Pruust, ideato dal ministero delle Infrastrutture, per la costruzione di una «Tangenziale verde», più o meno un parco. «Sono il bastone e la carota ed è qui che prende piedi il do ut des. Con il protocollo d'intesa del 2004 tra Comuni, Provincia e Regione - racconta Radicioni - si concede la possibilità di edificare sul 12% (271 mila metri quadrati) dei terreni, attività produttive, servizi, case, in cambio della cessione gratuita della restante proprietà (2 milioni e 7 mila metri quadri) destinata alla Tangenziale Verde». Intanto, nel 2003 il comune di Borgaro approva una variante al Prg che trasforma parte delle zone Bor.Set.To da agricole a servizi per parchi urbani e territoriali. Negli stessi anni, nasce il Coordinamento per la difesa delle aree, formato da cittadini e associazioni ambientaliste, con l'appoggio di Prc, Pdci e Verdi. «Incominciammo a elaborare un libro bianco - spiega Lucia Saglia - e a preparare un ricorso al Tar (tuttora in sospeso), perché la variante era palesemente in contrasto con il Piano provinciale».

La protesta degli abitanti
È il 2007 quando Ligresti alza il tiro: vuole quadruplicare l'area residenziale della parte torinese, spostandola da Borgaro e collocandola vicino alla Falchera: più allettante farlo qui, il villaggio, a due passi ci sarà la stazione dell'Alta velocità. C'è chi calcolò una plusvalenza di 100 milioni di euro. Ma gli abitanti scendono sul piede di guerra, da vent'anni attendono che i due laghetti del quartiere vengano recuperati in una zona da destinare a parco, così dice il protocollo. L'amministrazione Chiamparino sposa invece la linea Ligresti: i palazzi saranno costruiti a semicerchio attorno ai laghi. E il parco? Nel maggio del 2008 il costruttore siciliano fa retromarcia. Non richiede più la revisione del protocollo. Ma rimane tutto in ballo. «Le amministrazioni gli hanno fornito lo scivolo» commenta Soave. «Senza nessuna pianificazione, senza valutare se c'è bisogno di nuovi palazzi, visto che in città gli alloggi sfitti sono 30 mila».

La Variante 200
Ma così vanno le cose. Ad Albiano d'Ivrea da 10 anni parlano di Mediapolis, il parco divertimenti con tre centri commerciali davanti al castello di Masino. La società, promotrice del progetto (con sede in Lussemburgo), ha i permessi per iniziare: le istituzioni hanno pure stanziato i fondi, mancano quelli privati. A Torino, la novità è la variante 200, che oltre a contemplare l'utile linea metropolitana, prevede triplicati i diritti edificatori. E le abitazioni del nuovo boulevard della Spina 3 non sono un bel segnale. Certo, non è prerogativa torinese: in Parlamento, la proposta di legge Lupi sulla gestione del territorio introdurrebbe i privati nell'attività di scelta urbana. Per le grandi città forse è un'utopia la crescita zero, ma una pianificazione diversa è la sola strada percorribile.

Da il manifesto del 24 dicembre

venerdì 11 dicembre 2009

«Le vittime Eternit chiedono giustizia»

Parenti da tutta Europa all'apertura del processo a Torino. Morti e malati a causa dell'amianto
TORINO - Sono venuti in tanti. Da ogni angolo d'Europa dove l'amianto ha sparso morte. Sono venuti con la foto dei cari, con ansia di giustizia. Per dire che «ogni essere umano ha più valore di tutto l'amianto e il profitto al mondo» come recita lo striscione dell'Andeva, l'associazione francese delle vittime. Peppino Meloni ha 74 anni, un sorriso timido e le mani forti, arriva da Paray Le Monial, un comune della Borgogna vicino a Lione, meta di pellegrinaggi religiosi ma anche sede di uno stabilimento Eternit. Lui, in quel paese, è giunto negli anni Cinquanta, dalla Sardegna, e lì ha lavorato per trent'anni: «A respirare il veleno». Tra i suoi colleghi, gli amici, oltre cento morti. La fabbrica però non ha chiuso, è ancora attiva (come altre 4 in Francia): certo, non utilizza più l'amianto, ma fa sempre capo al gruppo belga Etex, diretto ora dal figlio del barone Louis de Cartier de Marchienne, imputato al processo contro i vertici Eternit, che ieri - dopo 8 anni di indagini e 200 mila pagine di documenti - si è finalmente aperto a Torino, tra una marea di parti civili, associazioni delle vittime, amministratori locali, giornalisti e avvocati. Basti pensare che a difendere l'altro imputato, il magnate svizzero Stephan Schmidheiny, c'è una squadra di 26 legali.

Vittime da tutta Europa
Fuori dal tribunale un meltin'pot di lingue, già di primo mattino. Dal Belgio, dalla Svizzera, dalla Francia, dalla Germania, da Napoli e da Rubiera, da Cavagnolo e da Casale Monferrato. Dieci sono i pullman dalla città simbolo della strage, con i suoi oltre 1500 morti e i 50 casi di mesotelioma diagnosticati all'anno, una cifra che non smette di salire. L'Eternit non ha ammazzato solo gli operai e le mogli che ne lavavano le tute, continua a uccidere e lo fa senza distinzioni: «Le nuove vittime - spiega Nicola Pondrano, ex operaio Eternit e storico leader della lunga lotta - sono cittadini comuni, sono soprattutto i bambini degli anni '60, quelli che giocavano nei cortili invasi dal polverino che l'azienda regalava». Ieri a Casale, in contemporanea alla prima udienza, un altro funerale, il quarto in pochi giorni. È morta una donna di 50 anni impiegata alle poste. «Siamo qui per i nostri cari - dice una signora che ha perso 5 anni fa il marito - e torneremo ogni volta, lo dobbiamo ai nostri morti. Non vogliamo i soldi di Schmidheiny (ha proposto una transizione a patto che le vittime evitassero la costituzione di parte civile, ndr)».
L'avvio del dibattimento per la gente di Casale è una prima vittoria, non un punto di arrivo: «E' un cammino verso la verità», dice Bruno Pesce, coordinatore della vertenza amianto. Il processo di Torino è diventato un esempio. La sua dimensione è ormai europea, «multinazionale» dovremmo dire, tanto quanto era l'Eternit. Riassumendo: il pool del pm Raffaele Guariniello è riuscito a portare alla sbarra la testa di un sistema internazionale, responsabile di un disastro ambientale permanente (oltre 2100 morti e un territorio avvelenato); le associazioni delle vittime lavorano in rete e hanno formato una specie di multinazionale; così, anche il collegio europeo di avvocati che difende molte parti civili (8 i legali stranieri, belgi, francesi, svizzeri, tedeschi e, forse, in futuro spagnoli e brasiliani). E sulla dimensione globale insiste Guariniello: «Serve una giustizia europea sulla salute e la sicurezza». In sintonia, con Francois Iselin Gueydan dell'associazione delle vittime svizzere Caeva che auspica «l'istituzione di un tribunale penale internazionale del lavoro». Dunque, un evento europeo, se non mondiale, anche per la pressione che potrebbe esercitare sui paesi, dal Canada alla Cina fino all'India, dove l'amianto non è ancora vietato.

Fino a 3000 parti civili
Le code di persone in fila, in attesa davanti alle maxi aule, sono il simbolo di una giornata storica. Il presidente della Corte Giuseppe Casalbore - nel 1984 fu uno dei pretori che oscurarono i ripetitori Fininvest - ha aperto la prima udienza con piglio severo. Dopo 180 secondi dall'inizio ha minacciato di «mandare via» due persone che stavano conversando in fondo all'aula e ha rimproverato ripetutamente gli avvocati che non indossavano la toga. Il suo, insieme a quello dei giudici a latere Fabrizia Pironti e Alessandro Santangelo, sarà un compito arduo: gestire un processo delicato e di vaste dimensioni. Prima, ha affrontato le questioni legate ai responsabili civili, come quella della Presidenza del consiglio, nella figura pro tempore di Silvio Berlusconi, i cui avvocati hanno chiesto l'esclusione dal processo. Poi, la costituzione delle parti civili. Un lungo elenco, la spoon river dell'amianto, letto nell'aula magna dove si trovavano i familiari e i parenti delle vittime. In totale le parti civili sono 2200, ma potrebbero arrivare a 3000, più vari enti locali, l'Inps, l'Inail, la Cgil, Medicina democratica, Wwf, Legambiente. Come da previsioni sui banchi non si sono visti gli imputati. «È un'assenza che mi fa rabbia, non ho rancore ma li voglio vedere in faccia, perché oltre ad aver causato le morti ci hanno lasciato un territorio inquinato, infischiandosi della bonifica», racconta Romana Blasotti Pavesi, presidente dell'associazione delle vittime di Casale. È una piccola donna che non ha mai smesso di lottare, ha perso il marito, la sorella, il nipote, la cugina e la figlia. Dalla difesa di Schmidheiny, l'avvocato Astolfo Di Amato ribadisce che l'amianto fa parte della storia sociale e industriale e la responsabilità non può essere individuale. La prossima udienza sarà il 25 gennaio e da quel giorno il processo verrà aggiornato ogni lunedì. Si pensa durerà due anni.
Sono tante le storie che si incontrano tra i corridoi del tribunale. Alessandro Bonamilo soffre di asbestosi (non riconosciuta) per aver lavorato 4 anni a Niederurnen in Svizzera. È stato uno di quei 1879 emigrati italiani che hanno faticato nella fabbrica degli Schmidheiny. Anche Francois Dosso partì giovanissimo verso la Francia, minatore a Merlebach, nella Lorena ai confini con la Germania: centomila malati di silicosi. Storie che reclamano dignità.

Mauro Ravarino
da il manifesto dell'11 dicembre

Maxi numeri in aula, duemila morti e decine di legali

Dopo Bophal, quello della Eternit è il più grande processo per disastro ambientale mai realizzato. I numeri sono maxi: 2889 le parti offese, di cui 2056 morti e 833 malati, tra lavoratori e cittadini. Ieri, all'avvio del processo nella città di Torino, si sono costituite 2200 parti civili che potrebbero salire a 3000. Cinquanta gli enti e le associazioni, tra cui tre Regioni (Piemonte, Emilia-Romagna e Campania) e la Cgil, che rappresenta 1660 parti. Le vittime saranno difese da un collegio internazionale di avvocati, guidati dall'italiano Sergio Bonetto. La lunga inchiesta di Raffaele Guariniello si è incentrata sui quattro stabilimenti Eternit in Italia: Casale Monferrato, Bagnoli, Cavagnolo e Rubiera. Gli imputati, accusati di disastro ambientale doloso (fino a 12 anni di reclusione), sono la «cupola» internazionale della multinazionale dell'amianto: Stephan Schmidheiny, 62 anni, e Louis De Cartier, 88 anni. Le stime dei risarcimenti richiesti dalle vittime e dagli enti si aggira tra i 4 e 5 miliardi di euro.