giovedì 30 giugno 2011

«Ci riprenderemo la Maddalena»

Domenica la manifestazione a Chiomonte. Il tam-tam su Internet raccoglie 5 mila adesioni in poche ore. I legali del movimento No Tav denunciano la devastazione del presidio

TORINO - Chi arriverà in pullman, chi in treno, chi in macchina o in autostop. Insomma, il tam tam per la manifestazione nazionale del 3 luglio a Chiomonte è iniziato. Basta andare su facebook per farsi un'idea: in poche ore le adesioni alla marcia sono diventate quasi 5 mila. Ed è prevedibile che, domenica, le persone saranno molte, molte di più. Alla fiaccolata di martedì sera a Susa erano in 20 mila, dietro lo striscione «La valle che resiste e non si arrende». Un lungo serpentone di luci, canzoni e bandiere, ha sfilato per il capoluogo della valle. Tante le famiglie; molti i sindaci e gli amministratori locali con la fascia tricolore

Una cosa era balzata subito agli occhi, la distribuzione della mappa per raggiungere la Libera Repubblica della Maddalena, l'ex fortino No Tav ora in mano a 600 agenti. Quindi, non è perso. Anzi, è l'obiettivo; i No Tav hanno fatto una promessa: «Vedrete, ci riprenderemo la Maddalena». Domenica, ci proveranno. E se non ci riusciranno non sarà una sconfitta, ritenteranno ancora, con pazienza e testardaggine, fino al conseguimento di quello che non è un miraggio: «Sarà dura», urlano in coro. Nel 2005, a Venaus, una grande marcia riconquistò la prima area di cantiere dell'alta velocità. Ora, però, la valle è ancora più militarizzata.
Alberto Perino ha concluso la fiaccolata di Susa lanciando un appello per domenica: «Bisognerà venire con gli scarponi e lo zaino. E magari una maschera antigas, occhialini da piscina e limoni, non si sa mai. Andremo nei boschi per riprenderci la Maddalena. Sarà complicato, è tutto blindato. Noi non abbiamo fretta siamo muntagnin (ha detto ridendo, ndr) e abbiamo il passo calmo. Sarà la prima di una serie di grandi manifestazioni che continueranno fino a quando non riusciremo nel nostro scopo. Già da domenica faremo capire che sarà difficile tenere blindato quel territorio. Tremonti ha detto che non potrà costare più la vigilanza dell'opera stessa. Se no, non vale la pena». È probabile che la partenza della marcia del 3 luglio sia spostata a Susa, una sede migliore per accogliere un grande afflusso di persone, l'arrivo rimarrà Chiomonte e la manifestazione si chiuderà alla Maddalena. Ci sarà da camminare di più , ma la fiducia è alta. Beppe Grillo sarà presente («non vedo l'ora di esserci, tutti dovremmo andare»); Rifondazione con il segretario Ferrero ha subito aderito.

Sul web si alternano messaggi di persone che offrono posti in macchina per raggiungere la valle. Un bel segnale, che giunge nel giorno della nascita di Amelie Marie Maddalena, figlia di una coppia valsusina. L'hanno chiamata così in onore della località di Chiomonte che è diventata simbolo del movimento contro l'alta velocità. E se la commissione Ue spinge l'Italia a siglare l'intesa bilaterale con la Francia sulla ripartizione finanziaria, Gianni Vattimo invita l'Europa a non erogare fondi per un progetto «fatalmente condannato a fallire».

Ieri, alla Maddalena, sono continuati i lavori di recinzione del cantiere per il tunnel di base, scortato da centinaia di agenti. L'assessore alla cultura di Chiomonte, Cristina Uran, si è dimessa in lacrime e in polemica: «La polizia si è piazzata lì, nelle stanze del museo archeologico della Maddalena, senza chiedere neppure il permesso. È troppo». E mentre magistratura e forze dell'ordine visionano i filmati degli scontri per identificare chi ha lanciato sassi e oggetti, i legali del movimento denunciano la devastazione del presidio e delle tende dei manifestanti da parte delle forze dell'ordine: oggetti rubati, urina e feci sulle tende. Scrive notav.info: «I dirigenti di polizia prima hanno dato la colpa ai cinghiali, poi agli operai e infine, con mezza ammissione, hanno spiegato che può succedere. La tenda più grossa, ben sfregiata, è quella del pronto soccorso. Questa è la civiltà e la morale dei "conquistatori" della Maddalena?». Il Movimento cinque stelle di Torino, infine, denuncia l'utilizzo di lacrimogeni contenenti Cs (orto-clorobenziliden-malononitrile): «Un'arma chimica vietata nelle guerre internazionali».

Da il manifesto del 30 giugno

mercoledì 29 giugno 2011

Perino: «Hanno devastato il presidio»

Ex bancario ed ex sindacalista della Cisl, Alberto Perino è uno dei leader del movimento No Tav. Carismatico, battuta pronta, modi spicci, questa volta è davvero sconsolato. Anzi «incavolato nero». Ieri mattina, è tornato al presidio della Maddalena, sgomberato con violenza dalle forze dell'ordine. È andato con i camion dei Comuni per recuperare tutto il materiale abbandonato dopo la distruzione del presidio, «a testa alta e con dignità».

Perino, che situazione avete trovato alla Maddalena dopo lo sgombero di lunedì mattina?
Terribile. Sono ore che sono qui e ancora non mi capacito di quello che hanno potuto fare. Hanno devastato tutto, tagliuzzato le tende dei manifestanti, rubato abiti femminili. Addirittura, hanno fatto i loro bisogni dentro le canadesi. Davvero gesti infami, non da Stato democratico.

Qual è il clima in Val Susa e come sta il movimento?
Il movimento è più unito che mai. Non ci arrendiamo e non lo faremo mai. Continueremo a testa alta con le nostre ragioni e la nonviolenza. Lo sgombero della Maddalena non è stato una resa, noi andiamo avanti.

Si stanno svolgendo presidi e sit-in in tutta Italia in vostra solidarietà, che effetto vi fa?
Oggi (ieri, ndr) è una giornata difficile. Speravamo di portare in salvo qualcosa ma è un'impresa impossibile dopo la distruzione violenta che c'è stata. Quindi non riesco a tenere i collegamenti con tutti. Ma mi arrivano continuamente voci e informazioni. E non può che farci piacere, visto la nostra non è una lotta nimby. Riguarda tutti e riguarda il bene comune: il nostro paese, la nostra vita e quella dei nostri figli.

Quali saranno le prossime iniziative?
Ce ne saranno ogni giorno. Dopo la fiaccolata di Susa prepareremo la manifestazione nazionale di domenica (decisa in assemblea a Bussoleno) che dovrà essere grande e partecipata. Invitiamo tutti a venire a Chiomonte.

Da il manifesto del 29 giugno

La valle che non si arrende

Migliaia di persone a Susa per la fiaccolata. Domenica manifestazione a Chiomonte Sono 24 (su 43) le amministrazioni comunali della valle che si sono dichiarate contrarie all'opera

Che testa dura questi valsusini. Difficile farli arrendere, non demordono. Il movimento è ripartito subito, dopo la violenza (lacrimogeni e manganelli) e lo sgombero. Ieri sera alcune migliaia di persone hanno partecipato alla fiaccolata a Susa, dietro allo striscione «La valle che resiste non si arrende». La manifestazione nazionale del movimento si terrà domenica a Chiomonte.
Nella mattinata di ieri è stato, invece, organizzato un presidio di protesta, vicino alla centrale idroelettrica, sulla strada dell'Avanà, davanti all'ingresso di quella che è stata la Libera Repubblica della Maddalena. Un tam tam su internet ha chiamato alla partecipazione. Sono arrivati in tanti, a controllarli c'erano un centinaio di carabinieri: «Siamo sempre più militarizzati, non è una vita normale», si sfoga una signora. E mentre proseguivano i lavori per l'avvio del cantiere del tunnel geognostico e ripartiva la circolazione sull'autostrada A32 (chiusa dalle forze dell'ordine per demolire il guard rail e infrangere le barricate No Tav), alcuni camion di comitati e comuni, autorizzati dall'amministrazione di Chiomonte, si dirigevano al piazzale della Maddalena per recuperare il materiale del movimento.

All'arrivo, il panorama è stato desolante, tutto devastato (come racconta Alberto Perino nell'intervista accanto): tende danneggiate, feci sui sacchi a pelo, vestiti rubati. I No Tav sono riusciti a salvare ben poche cose. Ora, nel luogo dove per oltre un mese si sono alternati dibattiti, concerti e assemblee, restano solo sacchi di rifiuti, qualche sedia e scaffalature. Centocinquanta uomini della società Italcoge e delle altre aziende lavorano per piazzare le recinzioni, preparare le strade per i mezzi, creare lo svincolo dall'autostrada A32. Il cantiere è presidiato da polizia e carabinieri. Intanto, a Chiomonte, il sindaco Renzo Pinard, centrodestra, si sente abbandonato dallo Stato e maltrattato dai No Tav e minaccia le dimissioni: «Sono stufo di proclami da qualunque parte arrivino; i politici alzino il c... e vengano in Valle di Susa a vedere dove è la Tav, dove è la Valle di Susa, dove sono i problemi». Se il comune di Chiomonte è favorevole al tunnel di base, sono invece 24 le amministrazione contrarie al Tav. In totale, i comuni della Comunità montana Valle Susa e Val Sangone, presieduta del presidente Sandro Plano (Pd ma contrario all'opera), sono 43 ma solo una parte è interessata dal tracciato della Torino-Lione, in particolare quelli della bassa Val di Susa. Il fronte istituzionale è parte integrante del movimento. I sindaci sono stati sulle barricate e hanno cercato di trattare con la polizia.

Le forze dell'ordine (e la politica) hanno certo vinto il confronto militare, ma non quello democratico. C'è una valle che chiede di essere ascoltata non caricata. Una battaglia sicuramente l'hanno vinta i No Tav, quella su internet: siti e profili facebook aggiornati in tempo reale, una documentazione e un approfondimento continuo. Come i 150 motivi per dire no alla Tav proposti da Pro Natura: dall'insostenibilità dei costi all'ampia capacità delle infrastrutture esistenti, dalla caduta del traffico merci su questa direttrice alpina all'impatto dei ventennali cantieri.
La protesta va avanti. «Ci riprenderemo La Maddalena» dice Perino. Per Paolo Ferrero, segretario Prc presente durante la notte d'attesa e il blitz, «l'occupazione militare della Maddalena a Chiomonte non chiude la battaglia contro la Tav, opera dannosa anche per le tasche degli italiani, con i suoi 20 miliardi di spesa per lo stato italiano. La Val di Susa è parte di una battaglia più grande sui beni comuni: dall'acqua al territorio al lavoro. Proponiamo la costruzione di una Costituente dei beni comuni che raggruppi tutti i movimenti».

Da il manifesto del 29 giugno

martedì 28 giugno 2011

"Aiuto soffochiamo". Poi la fuga nel bosco

La lunga notte nel presidio di Chiomonte. Nel fronte del no anche lo storico Revelli e l'ex ministro Ferrero. Dopo, le urla e la rabbia dei manifestanti in mezzo alle barricate "Stalingrado" e "Saigon"

CHIOMONTE - Alle 3 di notte l'attesa al presidio No Tav si riempe di tensione. Dicono: “Sono partiti!”. Si riferiscono ai blindati e alle forze dell'ordine avvistati a Bardonecchia e a Torino. Manca poco all'ora del blitz. Le indiscrezioni diffuse alla fiaccolata di Chiomonte, quindi, erano fondate. I numerosi manifestanti si ritrovano nel piazzale della Maddalena, cercano di fare il punto. I sorrisi diventano stretti. Si distribuiscono nelle varie barricate, nei tre punti d'accesso: strada dell'Avanà, Giaglione e lungo l'autostrada Torino-Bardonecchia. Alcune donne preparano i caffé nello stand Alpi libere: “Bisogna stare svegli”. Il leader No Tav, Alberto Perino, aveva detto “Resistere resistere, resistere”. Ci proveranno tutti. Alla Maddalena sono in tanti, giovani e vecchi. Anche qualche volto conosciuto, lo storico Marco Revelli e l'ex ministro alla Solidarietà Paolo Ferrero. Sarà una giornata caldissima.

Poco prima delle 5 il cielo si riempe di fuochi d'artificio. È l'allarme in codice dei No Tav: “Sono arrivati”. E lo hanno fatto in forze, oltre duemila uomini: poliziotti, carabinieri e finanzieri. Ma sull'autostrada, la barricata Stalingrado dove si teme l'attacco maggiore, spuntano solo mezz'ora dopo. draghe con pinze, spalaneve e ruspe.I manifestanti li aspettano con bandiere e caschetti bianchi e urlano: “Giù le mani dalla Valsusa”. Intanto, con le prime luci dell'alba un elicottero sorvola la zona. Il presidio è grande ma le informazioni da un parte all'altra non mancano e la distribuzione delle “truppe” dipende dagli allarmi. Il primo fronte aperto è quello di Giaglione. Sugli altri è una guerra di nervi. Appena la draga incomincia a lavorare con il supporto dell'acqua sparata dagli idranti della polizia partono i cori: “Servi”, “Mafiosi”, ma anche lo storico motto No Tav, “Sarà dura!”. Ma quando òe pinze del mezzo si avvicinano ai volti dei ragazzi in prima fila con le bandiere gli equilibri si rompono. Sopra la galleria corrono in loro soccorso altri manifestanti, che spruzzano vernice contro il parabrezza dell'addetto alla draga. Sale la tensione. Turi Vaccaro, capelli lunghi e piedi nudi, pacifista nonviolento, salta la barricata arriva fino alla ruspa (“volevo solo benedirla” dirà), ma viene preso e fermato dalla polizia. Si diffonde la notizia che all'ingresso di Giaglione la resistenza è difficoltà, pure la barricata ha i suoi problemi alla Centrale, un serpentone di forze dell'ordine e blindati cerca di sfondarla. Qui gli amministratori locali provano a mediare, ma la risposta viene considerata irricevibile. “Ci hanno detto “vi lasciamo prendere le vostre cose e andare via”, noi abbiamo detto di no”. La barricata verrà sfondata alle 8,45 con il lancio di lacrimogeni.

L'attacco si fa più concreto anche contro le barricate Stalingrado e Saigon. I manifestanti resistono, con il loro corpo. Qualcuno tira pietre e oggetti verso la ruspa e le forze dell'ordine, ma viene subito ripreso dalla maggioranza del movimento, che urla di non farlo. Una ragazza si avvicina alle prime file e avverte: “All'unità di crisi (a Bussoleno dove si ritrovano i membri della Comunità montana) hanno detto che presto entreranno e sgombereranno. Hanno un'ordinanza del Prefetto”. Il pool legale dei No Tav scuote la testa: è illegittima: “Non possono cacciarci dal piazzale, perché è stata pagata l'occupazione di suolo pubblico”. Tira brutta aria: quello sarebbe dovuto essere il rifugio in caso di attacco finale. Gli avvocati avevano, tra l'altro, inoltrato una diffida al Ministero dell'Interno ed alla Prefettura di Torino: oltre ai diversi ricorsi ai Tar del Piemonte e del Lazio, infatti, molti dei terreni interessati dall’azione sono di proprietà privata o Ormai è chiara la strategia delle forze dell'ordine: accerchiare il movimento sui tre fronti, assediarlo e cacciarlo con la forza. L'attacco diventa durissimo. Lacrimogeni a raffica. Tantissimi.

Cadono le barricate, la polizia sale e scatta la paura. La fuga. I manifestanti si dirigono nei boschi, verso Ramtas. La Maddalena diventa una nube di fumo. Per chi si attarda è un incubo, tanti si sentono male, gli occhi bruciano e la gola pizzica: “Sto soffocando” urla un ragazzo a cui portano presto da bere. I sentieri tra gli alberi sembrano un luogo più sicuro. Non è così. Le forze dell'ordine sparano ancora lacrimogeni. Senza motivo, ormai hanno il controllo e il pieno possesso del presidio. La gente prosegue per il crinale della montagna con in mano limoni, fazzoletti e acqua. L'aria è irrespirabile, la metà è lontana. Ma nella disperazione scatta qualcosa, la voglia di dire: “Non è tutto finito”. «Abbiamo perso un round, non la guerra. Oggi è andata come si pensava. Non abbiamo potuto resistere a un attacco delle forze dell'ordine che hanno sparato migliaia di lacrimogeni. Andiamo avanti» dice Perino. La resistenza è subito ripartita: blocchi in Valle ma anche a Torino (dove è stato contestato il Pd e il sindaco Piero Fassino). Persa la Maddalena, dopo Ramtas, si corre a Chiomonte e poi a Bussoleno, per l'assemblea. Si devono decidere le prossime iniziative.

Da Il Secolo XIX del 28 giugno


La battaglia della Val Susa


Una raffica di lacrimogeni sparati da polizia e carabinieri contro i No Tav anche dopo lo sgombero del presidio. 80 feriti (tra cui anche alcuni agenti) è il bilancio di una giornata di guerra. Se i cantieri della Tav non apriranno entro il 30 giugno, l'Italia potrebbe perdere i fondi comunitari

Nemmeno i limoni per scacciare il dolore. Nemmeno i boschi per fuggire più sicuri. È stata una pioggia, una raffica di lacrimogeni senza scampo. Lanciati dai plotoni di polizia, carabinieri e finanza contro i No Tav. Anche quando, sgomberato tutto il presidio della Maddalena, i manifestanti sono corsi tra gli alberi, verso Ramats. Lanci violenti e senza motivo. Tra la nebbia, gli occhi rossi e la tosse, il movimento non si è perso d'animo. Sono stati proprio quei passi senza sosta, uno dopo l'altro, in salita e in fila indiana, e quelle voci finalmente amiche dopo la paura mista rabbia, a cementare una nuova forza tra i manifestanti. Una capacità innata di riorganizzarsi e dire, anche dopo una pagina nerissima per la democrazia italiana: «Non tutto è perso».

La giornata calda dei No Tav è iniziata dopo una notte passata quasi insonne alla Libera repubblica della Maddalena, seguita a una fiaccolata a Chiomonte bella e partecipata (5 mila persone). Allegra, tranne tristi presagi che si sono poi rivelati reali. Alle tre, poco prima dell'alba, l'attesa si fa davvero tesa. Dicono che mezzi e uomini sono partiti sia da Torino che da Bardonecchia. L'ansia sale e ci si ritrova tutti nel piazzale (la cui occupazione è stata pagata al Comune). I volti sono tirati, non si sa proprio cosa potrà accadere, stessa risposta anche per lo storico Marco Revelli che ha passato la nottata con i manifestanti. Poco prima delle 5 il cielo si riempe di fuochi d'artificio. È l'allarme in codice dei No Tav: «Sono arrivati». In forze, oltre duemila uomini sparsi tra gli ingressi al presidio. I manifestanti si spostano verso le barricate: Stalingrado, Saigon o quelle di Giaglione o vicine alla Centrale, sulla strada dell'Avanà. Caschetti, sciarpa, ma c'è pure chi non li indossa. «Sarà dura!», il motto del movimento, e Bella Ciao tengono alto il morale. Alle 5,30, appena le luci dell'alba migliorano la visibilità, spuntano uniformi e mezzi. Molti si piazzano nelle gallerie dell'autostrada Torino-Bardonecchia. Arrivano draghe con pinze, spalaneve e ruspe, un elicottero sorvola la zona. Lo farà per tutta la giornata. Inizia l'attacco, che per le prime ore tenta di logorare i nervi, poi si fa concreto.

Il primo fronte aperto è quello di Giaglione. Ma anche le altre barricate vengono colpite. I No Tav resistono. Una draga tenta di rompere il guardrail in vetro vicino alla barricata Stalingrado, la polizia spara acqua con gli idranti. I manifestanti si avvicinano alla grata che divide i due fronti. Partono i cori: «Giù le mani dalla Valsusa», «Servi», «Mafiosi». Le pinze del mezzo si avvicinano ai volti dei ragazzi in prima fila con le bandiere. Sulla gallerie corrono in loro soccorso altri manifestanti spruzzano vernice contro il parabrezza dell'addetto alla draga. La tensione sale alle stelle, la polizia ogni tanto esce dalla galleria, impugna gli scudi o fotografa i manifestanti. Arriva la notizia che Giaglione è difficoltà, pure la barricata vicino alla Centrale, dove un serpentone di forze dell'ordine e blindati cerca di sfondarla. «Aiutateli, chi può vada in loro appoggio» chiede Alberto Perino. Turi Vaccaro, pacifista nonviolento, salta la barricata arriva fino alla ruspa («volevo solo benedirla» dirà poi), ma viene preso e fermato dalla polizia.

Dopo momenti di stallo riparte l'attacco. La difesa diventa complessa. C'è chi tira pietre, ma servono a poco e molti urlano di non farlo. Sanno bene quanto siano già state strumentalizzate e quanti danni abbiano causato al movimento. «L'importante è che ci sia gente» dice una donna. E di persone ce ne sono davvero tante. Un movimento sfaccettato, ricco di anime e di solidarietà reciproca. Non può essere spazzato via dalla violenza della polizia, che - dopo che si è diffusa la notizia dell'ordinanza del Prefetto di sgomberare ogni zona della Maddalena -, pure quella regolarmente pagata dai No Tav, si prepara a sferrare il colpo finale. Gli avvocati scuotono le teste. Tira brutta aria. Il pool di legali aveva, tra l'altro, inoltrato una diffida al Ministero dell'Interno ed alla Prefettura di Torino: oltre ai diversi ricorsi ai Tar del Piemonte e del Lazio, infatti, molti dei terreni interessati dall'azione sono di proprietà privata o concessi dal Comune per manifestazione. Cade la barricata della Centrale e parte il lancio dei lacrimogeni. Fallito il tentativo di mediare dei sindaci, andato in fumo per «una proposta indecente» da parte delle forze dell'ordine: «Vi lasciamo prendere le vostre cose e andare via». La risposta è stata «No».

La strategia della polizia è ormai chiara accerchiare la Libera repubblica della Maddalena da tre fronti: dalla strada dell'Avanà, da Giaglione e dell'autostrada. Assediare i No Tav, con le maniere forti. Lacrimogeni senza sosta. E, soprattutto, ad altezza uomo. Cadono tutte le barricate. Le forze dell'ordine salgono, vengono da ogni parte. Qualche manifestante rimane ferito (saranno 80, compresi gli agenti, nel bilancio complessivo), altri si sentono soffocare: la Maddalena è una nube. Per chi si attarda è un incubo. «Ci siamo trovati di fronte ad un'operazione criminale, abbiamo subito un attacco che ha messo a rischio la vita dei manifestanti», dichiara Lele Rizzo. Le forze dell'ordine prendono possesso dell'intero presidio alle 9,30 (il cantiere può iniziare!). Bisogna correre, scappare. Una signora dai capelli bianchi e il viso sconvolto urla nei boschi: «Basta». La fuga verso Ramats è iniziata. Da lì ripartirà il movimento, che si ritroverà ancora più unito. La notizia di scioperi di lavoratori di Fiom, Cub e Usb li rallegra. «Abbiamo perso un round, non la guerra. Oggi è andata come si pensava. Non abbiamo potuto resistere a un attacco delle forze dell'ordine che hanno sparato migliaia di lacrimogeni. Andiamo avanti» dice Perino. La risposta del movimento è forte: dai blocchi in Valle a quelli a Torino (a Porta Susa), dall'occupazione del municipio di Chiomonte da parte delle donne del paese alla solidarietà ricevuta in ogni regione d'Italia, fino alla marcia di questa sera a Susa.

Da il manifesto del 9 luglio

sabato 25 giugno 2011

«Restiamo umani» in Val di Susa

Al presidio della Maddalena si attende l’intervento delle forze dell’ordine: «Vogliono logorarci, non ci riusciranno». È previsto entro pochi giorni. Le barricate dei No Tav sono state ribattezzate Stanlingrado e Saigon. Un appello di intellettuali a non usare la forza ha raccolto finora 900 adesioni

CHIOMONTE - Quando arriverà Godot? Si domanda un ragazzo in cima alla Maddalena. Anzi, Libera repubblica della Maddalena: il presidio, il fortino dei No Tav. E per Godot intende una scia blu di blindati che accecherà il cielo della Val di Susa, forse di primo mattino. «Arriverà. Arriveranno in massa. E lo faranno tra pochi giorni» rispondono i molti che passano le giornate qui, all’ombra dei castagni, dove si fa festa, si discute e si sta allerta, ma sempre col sorriso. Le labbra si chiudono solo quando si abbassano gli elicotteri delle forze dell’ordine sopra le teste dei valligiani e di chi partecipa al movimento (non solo gente di montagna). «Ci controllano, ci filmano, fotografano le nostre barricate». Ce ne sono tante, costruite a ogni accesso con legno, pietre e reti. All’inizio della strada dell’Avanà (il vino doc di Susa), sul torrente Clarea verso Giaglione o nei pressi dell’autostrada Torino-Bardonecchia, dove il 23 maggio scorso ci fu il primo tentativo, non andato in porto, di avviare il cantiere, scortato dalla polizia. Le due barricate, che costeggiano l’A32, sono state rinforzate e battezzate Stalingrado e Saigon. «Due, tra le poche battaglie che abbiamo vinto» dice Nicoletta.

La strategia delle forze dell’ordine è quella del logoramento. «Ma se fanno così hanno sbagliato in partenza, la gente continua ad aumentare» racconta un signore, non più ragazzo. Attualmente nel piazzale della Maddalena è in corso l’accampamento resistente – dove campeggia il motto di Vittorio Arrigoni «Restiamo Umani» – con iniziative ogni giorno. Musica, film, teatro, dibattiti. L’obiettivo è quella di fare della Maddalena uno spazio vivo, non solo di attesa ma di socializzazione. A suonare sono già venuti i Lou Dalfin e gli Statuto ed «è pieno di giovani band che chiedono di potersi esibire». Qui, si fanno assemblee con la Fiom e si tengono lezioni universitarie, come quella di Massimo Zucchetti del Politecnico sull’uranio e gli effetti sulla salute. Un tema centrale, quando si parla di un tunnel, in una zona uranifera come la Val di Susa.

La notte al presidio è lunga, ma passa alla svelta in compagnia di tante persone, un centinaio ogni volta. E quando le luci calano, l’età si abbassa, tanti i giovani. Le sentinelle e le vedette stanno in guardia. Qualsiasi movimento viene segnalato. Spesso sono falsi allarmi: si sdrammatizza e si pensa di vivere in una sorta di Fortezza Bastiani, raccontata da un redivivo Buzzati. Ma la tensione resta alta. Sembrano questi i giorni decisivi, quelli del blitz. «Lo aspettiamo tra domenica e lunedì. Siamo pronti a resistere» sussurra un manifestante, mentre collauda una barricata. Nelle ultime ore sono aumentate «le pressioni politiche» per l’avvio dei lavori, dal ministro Matteoli («una minoranza non fermerà i lavori»), agli assessori regionali Ravello e Bonino, che hanno lanciato una campagna porta a porta a favore dell’opera, al parlamentare Pd Esposito: «Basta con le chiacchiere. Lo Stato faccia lo Stato e apra i cordoni della borsa». Prima, c’erano stati gli avvisi di garanzia e le perquisizioni nei confronti di esponenti del movimento. E brutti segnali, dopo le pallottole ai deputati Pd, la busta con veleno per topi inviata ad Alberto Perino. Lo stesso veleno, fosfuro di zinco, che aveva ucciso il suo cane.

Tutti elementi che alimentano la tensione. Ecco perché il movimento chiama alla partecipazione. Per arrivare al presidio, basta risalire da Chiomonte la strada dell’Avanà, magari lasciando l’auto all’inizio della salita, dove uno striscione inaugura la Libera repubblica. C’è scritto: «Giù le mani dalla Valsusa» e due poco rassicuranti carabinieri in gommapiuma simboleggiano la militarizzazione della valle. Accanto, quello che alcuni chiamano «check-point», ma altri preferiscono definirlo «punto d’accoglienza». Su un lato, una frase di Francesco Guccini, che pochi giorni fa ha espresso simpatia per il movimento, recita: «Da sempre l’ignoranza fa paura e il silenzio è uguale a morte». I No Tav ce l’hanno messa tutta, in questi vent’anni, a informare l’opinione pubblica italiana su quanto fosse «assurda e inutile» quest’opera, che costerebbe tra 15 e 20 miliardi di euro (tre volte tanto il ponte di Messina). I contributi europei coprirebbero meno del 30% della sola tratta internazionale (il tunnel di base); il resto lo pagherebbe lo Stato italiano. I soldi europei se il cantiere non partisse entro giovedì salterebbero. Proprio quello che i No Tav vogliono.

Ieri, la Commissione europea ha confermato di aver inviato una lettera ai ministri dei Trasporti italiano e francese, ricordando l’impegno se non si vuole perdere una «parte sostanziale dei finanziamenti (672 milioni, ndr)». «Entro il 30 giugno il cantiere sarà aperto perché altrimenti sarebbe un delitto per le giovani generazioni» ha detto il ministro dell’Interno Roberto Maroni. Ha invece raggiunto le 900 adesioni l’appello contro le forzature Pro Tav (no a soluzioni militari e di forza), promosso, tra gli altri, da Luciano Gallino, Giorgio Airaudo, Livio Pepino e Gianni Vattimo.

Da il manifesto del 25 maggio

mercoledì 8 giugno 2011

Calcioscommesse, Guariniello: “Il calcio aspetti la giustizia”

Intervista al pm di Torino: “Da irresponsabili chiedere di accelleare le indagini”

«La giustizia ordinaria ha i suoi tempi d'indagine, guai a forzarli. Anzi, si devono tutelare col pieno riserbo. E meno male che esiste la giustizia penale. Se no, senza un'inchiesta di questo tipo, nel calcio non si sarebbero mai scoperti questi episodi». Raffaele Guariniello, procuratore aggiunto di Torino - protagonista di processi storici come quelli contro i vertici ThyssenKrupp ed Eternit, ma anche quello sul caso doping che vedeva imputata la società sportiva Juventus – non vuole entrare nel merito della vicenda Calcioscommesse («Non esprimo giudizi senza le carte. È una brutta e diffusa abitudine farlo»), dà un parere tecnico, che però pesa come un macigno. Il tono delle sue parole è come al solito sobrio ma contemporaneamente pungente. E segna un altolà a chi vuole a tutti costi accelerare i tempi.

Dottor Guariniello, se la giustizia sportiva deve attendere il lavoro di quella ordinaria si rischia di sospendere i campionati e così compromettere anche il mercato estivo?
«
Questo non posso saperlo. E se capiterà non sarà colpa dell'autorità giudiziaria, che non ha titolo per decidere. Sarà quella sportiva a definirlo. Non si deve assolutamente chiedere di forzare una prassi di indagine scrupolosa e indispensabile. Basta pressioni ai magistrati, che fanno di tutto per velocizzare i tempi. Ci sono, però, esigenze probatorie da garantire e tutelare».

Le squadre di calcio temono la scure della “responsabilità oggettiva” prevista dal codice di giustizia sportiva e corrono ai ripari annunciando di costituirsi parte civile nei processi penali, in quanto direttamente danneggiate. Vi sono contraddizioni?
«
Fortunatamente la responsabilità oggettiva non ha cittadinanza nella giustizia ordinaria, dove ha diritto di costituirsi chi si sente danneggiato. E in questo caso si deve valutare se un ente ha subito o meno un danno per il reato commesso da un dipendente o un danno di immagine. Ma, vorrei ricordare, che il processo penale non ha come scopo principale il risarcimento dei danni, ma l'accertamento della responsabilità penale».

E se spuntasse un legame, una connivenza, tra dirigenti sportivi, calciatori e giro di scommesse?
«
In quel caso se venisse riconosciuto un concorso di reato (per esempio, frode sportiva) i dirigenti potrebbero diventare imputati in un processo penale. Ma ancora una volta, la responsabilità oggettiva non ha rilievo».

La giustizia sportiva è in grado di autogestirsi?
«
Non ha i mezzi investigativi per farlo. Se non ci fosse stata un'indagine penale con i suoi metodi (intercettazioni e, se servono, perquisizioni...) il Calcioscommesse non sarebbe emerso. Certo, la giustizia sportiva ha tempi diversi, più celeri, di quella penale. Però, per fare un esempio, alla giustizia ordinaria non basterebbe sapere che un atleta sia positivo a un test antidoping per poterlo sanzionare. È tutta un'altra faccenda. Gli appelli a fare in fretta sono irresponsabili. Lasciamo la giusta serenità ai magistrati, poi anche la giustizia sportiva farà il suo dovere».

Da Il Secolo XIX dell'8 giugno